Martedì, 1 Dicembre 2020
Italia

Mes e Recovery fund, ecco perché i soldi dell'Europa sono tutt'altro che regalati

Prestiti a tassi privilegiati ma le condizioni ci sono, anche per il recovery fund: ma con il Mes la differenza più evidente è sui tempi

All’indomani del vertice-maratona a Bruxelles che ha partorito, dopo serrati negoziati tra gli Stati membri dell’Ue, il cosiddetto Recovery fund, in Italia è subito partita la polemica tra chi, soprattutto tra le fila della maggioranza, ha esaltato il grande successo del governo per i 208 miliardi di fondi europei anticrisi ottenuti dal nostro Paese, e chi, in particolare Matteo Salvini e la sua Lega, ha puntato il dito contro le presunte trappole nascoste dietro l’accordo. E così, al Movimento 5 stelle che sventola il Recovery fund come arma salvifica che chiuderebbe la porta a qualsiasi ipotesi di ricorso ai prestiti del Mes, si contrappongono esponenti del Carroccio, ma anche di Fratelli d’Italia, per i quali il Recovery fund sarebbe uguale o persino peggio del Mes. Due posizioni opposte a cui si aggiunge quella intermedia di diversi esponenti del Pd e Forza Italia, secondo i quali i prestiti del Mes e del Recovery fund sono sì uguali, ma entrambi positivi per l’economia e le casse del Belpaese. Chi ha ragione?

Per rispondere a questa domanda bisogna guardare ad almeno due aspetti: i tassi d’interesse e le condizionalità, ossia gli impegni che vengono sottoscritti dai Paesi che richiedono i prestiti con chi elargisce queste somme. Partiamo dal Mes, il Meccanismo europeo di stabilità. Nonostante se ne parli in lungo e largo nelle cronache politiche e sui social, spesso si fa confusione su cosa sia di preciso questo Mes: di fatto è un fondo intergovernativo partecipato dai 19 Paesi dell’Eurozona e dalla Commissione europea. I suoi massimi azionisti sono Italia, Germania e Francia (tutti e tre a pari livello di peso nel board). In pancia, ha qualcosa come 480 miliardi che possono essere erogati sotto forma di linee di credito agli Stati membri che ne fanno richiesta. Usare il Mes è un'arma a doppio taglio: puo' aiutare a stabilizzare l'economia in un momento di turbolenza, come questo, ma puo' anche creare instabilità politica e sociale per via del famigerato memorandum, ossia il pacchetto di riforme che lo Stato richiedente si impegna a realizzare in cambio del prestito e che potrebbero portare anche alla richiesta di ristrutturazione del debito pubblico (come successo con la Grecia, ma non con il Mes).

Dopo lo scoppio della pandemia, gli Stati che compongono il Mes (Italia compresa, dunque) hanno però deciso di dar vita a una linea di credito speciale chiamata "Pandemic crisis support". Secondo quanto si legge sul sito del Mes, si tratta di un fondo da 240 miliardi. Di questi, l’Italia potrebbe richiederne fino a 37 miliardi. Il tasso di interesse è molto vantaggioso: "Il Paese (che richiede il prestito, ndr) dovrà pagare, oltre al costo del finanziamento, un margine di 10 punti base (0,1%) ogni anno, una commissione di servizio una tantum di 25 punti base (0,25%) e un servizio annuale commissione di 0,5 punti base (0,005%)", si legge sempre sul sito del Mes. In sostanza, i tassi sono prossimi allo 0, un valore decisamente più basso di quello che l’Italia paga quando emette i Btp, i buoni del tesoro.

I critici, però, non attaccano i tassi, ma le condizionalità legate a questa nuova linea di credito. Secondo un fronte trasversale che va da pezzi dei 5 stelle fino alla Lega, passando per Fratelli d’Italia, anche il Pandemic crisis support (ribattezzato dai suoi sostenitori "Mes light") comporterebbe il rischio di finire nella mani della famigerata Troika (ossia il terzetto composto da Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale e Commissione europea) e quindi di dover sottoscrivere un memorandum di riforme lacrime e sangue da attuare in cambio del prestito.

In realtà, come si legge sempre sul sito del Mes, il memorandum del Pandemic crisis support pone solo una condizione: che i soldi ottenuti vengano utilizzati dallo Stato esclusivamente per le spese sanitarie. A vigilare sulla corretta gestione delle risorse, inoltre, non sarebbe la Troika, ma la sola Commissione europea. I detrattori del Mes sostengono che tali clausole non annullerebbero comunque il rischio di ulteriori richieste in corso d’opera, ovvero le famigerate ‘riforme lacrime e sangue’, qualora, per esempio, il Paese creditore non rispettasse gli impegni. Vero o falso? Qui è difficile capire chi abbia ragione o meno. A ogni modo Eurogruppo e Commissione europea hanno dichiarato che non intendono aggiungere ulteriori condizioni.

Per il Pd basta la loro parola. Per i detrattori del Mes, chiaramente, no. Inoltre, chi è contrario al Mes dice che richiedere questo tipo di prestito creerebbe un effetto ‘stigma’ sui mercati: il Paese che lo richiede verrebbe visto come ‘debole’ e pertanto i rendimenti dei suoi titoli di Stato peggiorerebbero (lo spread che si allarga, per intenderci). Vero o falso? Anche in questo caso è difficile dirlo.

Mes e Recovery fund: le differenze

E il Recovery fund? L’accordo sottoscritto a Bruxelles dai leader dei 27 Paesi Ue prevede l’istituzione di un fondo anticrisi da 750 miliardi (il Next generation EU al cui interno c’è il Recovery and Resilience Facility o più comunemente chiamato Recovery fund). All’Italia, come ormai noto, dovrebbero andare 208 miliardi, la fetta più grossa: 81 miliardi a fondo perduto (quindi non da restituire) e 127 miliardi in prestiti. A erogare queste somme sarà la Commissione europea, che però non deteniene risorse proprie, se non in piccola parte. Ecco perché Bruxelles provvederà a emettere dei titoli di debito comune garantiti dai vari Stati membri dell’Ue. È più o meno lo stesso meccanismo del Mes, dove però i Paesi sono i 19 dell’area Euro e non i 27 dell’Ue.

A differenza del Mes, almeno della sua versione light, questi prestiti prevedono però più condizionalità, ossia la realizzazione di una serie di riforme. Quali? Si tratta del piano nazionale di riforme che ogni Stato membra presenta alla Commissione europea in cambio dei finanziamenti. Quello italiano è già pronto, ma dovrà essere vagliato dal nostro Parlamento prima di essere inviato a Bruxelles. E qui veniamo al nodo critico: non abbiamo chiesto i prestiti del Mes light per non vederci imporre riforme dall’esterno e adesso esultiamo per dei soldi che arriveranno solo a patto di impegnarci su delle riforme?

In effetti, a uno sguardo sommario, il paradosso c’è tutto. Se non fosse che il piano nazionale di riforme non è nulla di nuovo: è il Semestre europeo, con il suo corollario del Patto di stabilità. È stato istituito nel 2010 quando al governo in Italia c’era una maggioranza composta da Forza Italia e Lega, con Giorgia Meloni ministro. Il Semestre europeo prevede il coordinamento delle politiche economiche e di bilancio dei Paesi Ue attraverso la supervisione della Commissione. La quale ogni anno invia delle ‘raccomandazioni’ agli Stati sulle riforme che sarebbe bene attuare. Dopo 10 anni di esperienza, si è capito che questo coordinamento non funziona moltissimo, visto che le raccomandazioni della Commissione vengono per lo più ignorate (non solo dall’Italia). Diverso il discorso per il bilancio e i limiti del Patto di stabilità, che invece aprono la porta agli annuali bracci di ferro sui conti e procedure d’infrazione (che finora, comunque, non hanno mai portato a sanzioni).

Con il meccanismo messo in piedi per il Recovery fund, le cose non dovrebbero cambiare di molto. L’unica differenza è che adesso Bruxelles potrebbe avere un’arma in più per spingere i governi a rispettare le raccomandazioni del Semestre europeo, ossia la minaccia di non elargire i finanziamenti annuali del nuovo fondo (che finiranno nel 2023). Se quest’arma verrà davvero usata o meno lo si vedrà (tra l'altro, il Patto di stabilità per ora è stato sospeso e non si sa ancora quando tornerà in funzione). Sulla carta, la Commissione non ha alcuna possibilità di imporre riforme, come ha sottolineato uno dei principali responsabili della supervisione del Recovery fund, il commissario all’Economia ed ex premier italiano Paolo Gentiloni: saranno i singoli Stati a presentare i piani. Ma è chiaro che un minimo di trattativa politica ci sarà.

Per concludere: Mes e Recovery fund sono la stessa cosa? Se si parla di tassi d’interesse, in entrambi i casi si tratta di tassi agevolati. Se si parla di condizionalità, come abbiamo scritto sopra, è difficile capire quali siano più rischiose: il Mes light sembra non averne in partenza, ma potrebbe farle scattare in corso d’opera. Il Recovery fund, invece, ha delle condizionalità che riprendono quelle già esistenti nella normale dialettica tra Paesi e Commissione europea.

La differenza più evidente, pero’, è sui tempi: il Mes è già pronto a erogare le risorse, il Recovery fund non potrà farlo prima della seconda metà del 2021 (il tempo necessario alla Commissione per emettere i titoli di debito e incassare i primi soldi).

Si parla di
Sullo stesso argomento

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Mes e Recovery fund, ecco perché i soldi dell'Europa sono tutt'altro che regalati

Today è in caricamento