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Martedì, 27 Febbraio 2024
Economia

Negozi chiusi la domenica: a rischio 5 miliardi di euro ( e migliaia di posti di lavoro)

Secondo uno studio dell'Istituto Cattaneo, che ha stimato gli effetti delle varie proposte di legge sulle chiusure domenicali, le perdite sarebbero sia in termini economici che occupazionali. Il Codacons: "Il Governo abbandoni questa strada"

La regolamentazione delle aperture domenicali e nei giorni festivi dei negozi è uno dei temi più 'caldi' tra i vari che il governo Lega-M5s sta affrontando da quando si è insediato. Una battaglia che vede da un lato i promotori delle chiusure regolarizzate, che permetterebbero a molti dipendenti di trascorrere i giorni di festa insieme alla proprie famiglie, piuttosto che a lavoro, mentre dall'altra parte della barricata ci sono i contrari, mossi dal timore di perdite economiche e dal punto di vista dei posti di lavoro. Ma quale sarebbe l'impatto della potenziale legge sulle chiusure domenicali proposta da Lega e Movimento 5 Stelle? Una stima sugli effetti di questa nuova norma è stata fatta dall'Istituto Cattaneo

Secondo l'istituto di studi e ricerche bolognese, le chiusure domenicali e festive, con il 50% massimo di aperture, si tradurrebbe in un calo globale da 5 miliardi di euro della crescita del Paese, a cui si dovrebbe aggiungere la riduzione di circa 95mila posti di lavoro, per un monte retribuzioni minore di 2,3 miliardi di euro.

Come siamo arrivati alle aperture domenicali

Prima di entrare nel vivo dei dati, il direttore dell'Istituto Maurizio Morini ricorda come siamo arrivati alla situazione attuale per quanto riguarda le aperture dei negozi la domenica e nei giorni festivi: "A partire dal 1998, con il decreto legislativo n.114/1998(cd “pacchetto Bersani”), si è iniziato a rimuovere parzialmente tali rigidità, anche in materia di orari, consentendo una maggiore autonomia di definizione degli stessi pur nella cornice di un orario massimo e di giornate di chiusure previste dal legislatore. La libertà degli esercenti di restare aperti al pubblico poteva da allora essere esercitata tra le ore 7 e le ore 22 nei giorni feriali, con un limite massimo di apertura giornaliera di 13 ore e con l’obbligo di osservare la chiusura domenicale e festiva e, nei casi previsti dai comuni, la mezza giornata di chiusura infrasettimanale".

"I Comuni - prosegue lo studio - potevano individuare, previo parere delle organizzazioni di categoria e dei consumatori, giorni e zone del territorio nei quali gli esercenti potevano derogare all’obbligo di chiusura domenicale e festiva, posto che tale facoltà venisse prevista nel mese di dicembre e almeno 8 domeniche o festività nel corso degli altri mesi dell’anno. La legge confermava inoltre un regime speciale per i comuni ad economia turistica e le città d’arte. Sulla disciplina regionale degli orari di apertura, è intervenuta a più riprese anche l’Autorità garante per la concorrenza. A seguito di numerose segnalazioni provenienti da esercenti di varie regioni, ha emesso un primo parere alla fine del 2008 (AS480 del 16 ottobre 2008), confermando la limitazione ad opera di regioni e amministrazioni locali della portata della liberalizzazione relativamente agli orari di apertura degli esercizi commerciali".

Poi durante il governo Monti è arrivato il decreto Salva Italia: ''Prima c'è stata una norma sperimentale per città d’arte e comuni a vocazione turistica, poi con l’estensione di tale norma nel 2011, attraverso il decreto–legge 214/2011 (cd Salva Italia), gli orari sono stati definitivamente liberalizzati a partire dal gennaio 2012, sottraendo definitivamente la competenza in materia alle regioni e agli enti locali e consegnandoli alla libera determinazione di ciascun esercente. Indubbiamente, la liberalizzazione degli orari ha ulteriormente modificato l’esperienza di shopping degli italiani, assimilandola a quella in vigore in altri contesti economico-sociali''.

Chiusure domenicali: i lavoratori coinvolti

Secondo le ultime stime della Cgia di Mestre, i lavoratori coinvolti da turnazioni nelle domeniche e nei festivi, infatti, sono 4,7 milioni. Un dipendente su cinque è impiegato la domenica, che diventa uno su quattro se si considerano soltanto i lavoratori autonomi.  Il settore dove la presenza al lavoro di domenica è più̀ elevata è quello degli alberghi/ristoranti: i 688.300 lavoratori dipendenti coinvolti incidono sul totale degli occupati dipendenti del settore per il 68,3%. Seguono il commercio (579.000 occupati pari al 29,6%), la pubblica amministrazione (329.100 dipendenti pari al 25,9%), la sanità (686.300 pari al 23%) e i trasporti (215.600 pari al 22,7%). Prendendo spunto dai dati delle associazioni dei commercianti, l'istituto Cattaneo mostra come gli acquisti domenicali siano diventati una "prassi consolidata" per il 60% delle famiglie italiane, tanto che la domenica risulta il secondo miglior giorno della settimana per fatturato totale. 

 Chiusure domenicali, il confronto con l'Europa

Ma come funziona negli altri Paesi europei? In 16 dei 28 Stati membri dell’Unione europea non è presente alcuna limitazione di orario o apertura domenicale. L’Italia appartiene dunque al gruppo dei paesi con una disciplina maggiormente concorrenziale, ma costituisce un’eccezione nel panorama Ue, che ci vede al fianco di Stati quali Danimarca, Finlandia e Svezia. Nelle nazioni che presentano forme di divieto o limitazione sono previste numerose eccezioni e deroghe, che generalmente riguardano i negozi di alimentari, panetterie, grande distribuzione, giornalai, stazioni di servizio, stazioni dei treni, aeroporti e musei.

L'impatto delle chiusure domenicali: lo studio completo

La panoramica europea mostra che in nessun paese considerato il lavoro domenicale è totalmente proibito, e anche in nazioni come Grecia, Germania e Francia, che presentano maggiori limitazioni, sono presenti numerose eccezioni. Malta, Ungheria, Finlandia e Danimarca hanno introdotto e successivamente abolito le restrizioni sul lavoro domenicale. Dando uno sguardo ai dati regionali vediamo come ai primi posti ci sia la Valle d'Aosta con il 29,5% di occupati sul totale, seguita da Sardegna (24,5%) e Puglia (24%)

Chiusure domenicali: gli effetti delle varie proposte di legge

L'Istituto ha poi calcolato le possibili conseguenze delle proposte avanzate da Lega, M5s e Pd, oltre a quelle del testo unificato risalente allo scorso gennaio, che prevede la chiusura per il 50% degli esercizi commerciali.

  • Movimento 5 Stelle: aperture domenicali per un massimo del 25% delle domeniche e giorni festivi indicati (12), per un totale potenziale di 64 giornate di riferimento e quindi apertura per ogni esercizio di 16 giornate a rotazione massimo (da valutare l’evenienza che tali giornate capitino in domenica; possiamo ritenere che siano 15 mediamente le giornate festive di apertura consentite); a questo viene legato un meccanismo limitativo per gli acquisti eCommerce, che in realtà differisce esclusivamente le fasi di handling & shipping, ma incide in maniera relativa sull’esperienza dell’utente.
  • Lega: chiusura per 12 giornate festive definite, indipendentemente dal loro accadimento, per lo status di festività particolari; sempre secondo la valutazione precedente, apertura per 48 giornate festive nel corso dell’anno.
  • Pd: sempre sulla base delle 12 giornate indicate, l’esercente può derogare per 6 volte, quindi avendo l’obbligo di 6 chiusure in corso d’anno (e 54 aperture).
  • Testo unificato (mediazione delle proposte attualmente in essere): chiusura per 12 giornate festive definite (con possibilità di deroga per un massimo di 4 volte), chiusura domenicale (con possibilità di deroga da un minimo di 8 ad un massimo di 26 volte su 52 domeniche complessive).

Calcolando il recupero dei guadagni reso possibile da e-commerce e dalla spesa aumentata negli altri giorni, le perdite sarebbero attutite rispettivamente a 280/210 milioni, 700 milioni e 4 miliardi. A queste cifre vanno però aggiunte quella dei mancati incassi derivanti dallo shopping dei turisti e il danno alla contabilità dello Stato (tra 1,5 e 2 miliardi l’anno di minor gettito fiscale).
 
Infine, prendendo in esame il testo unitario, che non è altro che una sorta di compromesso tra le norme di Lega, M5s e Pd,  la perdita di Pil sarebbe di circa cinque miliardi, lo 0,33% del totale attuale, oltre a circa 95mila posti di lavoro che andrebbero in 'fumo'.

Chiusure domenicali, Codacons: "Governo abbandoni questa strada"

Anche il Codacons si è voluto schierare contro le proposte di legge del governo sulle chiusure domenicali: “Il record dell’e-commerce che a febbraio registra una crescita annua del +17,5% è l’ennesima riprova di come i consumatori italiani abbiano modificato le proprie abitudini, dirottando sempre più le spese sul web – spiega il presidente Carlo Rienzi – Nemmeno la grande distribuzione riesce a reggere la concorrenza dello shopping online, e a febbraio registra un calo delle vendite che raggiunge il picco del -3,2% per gli ipermercati”.

“Di fronte a questi numeri appare lampante come le chiusure domenicali dei negozi allo studio del Governo non sia la strada giunta per salvare il commercio, e qualsiasi misura in tal senso deve essere abbandonata – prosegue Rienzi – Al contrario serve incentivare le vendite attraverso iniziative analoghe al “Black Friday”, con giornate straordinarie di sconti presso gli esercizi commerciali tradizionali”.

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