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Mercoledì, 25 Maggio 2022
L'intervista

L'altra pandemia: i negozi che scompaiono

In 10 anni scomparsi 100mila negozi, la pandemia ha accelerato la "selezione". Mariano Bella, direttore dell'ufficio studi Confcommercio, spiega in un'intervista a Today come cambieranno le nostre città

Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito ad una progressiva diminuzione delle attività commerciali nelle nostre città, un'emorragia che lentamente ha cancellato circa 100mila imprese. Di queste 85mila sono negozi al dettaglio (-15,3%) mentre 10mila sono attività di commercio ambulante (-10,5%). La riduzione, spiega Confcommercio, si deve principalmente alla pandemia e alla crisi dei consumi, che in termini reali sono ancora sotto i livelli del 1999. In controtendenza solo una parte delle attività di ristorazione, quella legata allo street food come friggitorie e take away, ed alcune tipologie di alloggio, come bed & breakfast e appartamenti per soggiorni brevi. La situazione risulta peggiore nei centri storici, con cali percentuali maggiori rispetto al dato nazionale: -16,4% per il commercio al dettaglio e -11,5% per il commercio ambulante (-11,5%). Da questa analisi realizzata su 120 comuni medio grandi (Milano, Napoli e Roma escluse) emerge che le città e i centri storici stanno cambiando volto, con meno consumi nei negozi tradizionali e più servizi. Per capire meglio questa evoluzione Today ha intervistato Mariano Bella, direttore dell'ufficio studi Confcommercio.

In 9 anni sono scomparsi dalle città italiane circa 85mila negozi al dettaglio. Di questi quasi 4.500 solo negli ultimi due anni. Per il futuro dobbiamo aspettarci un ulteriore peggioramento?

"Una parte di questa riduzione è dovuta ad un processo di efficientamento. I negozi diventano migliori, più produttivi, quindi c'è un po' meno bisogno di una numerosità elevata, ci sono alcuni settori che ne hanno ancora probabilmente tanti. Qui la speranza è che se il paese dovesse ricominciare a crescere come cresceva negli anni '80 o come si aspetta il governo grazie al Pnrr, osserveremo una moderata riduzione del numero di negozi che è fisiologica. Quindi si riducono dove si possono ridurre. Migliorando la produttività in termini di servizio, la omnicanalità (gestione sinergica di tutti i canali di comunicazione di un negozio per aumentare le vendite e la soddisfazione del cliente, ndr), il consumatore non ha più bisogno del negozio vicino ,che è poco innovativo. Questa riduzione dovrebbe essere un fenomeno assolutamente marginale, che non ha nulla a che fare con gli 85mila negozi persi: quello è patologia, e abbiamo detto che deriva soprattutto dalla crisi dei consumi. Noi ancora nel 2021 abbiamo una situazione pro capite per cui siamo sotto rispetto ai livelli del 1997. Riducendosi i consumatori pro capite c'è anche una torta più piccola e quindi i negozi debbono ridursi. E’ un fatto patologico che ha a che fare con la pandemia". 

Confcommercio parla di una trasformazione del tessuto commerciale delle città. Ci può spiegare in cosa consiste?

"Questo si vede benissimo dai dati: come sono cambiati i consumi  così cambia la struttura dei negozi che abbiamo dentro le nostre città. Possiamo sinteticamente fare tre grandi blocchi. I negozi che vendono beni essenziali o che sono stati interessati da un radicale rinnovamento dell'offerta, quindi gli alimentari sostanzialmente tengono, i cosiddetti tabaccai tengono anche meglio. Perché? Ai tabaccai dobbiamo cambiargli nome ma ancora non lo abbiamo trovato: la tabaccheria oggi è un punto di risoluzione di questioni che riguardano più la finanza delle famiglie e l'amministrazione, non certo la vendita di sigarette o di tabacchi. Questi si sono salvati e sono un presidio fondamentale. Poi abbiamo quelli che crescono molto e che corrispondono ai poli attrattori dei consumi: cura del sé (farmacie) e tecnologia. Riguardo alle farmacie, al di là del boom che hanno avuto anche durante la pandemia, però erano già ben attrezzate. La farmacia non è più la vendita di medicine per riparare il corpo umano ma la stragrande parte del fatturato e della marginalità è fatta sulla cura del sé e sulla bellezza. Lo stesso per la telefonia, si capisce che ha avuto un boom e continua. Dopo di che ci sono quelli che erano i negozi di quando ero piccolo io e che essenzialmente non ci sono più. Non ci sono più sia perché si sono ridotti i consumi, ma soprattutto perché questi negozi sono andati a vivere aggregandosi nei centri commerciali fuori dalle città: mobili, ferramenta, grandi superfici specializzate, libri, giocattoli, vestiario, calzature e carburanti. Oggi trovare una ferramenta o un negozio di mobili nei nostri centri storici è abbastanza difficile. Poi c'è il processo di razionalizzazione del commercio ambulante, che svolge una funzione importante ma che è in riduzione, sia per la riduzione dei consumi nel complesso, sia perché c'è soprattutto nel Mezzogiorno un po' di disordine nella gestione delle licenze. E poi c'è l'area che cresce ma è un'area che è parallela al commercio ed è quella degli alberghi in senso lato e della ristorazione. Sono tutti i servizi turistici, cioè la produzione di quei servizi che costituiscono un pilastro fortunatamente intramontabile della nostra bilancia dei pagamenti, cioè le esportazioni stando a casa, le vendite per esempio ai turisti stranieri". 

Dal 2012 al 2021 nel commercio spariscono 200mila imprese italiane e ne emergono quasi 120mila straniere, con la quota delle straniere quasi raddoppiata. Come è possibile spiegare questo trend?

“Questo è quello che vediamo quotidianamente. Gli immigrati che hanno possibilità e voglia di fare trovano soprattutto nel commercio delle opportunità, che colgono anche attraverso strumenti non perfettamente legittimi. Questo lo vediamo dall’eccesso di tasso di turnover: aprono chiudono, aprono chiudono, aprono chiudono… In parte non pagano tutte le imposte e questo genera anche l’eccesso di turnover, ma nella sostanza per noi questo è un fenomeno estremamente positivo, perché l’inclusione ha come presupposto l’attività lavorativa. Il commercio svolge questo ruolo e la tenuta in un certo senso è veramente dovuta al contributo degli immigrati. E’ chiaro che poi c’è un pezzo di disordine, se penso agli alberghi e ai pubblici servizi e a quello che sta succedendo da 10 anni e che è successo anche più velocemente nel corso della pandemia, che poi si legge in termini mediatici nel concetto di mala movida. Anche qui non c’è niente di male, quello che non funziona è che forse non stiamo governando, non stiamo prestando abbastanza attenzione a questa ricomposizione dell’offerta, ma noi non siamo qui per condannare gli imprenditori, bisogna regolarli”.

La situazione tra Nord e Sud evidenzia qualche differenza rilevante?

“Sì, ci sono delle differenze molto evidenti soprattutto sui comparti paralleli al commercio, cioè alberghi/ristoranti. Un solo dato: nel periodo 2012-2021 alberghi in senso lato nel sud +89%, nel centro-nord +34%. Il 34% del centro-nord va abbastanza d’accordo con lo sviluppo del turismo, a prescindere dagli ultimi tragici anni su cui per questi settori bisogna fare un’analisi a parte, che ha funzionato bene negli ultimi 10 anni. La crescita quasi tripla nel Mezzogiorno ha necessariamente a che fare con una ricomposizione dell’offerta, con l’espansione dell’offerta, che non è offerta di alberghi strutturati, come li conosco io che ho una certa età, stiamo parlando di bed & breakfast e di gente che prende il codice Ateco per gli affitti brevi. Quindi anche qui, non siamo qui per condannare ma per analizzare, ma è chiaro che il valore aggiunto che si sviluppa su un affitto breve è molto inferiore rispetto a quello che si sviluppa su un albergo strutturato. Non è solo una questione di fatturato per presenze, quindi per notte passata, ma è anche per tutto quello che è l’indotto. E quindi questo è un fatto che poi alla fine si vede quando uno dice: ma il sud non cresce, eppure gli alberghi sono cresciuti del 90%, ma non fai valore aggiunto”.

Cosa si può fare ancora per sostenere i settori più colpiti dalla pandemia, come il turismo?

“Cosa si può fare e cosa si deve fare penso che il governo lo stia facendo e continuerà a farlo. Proseguire con le moratorie sul credito, probabilmente provare a lavorare anche un po’ sulla prosecuzione di qualche cassa integrazione in deroga, sospendere il pagamento dell’Imu, insomma sostenere dal punto di vista della liquidità la transizione da un periodo drammatico a un periodo di normalità. Ora qualcuno potrebbe dire: voi vi lamentate sempre, cercate sempre soldi. Allora dobbiamo dire qualcosa su questo concetto di periodo drammatico, qui faccio riferimento alla filiera del turismo, della convivialità e della socialità, quindi dagli alberghi propriamente detti alle discoteche. Abbiamo visto il Pil che nel 2020 è sceso del 9% e poi nel 2021 è risalito del 6,6%, quindi praticamente non dico che abbiamo ripreso tutto, ma insomma. I consumi sul territorio, inclusi quelli degli stranieri, hanno perso l’11,5% nel 2020 e hanno recuperato nel 2021 il 5,3%, non siamo quasi arrivati, siamo sotto della metà. Se prendiamo gli acquisti sul territorio dei non residenti, e ora un’altra botta gliela dà il conflitto in Ucraina, la spesa dei turisti stranieri ha fatto un -60% nel 2020 e un +24% nel 2021. Risultato, siamo ancora sotto di oltre il 50% rispetto ai livelli del 2021. Quindi va bene l’entusiasmo e l’allegria, il sistema paese ha risposto bene, nessuno lo prevedeva il +6,6%, però ricordiamoci che la ripresa è stata fortemente eterogenea e che ci sono alcuni settori, questi che abbiamo appena detto, che sono ancora in piena pandemia e vanno aiutati”.

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