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Venerdì, 3 Febbraio 2023
La crisi

A rischio 100mila posti di lavoro nei negozi

Confesercenti: "Nel quadriennio 2022-2025 l’aumento dei prezzi comporterà un’erosione del potere d’acquisto delle famiglie di 22 miliardi, che significa ridurre le prospettive di spesa per consumi di almeno 17 miliardi"

L'inflazione e la feroce concorrenza dell’online sui negozi fisici porteranno nei prossimi cinque anni alla chiusura di 60mila piccoli esercizi e alla perdita di 100mila posti di lavoro. Questo il futuro del settore del commercio dipinto da Confesercenti in occasione dell’assemblea annuale. L'associazione ha parlato anche delle imprese del turismo, alle prese con i costi esorbitanti delle bollette e con le difficoltà di reperimento del personale: solo per l’ultimo trimestre del 2022 potrebbero essere tra 55 e 60 mila i lavoratori "mancanti" nei due comparti.

L’inflazione ridurrà i consumi di almeno 17 miliardi

Il mese di dicembre sarà un test importante per valutare lo stato di salute dell’economia e in particolare dei consumi. Bisognerà capire se l’incertezza e la riduzione del potere d’acquisto degli italiani dovuta all’inflazione freneranno gli acquisti più di quanto già atteso. Se il commercio online continuerà a guadagnare quote di mercato sui negozi fisici e se i negozi di quartiere continueranno a soffrire. Il settore del commercio sta affrontando una grande crisi, prima per via del crollo dei consumi causato dalla pandemia (-107 miliardi di euro nell’annus horribilis 2020), poi per l’inflazione. Nel 2022 l’aumento generalizzato dei prezzi ha ridotto di 7,2 miliardi la spesa delle famiglie. Le prospettive non sono affatto rosee. Secondo un’analisi di Confesercenti nel quadriennio 2022-2025 l’aumento dei prezzi comporterà un’erosione del potere d’acquisto delle famiglie di 22 miliardi, che significa ridurre le prospettive di spesa per consumi di almeno 17 miliardi. Alla fine del prossimo anno i redditi e i consumi delle famiglie arretreranno sui livelli del 2016 e l’economia tornerà a crescere meno dello 0,5%, segnando di fatto la fine del rimbalzo post-pandemico.

Commercio: -73mila negozi dal 2016 ad oggi

Tra il caro energia, la riduzione dei consumi e l’aumento del costo dei finanziamenti (almeno 9 miliardi nel corso del prossimo triennio a causa dei rialzi dei tassi della Bce), le imprese del settore commercio stentano a restare a galla. Dal 2016 a oggi si sono ridotte di quasi 73mila unità, di cui oltre 30mila dal 2019 ad oggi. La vita media di queste imprese si è, negli ultimi anni, notevolmente accorciata. Nel commercio, meno della metà (il 43,6%) ormai raggiunge i cinque anni di attività. A pesare non solo l’inflazione ma anche la concorrenza dell’ecommerce. Tra pandemia e nuove abitudini di consumo, infatti, le vendite online si apprestano a raggiungere e sorpassare già nel 2027-28 la quota di mercato delle piccole superfici nel comparto non alimentare: attualmente, infatti, la quota delle piccole imprese è al 34%, per arrivare al 29% entro il 2027, mentre l’eCommerce dovrebbe passare nello stesso periodo dal 22 al 29% con un incremento netto di 17 miliardi di euro. Nel comparto alimentare, dove la quota delle piccole superfici già oggi è intorno al valore minimo del 15%, nel 2027 scenderà a poco più del 10%, quella dell’eCommerce sfiorerà il 5%. La ridistribuzione delle quote di mercato tra online e canali fisici produrrà una riduzione di piccoli esercizi di circa 60mila unità tra il 2022 ed il 2027, con 100mila posti di lavoro perduti.

Turismo: i livelli pre pandemia sono ancora lontani

In difficoltà anche il settore del turismo, con ancora 16 milioni di presenze in meno rispetto allo stesso periodo del 2021. Nonostante la ripresa post pandemia, tra gennaio e agosto di quest’anno le presenze si sono fermate a 292 milioni: un aumento del 46% sul 2021, ma ancora l’11,5% in meno rispetto al 2019. A mancare soprattutto le presenze straniere, ferme al -15,5% dai livelli pre-pandemia. Neanche la domanda italiana è del tutto recuperata, con il 7,6% di presenze in meno rispetto al 2019. Ad aggravare il ritardo della ripresa, dopo due anni pressoché di fermo, il caro-energia, che per il comparto HoReCa – ristorazione, ricettività e servizi di catering – vale un esborso aggiuntivo di quasi 3,5 miliardi di euro l’anno.

A tutto questo si aggiungono le difficoltà di reperimento dei lavoratori nel settore del terziario e del turismo (quasi 7 milioni di persone). Durante l’anno 2022 sono mancate circa 300mila figure professionali. Solo per l’ultimo trimestre del 2022 potrebbero essere tra 55 e 60 mila i lavoratori “mancanti” nei due comparti. Anche il costo del lavoro è aumentato. L’entrata a pieno regime della riforma degli ammortizzatori sociali porterà un incremento complessivo strutturale dei costi a carico delle imprese superiore ai 900 milioni di euro l’anno per le piccole imprese. L’applicazione delle aliquote previste a regime, infatti, in ipotesi di retribuzione media annua di circa € 23.000 (IV livello del CCNL del Terziario) e di una platea di dipendenti pari a 6.953.091 soggetti (fonte dati: Istat), determinerebbe un incremento complessivo strutturale dei costi a carico delle imprese pari ad oltre 900 milioni di euro.

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