Giovedì, 24 Giugno 2021
Economia Italia

L'8 Marzo senza festa: per le donne l'emancipazione non passa (ancora) dal lavoro

Nelle regioni del Sud si registra il tasso di occupazione femminile più basso d’Europa. E il divario continua ad aumentare invece che colmarsi. Le donne lavorano meno e con mansioni dequalificate e - a parità di qualifica - guadagnano meno

Un momento del corteo delle studentesse per la festa della donna, Milano, 7 marzo 2019. ANSA/ PAOLO SALMOIRAGO

Al Sud il tasso di occupazione femminile è il più basso d'Europa, ma il gap invece che diminuire continua a crescere. Il divario delle Regioni del Sud rispetto alla media europea - già elevatissimo nel 2001 (circa 25 punti percentuali) - secondo la stima di uno studio Svimez si è ulteriormente ampliato arrivando sopra i 30 punti, nel 2017.

Solo la provincia di Bolzano infatti si colloca nella prima metà delle regioni europee, con un tasso di occupazione femminile pari a 71,5%, alla posizione 92 nella graduatoria. Distaccate seguono Emilia Romagna (153) e Valle d'Aosta (154) e la provincia di Trento (175), con tassi di occupazione femminili intorno al 65%, in linea con la media europea dei 28 Paesi membri che è pari al 66,3%. Delle rimanenti regioni del Centro-Nord, Toscana, Piemonte e Lombardia si collocano intorno alla 200esima posizione, mentre le altre su posizioni più arretrate con il Lazio ultimo in 236 posizione con un tasso del 55,4%.

occupazione femminile-2

“Confrontando il tasso di occupazione delle 19 regioni e le due province autonome italiane con il resto delle 276 regioni europee (NUTS2) emerge un quadro alquanto problematico. Il confronto – sottolinea la SVIMEZ - conferma la peculiarità della situazione italiana: solo la provincia di Bolzano si colloca nella prima metà delle regioni europee, con un tasso di occupazione femminile pari a 71,5%, alla posizione 92 nella graduatoria. Seguono Emilia Romagna (153) e Valle d’Aosta (154) e la provincia di Trento (175), con tassi di occupazione femminili intorno al 65%, in linea con la media europea dei 28 Paesi membri che è pari al 66,3%. Delle rimanenti regioni del Centro-Nord, Toscana, Piemonte e Lombardia si collocano intorno alla duecentesima posizione, mentre le altre su posizioni più arretrate con il Lazio ultimo in 236 posizione con un tasso del 55,4%”. Le regioni del Mezzogiorno sono sensibilmente distanziate da quelle del Centro-Nord e si collocano tutte nelle ultime posizioni, con Puglia, Calabria, Campania e Sicilia nelle ultime quattro e valori del tasso di occupazione intorno al 30%, di circa 35 punti inferiori della media europea”. Tra le regioni meridionali le posizioni meno sfavorevoli sono quelle Abruzzo (256) con un tasso di occupazione pari al 47,6%, Molise (260) e Sardegna (261) con tassi di occupazione intorno al 45%”.

Le regioni del Mezzogiorno sono sensibilmente distanziate da quelle del Centro-Nord e si collocano tutte nelle ultime posizioni, con Puglia, Calabria, Campania e Sicilia nelle ultime quattro e valori del tasso di occupazione intorno al 30%, di circa 35 punti inferiori della media europea. Tra le regioni meridionali le posizioni meno sfavorevoli sono quelle Abruzzo (256) con un tasso di occupazione pari al 47,6%, Molise (260) e Sardegna (261) con tassi di occupazione intorno al 45%.

Il tasso d'occupazione femminile per le donne laureate è ancora molto basso se confrontato con quello Ue: appena il 63,7%, contro una media dell'81,3% in Europa, con punte dell'84,7% in Germania e 85,9% nei Paesi Bassi e dell'85,2% in Portogallo, e il 79,8% del Centro- Nord. E' quanto stima lo Svimez elaborando i dati Eurostat e Istat 2018 pubblicati alla vigilia della Giornata internazionale della donna.

Donne al Sud, a parità di qualifica, guadagnano meno

Non solo: è ancora alto anche il gap del salario rispetto ai colleghi uomini. A parità di qualifica infatti le donne del Sud guadagnano meno: una laureata da quattro anni che lavora nelle regioni del mezzogiorno ha un reddito medio mensile netto di 300 euro inferiori a quello di un uomo (1000 euro contro 1300). Una differenza che si attenua di poco a livello nazionale, circa 250 euro e che rispecchia, dice ancora lo Svimez, "differenze significative nel carattere dell'occupazione, nei regimi di orario oltre che nelle tipologie di laurea".

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Le donne, infatti, sono più concentrate nelle lauree meno favorite in termini di occupazione e retribuzione. Le donne lavoratrici dipendenti inoltre guadagnano in media 1.281 euro mensili nette, se sono impegnate a tempo pieno, contro i 1.398 delle loro omologhe nel Centro-Nord. Tra le laureate il divario di genere si attenua ma non si annulla.

Meno donne al lavoro al Sud e con mansioni dequalificate

Per le donne al sud inoltre si pone anche una questione di qualità dell'occupazione: nel 2018 sono state 3 milioni 663 mila le donne che hanno svolto lavori qualificati, di queste, però, appena 851 mila sono meridionali, meno di un quarto del totale. La quota di donne occupate in posizioni cognitive altamente specializzate, inclusi i manager, sale tra il 2001 ed il 2008 dal 34,1 al 44,1% per poi riscendere al 38,1% nel 2014. Dinamiche simili si rilevano nelle due circoscrizioni, con perdite più consistenti nelle professioni più qualificate nel Mezzogiorno.

La povertà femminile è più drammatica al Sud

Le donne in Italia rappresentano il 14,3% delle persone senza dimora: secondo l’ISTAT, si tratta di persone con un’età media di circa 45 anni, che vivono la condizione di senzatetto mediamente da poco meno di tre anni. Oltre il 20% vive nelle regioni meridionali e insulari. Più di un quarto ha un lavoro, (il 28%), che le impiega in media per 15 giorni al mese, da cui ricavano un guadagno di 330 euro. Gli eventi scatenanti legati alla condizione di senza dimora per le donne sono nella maggior parte dei casi riconducibili a rotture familiari, separazione dal partner e/o dai figli (70%), per quasi la metà alla perdita del lavoro stabile (49,7%), infine, per il 27,6%, alla presenza di malattie croniche, forme di disabilità e/o di dipendenza da sostanze e alcool. Il rischio di povertà per le donne è superiore a quello degli uomini, soprattutto per le fasce di età relative alla maternità (23,5% contro il 19,9% degli uomini per le 25-34enni) e per le over 75 (18,7% contro il 12,1% degli uomini).

Un welfare squilibrato si scarica sulle donne

La scarsa partecipazione femminile è connessa all’incapacità delle politiche italiane di welfare e del lavoro di conciliare la vita lavorativa a quella familiare, causando anche incertezza economica e una modifica dei comportamenti sociali, tra cui la riduzione del tasso di fertilità delle italiane.

Nell’ultimo decennio le donne meridionali sono passate dai tassi di fertilità molto più elevati rispetto a quelle del Centro-Nord a tassi sensibilmente più bassi: 1,29 figli per donna al Sud rispetto a 1,34 nelle regioni centrali e settentrionali. Contro 1.90 della Francia, 1,75 della Danimarca, 1,57 della Germania.

Ciò è anche una conseguenza di servizi per l’infanzia offerti dalla pubblica amministrazione alquanto carenti: nel Mezzogiorno la percentuale di bambini minori di tre anni che ha usufruito di servizi per l’infanzia è del 2% in Calabria, del 3% in Campania, del 4,8% in Sicilia, con una media meridionale pari appena al 5%, contro il 16,6% del Centro-Nord, con punte di oltre il 20% in Trentino, in Friuli, in Valle d’Aosta, in Emilia, in Toscana.

Per quanto riguarda la cura degli anziani, altra mansione alla quale le donne sono il più volte costrette a sopperire alla carenza di servizi adeguati, sempre in base ai dati ISTAT, la spesa pro capite per gli over 65 anni è al Centro-Nord di 119 euro in un anno e al Sud di 55 euro.

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