Perché Bankitalia non può vendere l’oro per ridurre il debito pubblico monstre

Perché sarebbe un gesto disperato, un pessimo segnale, secondo il direttore generale di Banca d'Italia. Ecco a cosa servono le riserve auree e chi possiede il debito pubblico italiano

Una veduta della sede della Banca d'Italia a Palazzo Koch, Roma, 01 dicembre 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

Nei primi mesi del 2018 il debito pubblico italiano corre ad un ritmo vertiginoso: in media 4.469 euro in più ogni secondo, contro una media annuale che nel 2017 era attorno a 1.160. Oggi si attesta intorno ai 2.300 miliardi di euro. Il debito rappresenta una palla al piede per la nostra economia, considerando che gli interessi che lo Stato paga drenano ogni anno decine di miliardi. Malgrado i richiami continui da parte di Bankitalia, dell'Ufficio parlamentare di bilancio, di Confindustria e della Ue, le ricette messe in campo dai partiti si sono rivelate improbabili, quasi come il resto delle promesse elettorali. La situazione italiana suscita preoccupazione, insomma, soprattutto da parte dei grandi investitori internazionali: l'instabilità politica post voto potrebbe esporci al rischio-attacco della speculazione in Borsa.

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Le riserve auree della Banca d'Italia: cosa sono e a cosa servono

La domanda è: vendere l'oro di Bankitalia per ridurre il debito pubblico potrebbe essere una soluzione percorribile? La nostra banca nazionale conserva 2.452 tonnellate di oro in lingotti e monete: al 31 dicembre 2015 il controvalore dell'oro di Bankitalia era pari a circa 77 miliardi di euro. Si tratta della cosiddetta riserva aurea. L'oro di Bankitalia si trova per la maggior parte nei caveau della Banca in via Nazionale a Roma e in parte in alcune altre banche centrali, soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Le riserve auree hanno la funzione di rafforzare la fiducia nella stabilità del sistema finanziario italiano e della moneta unica, soprattutto durante i periodi di crisi. La riserva di oro assicura che, in ogni caso, la nostra Banca centrale nazionale ha "in pancia" i soldi necessari per svolgere le proprie funzioni, anche in periodi di forte turbolenza sui mercati. Bankitalia è il quarto detentore di riserve auree al mondo, dopo la Federal Reserve (Usa), la Bundesbank (Germania) e il Fondo monetario internazionale.

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Uno stock di lingotti in oro, in un'immagine d'archivio. ARCHIVIO - ANSA-I51

Perché vendere l'oro "non è una soluzione percorribile ed efficace"

Tornando alla domanda iniziale, vendere parte delle nostre riserve auree aiuterebbe a ridurre il debito? "No, non è una strada praticabile e nemmeno efficace. Innanzitutto per ragioni pratiche - ha detto Salvatore Rossi, Direttore generale di Bankitalia, nel corso di "24Mattino" su Radio24 -. Parliamo di 90 miliardi di euro quando il nostro debito pubblico è intorno a 2.300 miliardi. E', al momento, giuridicamente impossibile. C'è un accordo internazionale tra le banche centrali, che prevede che le vendite siano razionate, dunque ne potremmo vendere per poche centinaia di milioni alla volta. Nei fatti non si risolverebbe il problema del debito pubblico e daremmo un pessimo segnale al mondo. La vendita di oro da parte di un Paese darebbe il segnale di un gesto disperato". Rossi ha assicurato che al momento non ci sono segnali di dissaffezione sui titoli del debito pubblico italiano da parte degli investitori: "Ovviamente la situazione è sempre precaria, nel senso che il rischio di un cambiamento di opinione è sempre possibile".

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Chi possiede il debito pubblico italiano?

Oltre un terzo del debito pubblico italiano è in mano agli investitori stranieri, anche se la quota degli investitori esteri è un po' calata, negli ultimi due anni, passando dal 34% al 32%. E' quanto emerge da un'analisi del Centro studi di Unimpresa sul debito pubblico italiano secondo cui i titoli sottoscritti da fondi e assicurazioni sono calati di 28 miliardi (-19%) a 120 miliardi. Tra il 2015 e il 2017 è invece raddoppiata la fetta di titoli pubblici detenuta dalla Banca d'Italia che ha incrementato di quasi 200 miliardi di euro (+108%) gli acquisti di Bot e Btp nell'ambito del piano promosso dalla Banca centrale europea. Scende da 149 miliardi a 120 miliardi (-20%), complice anche il forte calo dei rendimenti, lo stock di obbligazioni pubbliche emesse dal Tesoro detenuto da famiglie e imprese. Si è alleggerito di quasi 32 miliardi, invece, il portafoglio di bond dello Stato italiano posseduto dalle banche.

"Enorme potere delle grandi banche": nuovo governo sotto pressione

"Questi numeri sono fondamentali per capire il grado di attenzione degli osservatori mondiali in vista della formazione del nuovo governo," ha osservato il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci. "Chiunque riuscirà a formare una maggioranza e a dar vita a un nuovo esecutivo dovrà fare i conti con i big mondiali della finanza, esattamente come è accaduto negli ultimi decenni. Nonostante gli sforzi della Bce, siamo sempre sotto pressione e il potere delle grandi banche d'affari internazionali, che hanno la maggioranza relativa di 'Italia spa', è enorme". Secondo lo studio dell'associazione, basato su dati della Banca d'Italia aggiornati ad ottobre scorso, negli ultimi due anni il debito pubblico è salito di 116,3 miliardi (+5,35%) dai 2.173,3 miliardi del 2015 ai 2.289,6 miliardi del 2017. Un periodo nel quale accanto a una crescita costante del "buco" nei conti dello Stato si è registrata qualche modifica nella composizione dei sottoscrittori di Bot, Btp e Cct.

Nel 2015, la Banca d'Italia deteneva 169,4 miliardi di titoli pubblici del nostro Paese, cifra corrispondente al 7,80% del totale del debito; la fetta di debito sottoscritta dall'istituto di Via Nazionale, nell'ambito del piano di acquisti avviato dalla Banca centrale europea, è salita a 353,7 miliardi a fine 2017 e la fetta raddoppiata al 15,45%; l'incremento è di 184,3 miliardi (+108,81%). Lo stock di debito sottoscritto dalle banche (categoria nella quale viene conteggiato pure il portafoglio dei fondi monetari) è sceso di 31,9 miliardi (-4,87%) da 655,9 miliardi a 624,04 miliardi e la quota dal 30,18% al 27,25%. Per quanto riguarda i fondi d'investimento e le assicurazioni, l'ammontare di Bot e Btp è leggermente diminuito di 2,6 miliardi (-0,58%) da 457,7 miliardi a 455,1 miliardi, con la percentuale complessiva calata lievemente dal 21,06% al 19,88%. Sensibile calo, invece, delle obbligazioni statali acquistate da famiglie e imprese: la diminuzione registrata negli ultimi due anni è pari a 28,8 miliardi (-19,34%) da 149,04 miliardi a 120,2 miliardi. Sostanzialmente stabile e rilevante, nella mappa dei sottoscrittori di debito, il peso degli investitori stranieri: il totale di Bot e Btp in mano alle grandi banche mondiali e alle istituzioni finanziarie internazionali è passato da 741,08 miliardi a 736,5 miliardi con una regressione di 4,5 miliardi (-0,62%) che porta dal 34,10% al 32,17% la quota complessiva.

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