Mercoledì, 2 Dicembre 2020

La pensione dopo 41 anni per i lavoratori fragili

Oggi l’incontro con i sindacati in vista della manovra. Stretta finale su Ape sociale, esodati e Opzione donna

Il governo studia l'uscita dal lavoro dopo 41 anni per i lavoratori fragili. Oltre ad Ape Sociale, pensionamento dei precoci, opzione donna e soluzioni per gli esodati. Oggi ci sarà l'incontro tra i tecnici del ministero del Lavoro e Cigl, Cisl e Uil e si parlerà proprio di quota 41, che secondo le intenzioni del governo dovrebbe essere estesa dando ancora l'opportunità di andare in pensione a cardiopatici, malati oncologici e immunodepressi. 

La pensione dopo 41 anni per i lavoratori fragili

Ma la definizione precisa delle categorie, spiega oggi il Messaggero, dovrebbe essere ampliata anche perché attualmente possono andare in pensione a prescindere dall’età coloro che hanno versato 41 anni di contributi, di cui 12 mesi prima dei 19 anni. I lavoratori precoci però dovranno avere anche altri requisiti: essere disoccupati dopo essere stati licenziati e aver terminato l'indennità di disoccupazione, oppure avere un'invalidità certificata del 74% o prendersi cura di un familiare con handicap, oltre a quella più importante: essere addetti a mansioni gravose e usuranti. 

La nuova richiesta dei sindacati sulla quale il governo sta riflettendo prevederebbe, invece, l’eliminazione di questi requisiti, al fine di permettere a tutti i lavoratori considerati precoci di accedere alla pensione anticipata. La misura verrebbe poi allargata anche a tutti i lavoratori fragili. Tra le misure sulle quali si sta ragionando c’è anche l’estensione ai lavoratori delle imprese con meno di mille dipendenti i contratti di solidarietà espansiva per accompagnare le persone dal lavoro alla pensione, creando opportunità occupazionali per i giovani.

Si ipotizza inoltre l’adozione di un sistema misto per quanto riguarda l’isopensione, ovvero lo scivolo verso la pensione pagato ora interamente dall’azienda fino alla maturazione del diritto del lavoratore. Per questa ragione, i sindacati chiedono di prevedere tre anni di Naspi in modo da ridurre il peso per le aziende che al momento l’hanno usato molto poco perché troppo oneroso. Quanto alla riforma vera e propria, che servirà ad alleggerire l’impatto della fine di Quota 100, al momento il confronto non è iniziato.

Ma è probabile che si ragioni più sui tipi di lavoro («Per tanti lavori usuranti non possiamo prospettare una vita lavorativa lunga: dobbiamo avere il coraggio di differenziare» ha chiarito nelle scorse settimane il premier, Giuseppe Conte) che su un’uscita anticipata uguale per tutti perché quest’ultima comporterebbe costi eccessivi.

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