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Giovedì, 20 Gennaio 2022
Facciamo il punto

Pensioni: cosa cambia nel 2022 (e a quanto ammonta l'assegno medio)

Quota 102, ape sociale rafforzata, opzione donna prorogata: cosa è previsto in ambito previdenziale con l'arrivo del nuovo anno. E poi la riforma che dovrebbe scattare nel 2023. Con un'incognita: i giovani con carriere discontinue a livello contributivo

Anno nuovo, pensioni nuove. O quasi. Il superamento di quota 100, sostituita solo per un anno da quota 102, l'ape sociale rafforzata, la proroga di opzione donna e il taglio dei contributi per lavoratori edili e ceramisti. Sono queste le principali novità in materia di pensioni previste nel 2022. Andiamo con ordine, partendo da una certezza: dal primo gennaio 2022 diciamo addio a quota 100. Con la nuova quota 102 si potrà lasciare il lavoro al raggiungimento dei 64 anni di età (tre anni prima del requisito necessario per la pensione di vecchiaia), se si hanno almeno 38 anni di contributi. Questo regime è per il momento previsto solo per il 2022.

Pensioni 2022: cosa cambia, da quota 102 all'ape sociale rafforzata

Cosa cambia, in sostanza? Secondo le stime del governo, con quota 102 andranno in pensione 16.800 lavoratori nel 2022, 23mila nel 2023, 15mila nel 2024 e 5.500 nel 2025. Per chi raggiunge i requisiti di accesso a quota 102 entro il 31 dicembre 2022, è infatti data la possibilità di accedere alla misura in un momento successivo. Nel complesso serviranno circa 1,7 miliardi fino al 2025. L'assegno medio con quota 102 dovrebbe aggirarsi attorno ai 26mila euro annui.

Non solo, perché nella manovra è stata prorogata opzione donna senza revisione dei requisiti. Ciò vuol dire che le lavoratrici potranno andare in pensione anche nel 2022 a 58 anni d'età (59 anni se autonome) e 35 di contributi. L'assegno sarà però calcolato interamente con il metodo contributivo. L'ape sociale, invece, è stata prorogata al 2022 e rafforzata. In particolare, è previsto l'ampliamento della platea dei lavoratori ammessi all'anticipo pensionistico per determinate categorie. Questi lavoratori potranno andare in pensione a 63 anni con 36 anni di contributi (30 se disoccupati, disabili o caregiver), prendendo un assegno mensile fino a 1.500 euro lordi, fino al conseguimento dei normali requisiti di pensionamento.

Sono anche stati aggiunti nuovi lavori alle cosiddette attività gravose che accedono all'ape. Nell'elenco ci sono: insegnanti di scuola primaria e pre-primaria; tecnici della salute; magazzinieri; professioni qualificate nei servizi sanitari e sociali; estetisti; professioni qualificate nei servizi personali; artigiani, operai specializzati, agricoltori; conduttori d'impianti e macchinari per l'estrazione e il primo trattamento dei minerali; operatori d'impianti per la trasformazione e la lavorazione a caldo dei metalli. Previsto nel 2022 anche il taglio dei contributi per gli edili e i ceramisti. Basteranno 32 anni di contributi e 63 anni d'età per chiedere l'ape. Nel complesso, si prevede che l'anticipo pensionistico interessi 21.200 persone con un costo di 141,2 milioni per il prossimo anno.

La riforma delle pensioni nel 2023

La riforma delle pensioni dovrebbe scattare nel 2023 ed è stata avviata con i primi incontri a fine dicembre. Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto di superare la legge Fornero, evitando provvedimenti di breve periodo. Le sigle sindacali chiedono flessibilità in uscita con la possibilità di pensionamento anticipato a 62 anni o con 41 anni di contributi a prescindere dall'età anagrafica. Ovviamente, in questo caso scatterebbero penalizzazioni e il calcolo dell'assegno di pensione sarebbe interamente contributivo.

I tecnici del Mef, come indicato nel dossier finale della Commissione tecnica sulla riforma previdenziale, hanno inserito tra le possibilità l'accesso alla pensione, calcolata con metodo contributivo, con almeno 64 anni d'età e (almeno) 20 di contribuzione. Una via d'uscita già prevista dalla legge Fornero ma soltanto per i lavoratori totalmente "contributivi", ovvero le persone che hanno iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995.

Le altre opzioni e la proposta di Tridico

Tra le ipotesi allo studio quella con la quale verrebbe stabilita una soglia anagrafica minima a 62 anni, accompagnata da un requisito contributivo più alto. Non più 20 anni di contributi versati dal lavoratore ma 25. Alcuni mesi fa la Lega aveva poi ipotizzato una quota 104, ossia l'uscita anticipata con almeno 63 anni d'età e 41 di contributi. Misura che si avvicina anche alla proposta dei sindacati di una quota 41 che prevede l'uscita del lavoratore dal mercato con 41 anni di contributi senza alcun vincolo anagrafico.

C'è poi il disegno avanzato dal presidente dell'Inps, Pasquale Tridico. Prevede l'anticipo della pensione tra i 62 e 64 anni d'età della sola quota contributiva dell'assegno. Mentre la restante parte dell'assegno, calcolato con sistema retributivo, verrà dato al lavoratore al raggiungimento della soglia di vecchiaia dei 67 anni. Il tutto con almeno 20 anni di contributi versati. L'ipotesi sarebbe per Tridico "sostenibile" dal punto di vista finanziario con un aggravio di circa 2,5 miliardi per i primi tre anni e risparmi a partire dal 2028.

L'incognita giovani

I sindacati, poi, hanno segnalato la necessità di introdurre una pensione di garanzia per i giovani con carriere discontinue a livello contributivo. Cgil, Cisl e Uil ribadiscono infatti come il modello previdenziale italiano sia tarato su uno schema classico di lavoro: a tempo pieno indeterminato. Una realtà superata, che ha bisogno di modelli nuovi. Al momento, però, nessuna proposta è stata avanzata per le nuove generazioni. Staremo a vedere.

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