Giovedì, 23 Settembre 2021
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Pensioni, è nebbia fitta: cosa succede dopo Quota 100 e chi potrà lasciare il lavoro dal 31 dicembre

Chi pensava che l'estate sarebbe stata foriera di novità resterà deluso. Procede al rallentatore il confronto tra Governo e parti sociali sulle pensioni: le ipotesi più forti e quelle più deboli

Pensioni, è nebbia fitta sul dopo Quota 100. Chi pensava che l'estate sarebbe stata foriera di novità resterà deluso. Procede al rallentatore il confronto tra Governo e parti sociali sulle pensioni, quando mancano quattro mesi e mezzo alla fine naturale di Quota 100. La decisione di non prorogare la forma di pensionamento anticipato introdotta nel 2019 sperimentalmente per 3 anni, voluto dalla Lega, è l'unica sicurezza. Il rischio scalone all'orizzonte non è stato ancora scongiurato e non pare esserci nel governo un'unità d'intenti in grado di sbrogliare la matassa a breve termine. 

Il rischio scalone dal 1 gennaio 2022 per chi va in pensione

Sono due i capisaldi: nessuno vuole tornare alla "vecchia" legge Fornero e servono nuovi meccanismi di flessibilità in uscita. Infatti ora come ora la pensione di vecchiaia (la legge Fornero) prevede il ritiro dal lavoro a 67 anni e un’anzianità contributiva minima di anni 20, nonché, della pensione anticipata senza il vincolo dell’età anagrafica ma con solo il requisito contributivo da rispettare che porta a 42 anni e 10 mesi per i lavoratori e poco meno di un anno per le lavoratrici, ossia 41 anni e 10 mesi. Quota 100, lo ricordiamo, consente di anticipare la pensione a 62 anni di età con 38 di contributi fino al 31 dicembre 2021, dal primo gennaio si tornerebbe alle regole di prima e quindi allo "scalone" di cinque anni di età. Di colpo il pensionamento sarebbe accessibile solo a partire dai 67 anni di età. Si andrebbe verso scenari molto complessi. Ad esempio: dal 31 dicembre 2021, senza un’eventuale armonizzazione, per gli esclusi ci sarà un aumento secco di cinque o sei anni dei requisiti di pensionamento. Ecco un caso limite: Mario e Giovanni hanno lavorato 38 anni nella stessa azienda solo che il primo è nato nel dicembre del 1959 e il secondo nel gennaio del 1960. Mario andrà in pensione (se lo vorrà) a 62 anni, mentre Giovanni dovrà optare tra un pensionamento anticipato con 42 anni e 10 mesi nel 2026 o il pensionamento di vecchiaia con 67 anni e nove mesi, addirittura nel 2029. Talee scalone andrebbe persino oltre quello della vecchia riforma Maroni (legge 243/2004), quando fu introdotta una differenza di tre anni lavorativi tra chi avrebbe maturato il diritto alla pensione il 31 dicembre del 2007 e chi lo avrebbe fatto il primo gennaio del 2008. In quegli anni per evitare che a circa 130mila lavoratori venisse impedito di andare in pensione subito si fece la riforma Damiano, con un aumento della spesa pensionistica "monstre", di 65 miliardi, nel decennio che seguì.

La pensione anticipata si ottiene perfezionando un requisito di natura contributiva. Nel dettaglio, a oggi il requisito contributivo è pari a 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne, 42 anni e 10 mesi per gli uomini, senza differenza fra lavoratori dipendenti privati, pubblici o autonomi. Come previsto dalla riforma Fornero, il requisito contributivo necessario a ottenere la pensiona anticipata avrebbe dovuto essere periodicamente adeguato all’aspettativa di vita. Con l’introduzione di Quota 100 e delle successive disposizioni attuative, gli adeguamenti sono stati sospesi fino al 31 dicembre 2026.

Un'altra possibilità per andare prima in pensione è quella nota come  isopensione. Si tratta di un prepensionamento attivabile dai datori di lavoro con più di 15 lavoratori, con costi unicamente a carico dell’azienda. Permette un anticipo dell’accesso a pensione fino a 7 anni nel caso di esodi collocati entro il 30 novembre 2023. 

Qualche semi-certezza c'è però: scadono infatti a fine 2021 anche Opzione donna con cui le lavoratrici possono uscire dal mondo del lavoro a 35 anni netti di contribuzione e 58 anni di età anagrafica, per le subordinate, 59 anni per le lavoratrici autonome e l’Ape sociale, sussidio erogato in attesa del raggiungimento dell’età pensionabile rivolto ai contribuenti di entrambi i sessi che hanno compiuto 63 anni e con 30-36 anni di contributi versati. Dovrebbero essere rinnovate entrambe anche per i prossimi anni, non ci sono particolari dubbi in tal senso.

Pensioni: cosa succede dopo Quota 100

Sono numerose le ipotesi per la sostituzione di Quota 100, ad esempio circola da tempo la suggestione Quota 41 (ovvero pensionamento per chiunque abbia 41 anni di contributi a prescindere dall'età anagrafica): ma sarebbe difficilmente sostenibile per i conti pubblici: si parte da un costo di oltre 4,3 miliardi il primo anno, a salire. La suggestione resterà molto probabilmente tale. 

Le sigle sindacali puntano a trovare la quadra su una flessibilità molto ampia, chiedono in pratica un intervento complessivo sulla previdenza che parta dalle indicazioni contenute nella loro proposta unitaria, a cominciare dall'introduzione di flessibilità in uscita dopo i 62 anni d'età e dalla possibilità di pensionamento con 41 anni di contribuzione, senza però una Quota "fissa" come è stato in questi tre anni con Quota 100.

Più fattibile e sostenibile sembra a oggi la futura divisione della quota pensione in due quote: retributiva e contributiva. Lo disse pubblicamente per primo il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, in un  intervento al seminario 'Pensioni, 30 anni di riforme', ben quattro mesi fa. L'ipotesi prevede in pratica un "anticipo pensionistico solo per la parte contributiva: 62/63 anni e 20 anni di contributi. Il resto (la quota retributiva) lo si ottiene a 67 anni". In pratica si potrebbe prevedere "1 anno in meno per ogni figlio per madri lavoratrici, oppure aumento del coefficiente di trasformazione corrispondentemente e 1 anno in meno per ogni 10 anni di lavori usuranti/gravosi, oppure aumento del coefficiente di trasformazione corrispondentemente (semplificando la certificazione)". Inoltre il "blocco delle aspettative di vita per coorti". L'anticipo pensionistico per la parte contributiva si potrebbe quindi dare a 62-63 anni mentre il resto (la quota retributiva) la si otterrebbe solo anni dopo, a 67 anni. 

Secondo i calcoli dell'Inps l'opzione più percorribile meno costosa sarebbe proprio quella della possibilità di anticipo a 63 anni della sola quota contributiva. Ma è tutto "scritto sulla sabbia", certezze non ce ne sono. 

La richiesta che arriva da più parti per avere uin sistema pensionistico con regole semplici e valide per tutti, giovani e anziani, retributivi, misti e contributivi puri, rappresenta una sfida complessa. Se saranno mantenuti identici i requisiti per la pensione di vecchiaia con 67 anni di età adeguata alla aspettativa di vita e almeno 20 di contribuzione, l'ipotesi di Quota 102 per andare in pensione sarebbe fattibile con:

  • 64 anni di età anagrafica (indicizzata alla aspettativa di vita);
  • 38 anni di contributi di cui non più di 2 anni figurativi (esclusi dal computo maternità, servizio militare, riscatti volontari).

Non è certo però la più "invitante" delle ipotesi. Sarebbe tutto da stabilire il taglio dell’assegno fino alla naturale scadenza fissata a 67 anni. Seguendo la stessa logica, la pensione anticipata dovrebbe essere resa stabile con 42 anni e 10 mesi per gli uomini (1 anno in meno per le donne), svincolata dalla aspettativa di vita e togliendo qualsiasi divieto di cumulo tra lavoro e pensione e prevedendo altresì agevolazioni per le donne madri (ad esempio 8 mesi ogni figlio fino a massimo 24 mesi), per i caregiver (un anno) e per i lavoratori precoci (maggiorando del 25% gli anni lavorati tra i 17 e i 19 anni di età).

Qualcuno (molto ottimisticamente) rilancia l'ipotesi di una Quota 92, magari solo per i lavori usuranti. Nel dettaglio verrebbero abbassati di molto, in questo modo, gli anni di contribuzione tenendo conto delle difficoltà del mercato del lavoro e consentendo di uscire a 62 anni con 30 anni di contributi. Ma siamo davvero nel campo delle ipotesi.

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