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Giovedì, 13 Giugno 2024
Pensioni indegne

Le future pensioni dei 40enni sono già un disastro: le proiezioni categoria per categoria

Lo certifica la Corte dei Conti: versati contributi troppo esigui per avere una pensione dignitosa. Ma c'è chi si salva

Il sospetto c'era già, ma adesso dubbi di un'intera generazione si stanno trasformando in certezze. In Italia c'è un grande problema pensionistico che non riguarda solamente chi in pensione c'è già, ma soprattutto i lavoratori che dovranno andarci un domani. A ribadirlo arriva oggi anche uno studio della Corte dei Conti, inserito all'interno del  rapporto sul coordinamento della finanza pubblica 2023. La pubblicazione prende in considerazioni le proiezioni delle future pensioni di chi, nel 2020, aveva 40 anni. E le conclusioni non sono confortanti.  

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La tipologia del futuro pensionato povero 

Lo studio analizza la carriera e i contributi Inps di 1700 uomini e donne che, al 31 dicembre 2020, avevano 40 anni. Non è un campione esiguo: per gli autori dello studio sono rapresentativi di circa 800.000 lavorativi che rientrano esclusivamente nel sistema contributivo. Parliamo di una tipologia di calcolo pensionistico entrata in vigore nel 1996 dopo la riforma pensionistica varata da Dini. Il sistema contributivo ancora il futuro assegno pensionistico ai contributi versati nel corso di tutta la vita lavorativa. Fino a quella data era in vigore invece il sistema retributivo: le pensioni venivano erogate sulla base delle ultime retribizioni percepite. Uno spartiacque enorme tra le generazioni e tra quelli che saranno gli assegni di oggi e di domani. Anche perché se la base sono i contributi versati nella carriera, il nodo sono le retribuzioni. Più alte saranno quest'ultime, più alti saranno i contributi e i futuri assegni. E il problema è proprio questo. 

Il 28% dei lavoratori considerati aveva infatti una retribuzione lorda inferiore ai 20mila euro l'anno e conseguenti versamenti previdenziali molto bassi.

Lo studio ha segmentato quindi la platea di lavoratori in undici figure tipo, elencate sopra: lavoratori dipendenti privati, lavoratrici dipendenti private, lavoratori autonomi artigiani, lavoratori autonomi commercianti, lavoratori autonomi coltivatori diretti, lavoratori autonomi parasubordinati, "mobilitati/disoccupati", lavoratori del comparto sanitario, lavoratori del comparto Stato, lavoratori del comparto scuola e lavoratori del comparto Forze armate. 

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Come è facilmente intuibile solo poche categorie hanno un montante contributivo adeguato e una retribuzione media che genera un gettito pensionistico soddisfacente. In particolare parliamo dei professionisti delle forze armate e di quelli della sanità. Le situazioni più critiche si riscontrano invece per i lavoratori parasubordinati e autonomi (nella maggior parte dei casi si tratta di "lavoratori precari") e per i coltivatori diretti. Il montante contributivo è infatti la somma dei contributi versati nel corso della vita lavorativa, rivalutati ogni anno fino al conseguimento della pensione. È il parametro fondamentale del sistema contributivo in quanto il futuro assegno dipenderà da quanto si è versato.

Ma il montante contributivo dipende anche, nella maggior parte dei casi, dalle retribuzioni percepite nel corso della vita. Non è un caso che, se si passa alla seconda tabella relativa alle retribuzioni si scopre una sostanziale analogia fra la somma del montante contributivo e quelle delle retribuzioni medie. E, malgrado il nuovo studio della Corte dei Conti, non ci troviamo di fronte a una novità. Perché se si analizza il campione fornito dall'Inps relativo alle retribuzioni del 2021 dei lavoratori italiani, le cose sembrano andare addirittura peggio. 
 

Allargando lo sguardo all'intero campione di lavoratori (e non solo ai 40enni) è infatti il 40% dei lavoratori italiani ad avere una retribuzione lorda annuale inferiore ai quindicimila euro. Un trend che mette in difficoltà soprattutto le donne e i più giovani e per il quale c'è bisogno di invertire la rotta velocemente. 

I bassi salari sono un problema anche per l'Inps

Nonostante le riforme che si sono succedute nel tempo la nostra spesa pensionistica rimane una delle più alte d'Europa. Effetto delle pensioni retributive (generalmente più generose) che lo Stato eroga per le generazioni precedenti, ma non solo. Una delle variabili fondamentali è la crescita, in tutta Europa, ma in particolar modo in Italia, dell'età media della popolazione e degli anziani. Secondo l'Eurostat nel 2020 l'Italia devolveva il 17,6% del suo Pil per pagare le pensioni: una spesa inferiore solo a quella della Grecia e nettamente superiore a quella di altri paesi europei che ci sono vicini come Francia, Spagna o Germania.

La beffa però per i futuri pensionati è che mentre la spesa pensionistica tenderà progressivamente a diminuire nei prossimi anni, le persone con meno retribuzioni e più "buchi lavorativi" rischiano un assegno che li relegherà vicino alla soglia di povertà. E per capire cosa potrebbe succedere è sufficiente dare uno sguardo a uno studio del 2022 pubblicato da un gruppo di ricercatori dell'Università La Sapienza. 

Raitano 2022 in Rapporto sullo Stato Sociale a cura di Pizzuti, Raitano, Tancioni-6

Come si osserva facilmente dalle proiezioni, sono i lavoratori con carriere fragili e discontinue a essere più a rischio. Una dinamica quella dei buchi di contribuzione, derivanti da precariato e part-time involontario sconosciuta alle precedenti generazioni, che mette in discussione tutto il sistema previdenziale. 

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L'antidoto a questo trend che sembra ineluttabile? Per la Corte dei Conti è quello di favorire carriere più continue e salari più alti, puntando parallelamente su produttività e crescita economica. Il rapporto dei magistrati contabili cita anche la previdenza integrativa che potrebbes volgere un ruolo determinante per coloro che rischiano di percepire assegni troppo bassi. L'impressione è però che, chi percepisce oggi un salario basso e ha un lavoro intermittente, è troppo impegnato a sopravvivere per pensare anche al futuro, figurarsi a una pensione integrativa. Così un'intera generazione sta già rinunciando, più o meno consapevolmente, a una parte del suo futuro. 

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