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Giovedì, 27 Gennaio 2022
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Riforma pensioni: si lascerà il lavoro a 62 anni?

La prospettiva di andare in pensione in futuro solo a 70-71 anni è purtroppo realistica per i giovani di oggi se non si interviene strutturalmente. La riforma cui sono chiamati a lavorare da lunedì parti sociali e governo inizia da presupposti difficili: la quadra a partire dal 2023 si può trovare sulla base dei 62 anni di età e della massima flessibilità in uscita?

Sulle pensioni è necessario agire "già con questa legge di bilancio", continua a ripetere il leader della Cgil, Maurizio Landini, a Skytg24 Economia. "Lunedì siamo stati convocati - ha aggiunto - si avvii una vera riforma perché la legge Fornero così com'è non va bene". L'impegno di aprire un tavolo sulle pensioni, ha poi ricordato Landini, "è stato preso a novembre. Non so se è già un risultato dello sciopero, vedremo. Si apra una vera trattativa, un confronto con i sindacati. L'ascolto non basta". Il maggiore sindacato italiano preme sull'acceleratore, ma per il 2022 i giochi sono ampiamente fatti e la riforma delle pensioni parte in salita. Già settimane fa il governo si era dichiarato disponibile all’apertura di una discussione ma la chiamata di Draghi, in ogni caso, non ferma lo sciopero generale indetto per il 16 dicembre.

Senza riforma i giovani di oggi lasceranno il lavoro a 70 anni

I giovani che entrano oggi nel mercato del lavoro rischiano di andare in pensione a 70 anni e l'Inps prevede "un aumento dell'aspettativa di vita di due mesi ogni due anni dal 2033 e di tre mesi ogni due anni dal 2040" E, dunque, è "normale" che ci sia quella previsione. Così il presidente dell'istituto Pasquale Tridico durante la registrazione di Porta a Porta. Oggi come oggi è possibile ritirarsi dalla vita attiva in media a 61,8 anni, grazie alle "diverse opzioni disponibili" per andare in pensione in anticipo. 

La prospettiva di poter andare in pensione solo a 70-71 anni è realistica, allo stato attuale delle cose, se non si interviene strutturalmente. Lo scenario è stato delineato qualche tempo fa dal rapporto Pensions at a glance 2021, diffuso dall'Ocse. L'Italia, spiegava lo studio, "figura tra i sette Paesi dell'Ocse che collegano l'età pensionabile prevista per legge alla speranza di vita. In un regime Ndc (Notional Defined Contribution, in pratica il sistema contributivo, ndr) tale legame non è necessario per migliorare le finanze pensionistiche, ma mira a evitare che le persone vadano in pensione troppo presto con pensioni troppo basse e a promuovere l'occupazione in età più avanzata. In Italia, il requisito di futura età pensionabile 'normale' è tra i più elevati con 71 anni di età, come la Danimarca (74 anni), l'Estonia (71 anni) e i Paesi Bassi (71 anni), contro una media Ocse di 66 anni per la generazione che accede adesso al mercato del lavoro".

"In Italia e in questi altri Paesi - continuava l'Ocse - tutti i miglioramenti dell'aspettativa di vita vengono automaticamente integrati all'età pensionabile. In alternativa, la Finlandia e i Paesi Bassi trasmettono due terzi dei miglioramenti dell'aspettativa di vita all'età pensionabile". Per contro oggi "le diverse opzioni disponibili per andare in pensione prima dell'età pensionabile prevista dalla legge abbassano l'età media di uscita dal mercato del lavoro, pari mediamente a 61,8 anni contro i 63,1 anni della media Ocse".

In pensione da 62 anni con flessibilità

Anche per questo la riforma delle pensioni cui sono chiamati a lavorare governo e parti sociali parte da presupposti molto complicati. Da mesi i sindacati indicano i 62 anni come il limite giusto. Nel corso di un'audizione alla Commissione Lavoro alla Camera a ottobre, il segretario confederale della Cgil, Roberto Ghiselli aveva sollecitato il governo ad una rivisitazione complessiva del sistema" pensionistico con un nuovo approccio: mandare i lavoratori in pensione a 62 anni o con 41 anni di contributi a prescindere dall'età. Il passaggio da un sistema retributivo ad uno prevalentemente contributivo - è questo il ragionamento dei sindacati, non solo della Cgil - sta determinando un "cambio di paradigma" che permetterà di garantire più flessibilità in uscita. Infatti si sono esaurite le coorti interamente retributive fino al 2011 (sono circa 200.000 le persone ancora interamente nel retributivo) e chi andrà in pensione da ora in poi avrà almeno i 2/3 del proprio paniere previdenziale di natura contributiva. Tradotto in parole povere: si va verso una sempre minore incidenza sui costi dell'età di pensionamento, considerando l'effetto attuariale determinato dai coefficienti di trasformazione. Con l'inevitabile passaggio al sistema contributivo sarà possibile secondo la Cgil "un approccio completamente nuovo al tema". E in questo approccio la data del possibile pensionamento non sarà più considerata "come il momento dell'uscita ma come un intervallo di tempo entro il quale le persone sceglieranno il momento dell'uscita dal lavoro, sulla base delle diverse condizioni soggettive, professionali, famigliari, di salute, economiche". Abbassare l'età pensionabile costerà meno che in passato per le casse pubbliche: si può fare? Staremo a vedere.

62 anni è anche il cuore della proposta Tridico. Uno spunto messo sul tavolo (dalla primavera scorsa) del lungo dibattito che sta per iniziare. La proposta di Tridico è quella di andare in pensione dai 62-63 anni solo con la quota che si è maturata dal punto di vista contributivo. Il lavoratore uscirebbe dunque con l'assegno calcolato con il contributivo e aspetterebbe i 67 anni per ottenere l'altra quota, che è quella retributiva. Parallelamente sarebbero confermati o introdotti in caso di necessità strumenti ad hoc per tutelare i fragili, come gli oncologici e gli immunodepressi, che nella fase post Covid devono poter andare in pensione prima".

Trovare una convergenza tra governo, Inps e parti sociali non sarà semplicissimo. I sindacati non si smuovono per ora da due numeri: ovvero la possibilità di andare in pensione a 62 anni a prescindere dai contributi. Ma per le sigle sindacali anche quando un lavoratore arriva a 41 anni di contributi, a prescindere dall'età, deve avere la possibilità di andare in pensione. Il problema è che Quota 41 senza limite anagrafico secondo tutte le simulazioni costa "troppo". La proposta dei sindacati di fatto è comunque quasi esclusivamente incentrata sulla flessibilità, lasciando i lavoratori liberi di decidere quando è il momento giusto per uscire dal lavoro a partire dai 62 anni di età. "Se pagassimo subito tutta la pensione, indipendentemente dai contributi, a 62-63 anni, verrebbe meno la sostenibilità finanziaria - avvertiva Tridico - La mia è una proposta aperta ad altri innesti, che il ministro Orlando sta valutando, come la staffetta generazionale o le uscite parziali con il part-time. Ma non possiamo tornare indietro rispetto al modello contributivo. Il sistema previdenziale italiano è stato scolpito da due grandi riforme: la Dini del '95 e la Fornero nel 2011. È quello il nostro impianto ed è proprio qui dentro che dobbiamo incrementare i livelli di flessibilità, tenendo presente che abbiamo bisogno di equità e sostenibilità".

Quota 102 per le pensioni nel 2022

Quota 102 (pensione anticipata con 64 anni di età e 38 di contributi) "riguarderà un numero minimale di persone" mentre "occorre garantire un percorso strutturale di uscita e flessibilità" del sistema previdenziale ha spiegato la vice segretaria generale della Cgil, Gianna Fracassi, in audizione sulla manovra davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato.

Nel 2022 saranno 16.800 le persone che andranno in pensione con Quota 102. E' la stima contenuta nella relazione tecnica della manovra. L'assegno medio - si legge - è pari a 26 mila euro e in totale il prossimo anno il costo è di 175,7 milioni. Il numero dei potenziali beneficiari sale l'anno successivo arrivando a 23.500 per poi ridiscendere nel 2024 a circa 15 mila persone. In tutto, tra il 2022 e il 2025, la spesa per Quota 102 è di 1,7 miliardi. Contemporaneamente calano le risorse per finanziare Quota 100, che termina il prossimo anno e non viene rifinanziata: già nel 2024, gli "oneri" si riducono di 1,8 miliardi.

Per fronteggiare la scadenza di Quota 100 dal 31 dicembre ci sono solo misure a scadenza, ovvero la già citata Quota 102, la proroga dell’opzione donna , la proroga dell’Ape sociale con l’aumento delle mansioni gravose che ne possono beneficiare e l’ampliamento dei contratti di espansione. Ma sono tutte misure a scadenza il 31 dicembre 2022, e nessuna di queste può essere la soluzione per regalare ai lavoratori maggiore flessibilità in uscita. La strada della riforma si preannuncia irta di ostacoli.

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