Giovedì, 17 Giugno 2021
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In pensione a 64 anni: cosa può cambiare dopo Quota 100

La Corte dei conti ha definitivamente bocciato Quota 100 rimarcando la necessità di superare il sistema che scade a fine anno. Cosa succederà dopo il 31 dicembre 2021 non è chiaro. Non c'è solo Quota 41 tra le ipotesi più accreditate

Il rebus pensioni è sempre più intricato. La Corte dei conti ha definitivamente bocciato Quota 100 rimarcando la necessità di superare il sistema che scade a fine anno. Cosa succederà dopo il 31 dicembre 2021 non è chiaro. La soluzione ipotizzata dalla Corte sarebbe quella di "costruire un sistema di uscita anticipata che converga su un’età uniforme per lavoratori in regime retributivo e in regime contributivo puro". Più facile a dirsi che a farsi. Dopo la bocciatura nel report dell’anno scorso dove la misura del Conte 1 veniva definita senza troppi giri di parole "insostenibile", la necessità di superare il sistema è stata sottolineata dai magistrati contabili anche nel Rapporto 2021 sul coordinamento della finanza pubblica. 

Pensioni da 64 anni: cosa potrebbe succedere a gennaio 2022

Quota 100 è "piaciuta" meno del previsto. Il report della Corte dei conti riporta anche il numero di pensioni liquidate con Quota 100 al 31 gennaio 2021. Complessivamente sono state 278mila. Dei 19 miliardi abbondanti stanziati dal “Conte 1” per i tre anni di vita dei pensionamenti anticipati con almeno 62 anni d’età a 38 di contribuzione (e al netto dell’effetto “trascinamento” sugli anni successivi) ad oggi, a sette mesi dallo stop, ne sarebbero stati operativamente impegnati circa due terzi, forse meno. Non un successo. Ma è tempo di guardare avanti.

Ora come ora ai lavoratori in regime pienamente contributivo, ossia coloro che hanno cominciato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996, la legge già consente di andare in pensione a 64 anni con 20 anni di anzianità contributiva e un assegno di importo pari a 2,8 volte l’assegno sociale. Adesso per fare in modo che non ci sia una eccessiva differenza di trattamento tra lavoratori che sono entrati nel mondo del lavoro a poca distanza gli uni dagli altri, i magistrati invitano a trovare un’età comune per tutti, ma non arrivano a stabilirla. La sintesi "ventilata" è quella del pensionamento anticipato a 64 anni per tutti coloro che abbiano almeno 20 anni di contributi versati. Per tutti, anche per chi rientra nel sistema misto, contributivo e retributivo. Non c'è però alcuna certezza sul fatto che si vada davvero in quella direzione.

Gli ostacoli sono numerosi: la base di partenza inevitabile è che per rendere realtà una ipotetica pensione agevolata a 64 anni per tutti, si dovrebbe probabilmente introdurre una penalizzazione sull’importo dell’assegno (nel senso di una applicazione del sistema interamente contributivo anche per chi ricadrebbe nel sistema misto) così da rendere la misura non troppo impattante sui conti pubblici.

Insomma, l'idea sarebbe quella di concedere la pensione a 64 anni a chi ha iniziato a lavorare prima del 1996 e a chi rientra nel sistema retributivo o misto (per evitare disparità di trattamento). Nell'Italia del 2021 invece solo i contributivi puri possono uscire a 64 anni di età e per loro bastano 20 di contributi, a condizione che la pensione maturata raggiunga una determinata soglia di importo. Ma un ricalcolo contributivo dell’assegno mensile anche per chi avrebbe diritto al calcolo misto (economicamente più vantaggioso) potrebbe non essere soluzione gradita a tutti. Staremo a vedere.

Ipotesi Quota 41 per tutti

Per qualcun altro la strada da percorrere resta quella di Quota 41 (la possibilità di uscita con 41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica). Un mese fa i segretari di Cgil, Uil e Cisl hanno presentato al Governo Draghi un documento in 11 punti con alcune ipotesi per superare Quota 100. Una delle proposte ruota intorno all’età di pensionamento flessibile a partire da 62 anni, oppure con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età. L’idea sarebbe che chi ha iniziato a lavorare prima del 1996 possa andare in pensione, senza penalizzazioni, a partire dai 62 anni o con 41 di contributi. Mentre chi ha cominciato invece a lavorare dopo il 1996, con assegno interamente contributivo, vedrebbe ridotto l’importo maturato per accedere alla pensione anticipata da 2,8 a 1,5 volte l’assegno sociale. Non è dato sapere quanti lavoratori a conti fatti accetterebbe un assegno inferiore alle attese.

Sul tavolo ci sono sempre il contratto di espansione e l’isopensione, accordi tra aziende e sindacati che permettono di uscire dal lavoro fino a 5 o 7 anni prima, ma a condizione di un certo numero di nuove assunzioni. Si lstudia se ampliare la platea dei possibili beneficiari del contratto di espansione a più imprese nel 2022 e  permettere a un numero maggiore di lavoratori di poter accedere a tale forma di pensionamento anticipato. Opzione Donna e Ape sociale dovrebbero essere rinnovate. Le altre ipotesi sono Quota 102 (che però sarebbe un evidente peggioramento per tutti rispetto a Quota 100, Quota 92 (a fronte di un ricalcolo interamente contributivo della pensione).

Tridico suggerisce invece una doppia quota: ovvero andare in pensione anticipata a 62/63 anni con almeno 20 di contributi per la sola parte contributiva maturata, mentre la quota retributiva sarà disponibile una volta raggiunti i 67 anni

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