Sabato, 13 Luglio 2024
L'allarme

Stipendi bassi poi pensioni da fame: così molti rischiano di versare contributi inutilmente

In molti cercano una soluzione per la vecchiaia investendo nella previdenza complementare: per tanti italiani la prospettiva è quella di una pensione di fatto equiparabile all'assegno sociale

Claudio oggi ha 40 anni, si trova a cambiare spesso lavoro, senza riuscire a mettere da parte molto. Anno 2050, Claudio riesce finalmente ad andare in pensione. Classe 1979 ha più di 70 anni e, dopo aver fatto il magazziniere, l'addetto alla sicurezza, il cassiere e il commesso in un supermercato nel corso della sua vita, ha collezionato molti lavori. Negli ultimi anni ha avuto più difficoltà a trovare lavoro per via della massiccia diffusione dell'automazione e dell'età avanzata. È a tutti gli effetti un anziano solo, senza una casa di proprietà nè previdenza integrativa. Come lui tanti altri, anziani come ormai un terzo della popolazione italiana, vivono in povertà. In molti si chiedono dove siano finiti i contributi che hanno versato in una vita di lavoro frammentaria e difficile. 

"Il problema sono il Pil e i salari, non le pensioni" 

Se lo scenario vi sembra apocalittico torniamo pure al 2024. Per la maggior parte dei lavoratori italiani l'orizzonte pensionistico è oggi delineato dal sistema contributivo, almeno per chi ha cominciato a lavorare da metà anni '90 in poi. Semplificando estremamente: se con il retributivo la pensione era parametrata sull'ultimo stipendio percepito nel corso della carriera, con il contributivo è proporzionale ai contributi versati nel corso della vita lavorativa, rivalutati con un tasso di rendimento basato sull'andamento del Pil nazionale. 

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“Il sistema contributivo per i conti pubblici è una buona architettura. Per le persone non è altro che lo specchio dell’intera carriera lavorativa: non ci sono meccanismi redistribuivi, né forme di pensione minima. Quindi tutti quei lavoratori che hanno avuto una vita lavorativa anche lunga, ma magari discontinua e poco remunerativa, rischiano di avere pensioni basse. Il problema quindi è a monte: nei bassi salari, nel numero di ore lavorate, nelle carriere intermittenti e nella scarsa crescita generale dell'economia" spiega a Today.it il professor Michele Raitano, docente di Politica Economica alla Sapienza di Roma ed esperto di tematiche previdenziali. 

E per accorgersi che in Italia esistano degli evidenti problemi salariali basta guardare i dati forniti dall'Ocse. 

L'Italia è l'unico paese a fare segnare una riduzione dei salari negli ultimi 30 anni. Se rapportiamo i dati al reale potere d'acquisto, come nel grafico, la nostra paralisi è evidente anche rispetto a molti altri paesi europei. Tutto questo si traduce automaticamente in basse contribuzioni, specialmente per chi lavora part-time e ha occupazioni precarie, per chi ha versato nella cosiddetta "gestione separata", e per tutti quelli che, come abbiamo documentato in molte nostre inchieste, sono obbligati ad accettare retribuzioni in "nero" o in "grigio", ovvero in parte erogate nella busta paga, in parte fuoribusta.

Ma per avere maggiormente il polso di ciò che sono diventati i salari italiani, è sufficiente dare uno sguardo all'ultimo prospetto statistico elaborato dall'Inps e relativo al 2022. 

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Nel 2022: il 37,5% dei dipendenti italiani ha guadagnato meno di 15mila euro lordi all'anno. Parliamo complessivamente di più di 6 milioni di lavoratori dipendenti. La percentuale scende ovviamente se si guarda a chi lavora full time e si assottiglia ancora se si guarda a chi ha un lavoro a tempo pieno e indeterminato. Anche in questo caso il problema però sono quei milioni di lavoratori che hanno contratti inferiori a un anno e che lavorano a tempo parziale. 

Precari oggi, poveri domani: ecco le pensioni che ci aspettano

Per quest'ultimi, dopo una vita di difficoltà lavorative, potrebbe nascondersi una vera e propria beffa: "Se si ha una carriera poco remunerativa, quello che si prende di pensione rischia di essere di poco superiore a quello che si percepisce di assegno sociale. Se si versano i contributi e si ottiene, ad esempio, un assegno mensile di 700 euro, di poco superiore all'assegno sociale che, nel 2024, è fissato a 534 euro, svaniscono di fatto i pregi dello schema contributivo che dovrebbe incoraggiare i lavoratori a contribuire" spiega Raitano.

Ma non solo: si rischia anche di trovarsi di fronte a molti anziani poveri in un contesto che potrebbe non essere semplice. Nel 2042, secondo il ministro dell'Economia e delle Finanze Giorgetti, si rischia di perdere fino al 18% di Pil se non si inverte il trend demografico. Un monito che non autorizza nessuno a dormire sonni tranquilli. 

"Ritorno al futuro": perché servono dei correttivi urgenti a partire da oggi

Ma la sensazione è che, anche se riuscissimo a invertire il trend demografico e produttivo, saremmo comunque in ritardo. "Anche se domani riuscissimo a risolvere tutti i problemi del nostro mercato del lavoro, ci ritroveremmo comunque ampi pezzi di vite lavorative e contributive povere e frammentate. Certo, anche la previdenza complementare può essere una soluzione, ma non è accessibile a tutti, per i più fragili serve lo Stato" osserva il professor Michele Raitano. Per averne un'idea è sufficiente guardare ad alcune previsioni basate sull'anzianità. 

Per avere un’idea di quello che potrebbe aspettarci basta guardare a uno studio sulla retribuzione media dei lavoratori che hanno cominciato a lavorare tra il 1996 e il 1998. 

A 20 anni di distanza sono pochissimi quelli che possono vantare una continuità lavorativa e una retribuzione dignitosa: un'evidenza che pone l'urgenza di correttivi. Ad esempio quello di una "pensione di garanzia".

"La pensione contributiva di garanzia consiste in un 'pavimento' all’importo della pensione contributiva, ispirato a criteri di giustizia sociale e di entità legata all’età in cui ci si ritira e alla lunghezza della vita attiva per essere coerente con la logica del contributivo, che dovrebbe incentivare a versare i contributi e non lavorare in nero perché ogni euro versato sarà qualcosa in più" spiega Raitano, primo ideatore della proposta. 

Le future pensioni dei 40enni sono già un disastro: le proiezioni categoria per categoria

L'idea è, dunque, quella di una soglia di garanzia che cresce quanto più si è attivi e quanto più tardi si va in pensione. Una misura di tutela pensata per chi ha carriere frammentarie e discontinue e che potrebbe prendere meno di quanto si reputa equo che venga garantito. Un meccanismo che si basa, di fatto, sulla ridefinizione della formula di calcolo delle pensioni. L'obiettivo è garantire un livello minimo delle prestazioni basata sulla carriera del singolo lavoratore. 

E la premessa fondamentale è una: "Il problema è che il Paese non arretri, perché in questo caso le pensioni possono essere garantite anche con altre risorse, ad esempio con la fiscalità generale - spiega Raitano che aggiunge - Il sistema contributivo ha tanti pregi, ma si è persa di vista una cosa: non si può garantire automaticamente con questo sistema in minimo a chi ha carriere svantaggiate. E andrebbe permesso ai lavoratori di uscire prima dal mondo del lavoro, magari permettendogli di percepire un assegno inferiore, ci vorrebbe più flessibilità". 

In un mondo ideale quindi, il nostro Claudio riceverebbe comunque una pensione che gli permetterebbe di pagare un affitto o dei servizi sanitari, o magari sarebbe andato in pensione prima, prelevando quel poco (o tanto) che gli spettava per dedicarsi ad altro. Quello che è certo è che in un mondo che cambia freneticamente le regole non possono essere quelle del secolo scorso: a partire da quelle del Welfare. 

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