Domenica, 25 Luglio 2021
Economia

Pensioni, scoppia il caso giovani: si rischia di lavorare fino a 75 anni

Il presidente Boeri: "Livelli di disoccupazione giovanile intollerabili, va modificato l'attuale istituto pensionistico". Quanto prenderemo davvero di pensione? I calcoli del Corriere della Sera: un dipendente 30enne con un reddito attuale di mille euro netti al mese andrà in pensione di vecchiaia nel 2056. Con un'interruzione contributiva anche cinque anni dopo

Non è un futuro per giovani

"Noi le nostre proposte le abbiamo fatte ormai quasi un anno fa e le abbiamo presentate al governo. A ottobre le abbiamo rese pubbliche. Il nostro contributo lo abbiamo dato, adesso spetta alla politica decidere cosa fare. Io mi auguro che qualcosa venga fatta". Il presidente dell'Inps, Tito Boeri, ritorna sulla necessità di modificare l'attuale istituto pensionistico e sottolinea che "sicuramente il tema dell'uscita flessibile è un tema che va affrontato non fra cinque anni ma adesso".

L'APERTURA DEL MINISTRO PADOAN - Cosa fare? Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, dal canto suo difende le stime del governo sull'ecomomia del Paese. E in audizione davanti alla Commissione bilancio della Camera sottolinea come la "ripresa aumenterà e con lei l'occupazione. I conti pubblici migliorano, la pressione fiscale scende" grazie a "una politica fiscale rigorosa e misure espansive e riforme strutturali" che continuano nonostante il peggioramento del quadro" internazionale e geopolitico "di cui le nostre previsioni tengono conto". Miglioramenti che permettono al ministro di aprire a una revisione del sistema pensionistico, "uno dei pilastri delle nostra sostenibilità che l'Europa ci riconosce". Anche per questo secondo Padoan "ci sono margini per ragionare sugli strumenti e sugli incentivi, e sui legami tra sistema pensionistico e mercato del lavoro per migliorare le possibilità" sia di chi deve entrare sia di chi deve uscire. Padoan è quindi "favorevole a un ragionamento complesso" sul tema delle pensioni.

DRAMMA DISOCCUPAZIONE - Secondo Boeri "c'è una penalizzazione molto forte dei giovani e dato il livello della disoccupazione giovanile che colpisce la generazione più istruita di sempre rischiamo di avere delle intere generazioni perdute all'interno del nostro Paese. Noi invece abbiamo bisogno di quel capitale umano". Per il presidente dell'Inps è quindi "molto importante fare questa operazione in tempi stretti. I livelli della disoccupazione giovanile sono assolutamente intollerabili in Italia".

SCENARIO TIPO - "Abbiamo voluto studiare una generazione che può essere indicativa - ha spiegato il presidente dell'Inps - quella del 1980 e abbiamo ricostruito l'estratto conto previdenziale. Abbiamo preso in considerazione i lavoratori dipendenti, ma anche gli artigiani, persone che oggi hanno 36 anni e che probabilmente a causa di episodi di disoccupazione vede una discontinuità contributiva di circa due anni. Due anni senza contributi". Secondo Boeri "ora se la generazione 1980 dovesse andare in pensione con le regole attuali che prevedono i 70 anni, con l'interruzione contributiva registrata ci andrà dopo due-tre o anche cinque anni perché non ha i requisiti minimi".

 

QUANTO AVREMO DI PENSIONE? - E intanto sette milioni di italiani riceveranno entro fine anno la busta arancione con le stime Inps sulla previdenza pubblica futura. Un aiuto, che però rischia di fornire numeri troppo ottimisti, secondo il Corriere della Sera. I calcoli, infatti, sono fatti con un Pil che cresce all’1,5% e una vita lavorativa senza buchi contributivi. Il Corsera fa alcuni esempi pratici, come quello di un dipendente trentenne con un reddito attuale di mille euro netti al mese:

Andrà in pensione di vecchiaia nel 2056 con un vitalizio di 1.749 euro lordi, il 75% di una retribuzione finale che, sempre al lordo delle tasse, sarà pari a 2.330 euro al mese. Al netto delle tasse, l’assegno mensile sarà di millequattrocento euro. Se, invece, si assumono ipotesi più realistiche sull’andamento del Pil (Prodotto interno lordo), uno dei parametri fondamentali a cui sono indicizzate le rendite pubbliche e sulla dinamica di carriera, l’assegno sarà pari a 1.217 euro lordi, il 95% di una retribuzione finale decisamente più bassa, 1.284 euro al mese.

Al netto delle tasse, insomma, l’assegno sarà di 1.029 euro: cioè quattrocento in meno rispetto alle proiezioni Inps.

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