Pensioni, Quota 100 e il turnover che arranca: più di un posto su 2 rimane scoperto 

Secondo le stime dell'Osservatorio dei consulenti del lavoro, nel terzo trimestre del 2019 il tasso di sostituzione è stato del 42%: su 10 lavoratori andati in pensione, i giovani assunti sono stati quattro

Foto di repertorio

Quota 100 sì, Quota 100 no? Il tema pensioni è sempre caldo per i contribuenti italiani e la misura introdotta lo scorso anno, che permette l'uscita anticipata dal lavoro per chi ha 62 anni di età e 38 di contributi, è senza dubbio una di quelle che ha generato maggior dibattito. A meno di stravolgimenti la misura andrà ad esaurimento nel 2021, ma in molti ne hanno già chiesto l'abolizione, definendola costosa, iniqua e inutile, ponendo l'accendo sul problema del turnover, ossia il ricambio tra i lavoratori che lasciano e quelli che ne dovrebbero prendere il posto. Questa è stata la nota dolente di Quota 100 fino a questo momento, ma passando dalle parole ai numeri, qual è stata l'incidenza del ricambio generazionale nei primi sei mesi di applicazione? A calcolarlo è stato l'Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro.

Pensioni, il turnover con Quota 100 cresce (ma è ancora poco)

Secondo le stime effettuate al 3° trimestre 2019, il ricambio è stato pari al 42%, vale a dire che ogni 10 lavoratori andati in pensione con Quota 100, sono stati soltanto quattro (o poco più) i giovani assunti per rimpiazzarli. Praticamente più di un posto su due rimane “scoperto”. Un dato comunque in crescita rispetto alle precedenti stime effettuate nel mese di marzo, quando il tasso di sostituzione era al 37% e vedeva un rapporto di 1 giovane al lavoro ogni 3 lavoratori uscenti con Quota 100. Il turnover, secondo i consulenti del lavoro, sarebbe aumentato grazie agli ingressi dei giovani nel mercato del lavoro con un contratto di apprendistato

Una tesi commentata dal presidente della Fondazione Studi dei Consulenti del lavoro, Rosario De Luca, intervistato a 'Punti di vista', la rubrica della web tv di categoria: ''Il contratto di apprendistato risulta essere più conveniente per le aziende oggi dopo l'introduzione delle norme del decreto dignità, che hanno imposto dei limiti alle proroghe dei contratti a termine''. 

"Il nostro Osservatorio statistico - dichiara De Luca - ha incrociato i dati delle aziende che hanno perso dipendenti perché in pensione con Quota 100 con quelle che hanno assunto nuovo personale, grazie soprattutto a contratti di apprendistato".

Da questo incrocio è emerso che il tasso di sostituzione a settembre è salito al 42%, incrementando le opportunità di lavoro per i giovani. Eppure, le richieste per Quota 100 sono ancora inferiori rispetto alle aspettative che si era dato il governo precedente. A fronte di una platea di richiedenti stimata in 314mila pensionati (lavoratori autonomi, del settore privato e pubblico), le domande pervenute, secondo gli ultimi dati Inps, si attestano a circa 197mila e vedono al primo posto i lavoratori dipendenti del settore privato con circa 70mila istanze. Risultati positivi per Durigon, secondo il quale il governo aveva stimato al massimo 290/315mila persone in pensione comprendendo non solo Quota 100, ma anche opzione donna e Ape social.

Pensioni, Quota 100 divide 

"Noi - avverte Claudio Durigon della Lega - siamo arrivati ad oggi con 200 mila domande soltanto con Quota 100, altre 20 mila su opzione donna e altre 10 mila su Ape social. In totale siamo a 230mila domande". E il tasso di sostituzione dal prossimo anno potrebbe crescere ulteriormente, secondo l'ex sottosegretario al lavoro, che a margine della trasmissione ha dichiarato che "dal 1° gennaio 2020 con lo sblocco della assunzioni nella pubblica amministrazione il tasso di sostituzione con Quota 100 aumenterà, diventando 1 a 1 per legge". 

A chiedere l'abolizione della misura con la prossima legge di bilancio per consentire un utilizzo diverso delle risorse investite è invece Luigi Marattin di Italia Viva: "Ritengo Quota 100 la politica più ingiusta degli ultimi 25 anni", perché per i prossimi 3 anni "utilizza 22 miliardi di euro per mandare in pensione le persone indipendentemente dal lavoro che facevano. A tutti piacerebbe dire andate tutti in pensione a 60 anni, ma non ce lo possiamo permettere. Allora io preferisco mandare in pensione prima chi ha fatto un lavoro gravoso o usurante e utilizzare quei soldi per ridurre le tasse alle imprese e a chi lavora".

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