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Giovedì, 30 Giugno 2022
Verso la manovra

In pensione a 64 anni o Quota 41 subito: il piano dal 1º gennaio 2023

La Lega riapre il fronte previdenziale: "Stop Fornero". Per l'anno prossimo le ipotesi non mancano, ma la sensazione è che, vista la fragilità della maggioranza di governo, il rebus pensioni sarà risolto, anche stavolta, soltanto in extremis

"Il nostro obiettivo, e non ci fermeremo fino a quando lo avremo raggiunto, è cancellare definitivamente la legge Fornero e arrivare a Quota 41: azzerare una volta per tutte la legge Fornero, che di danni ne ha già fatti abbastanza", ha detto qualche giorno fa il segretario della Lega Matteo Salvini, parlando ad un comizio a Senago, in Lombardia. Che le pensioni tornassero al centro del dibattito politico, dopo mesi di calma piatta, era inevitabile. Perché la riforma è molto attesa, ed entro il 31 dicembre andrà trovata una quadra per impostare il dopo-Fornero.

Pensioni: chi lascerà il lavoro nel 2023

Il fronte previdenza si riapre e sarà un'estate calda. Salvini ha incontrato i sindacati la scorsa settimana trovando una scontata sponda sulla flessibilità in uscita. Nei comizi spinge su Quota 41, ma abbandonare la rotta tracciata dalla riforma del governo Monti non sarà una passeggiata. La coperta è corta, sempre. La Commissione europea ieri nel Country Report sull’Italia ha rimarcato come "la spesa per le pensioni sia destinata ad aumentare" a causa degli sviluppi sfavorevoli della demografia. Un paese sempre più vecchio, le varie deroghe alla alla legge Fornero, Quota 100,  Quota 102. Quando mancano solo sei mesi alla fine della misura che consente il pensionamento con almeno 64 anni d’età e 38 di contributi, si guarda a cosa succederà in futuro e a chi potrà lasciare il lavoro dal 1º gennaio 2023 in avanti.

La convergenza Lega-sindacati sulla flessibilità in uscita dal lavoro al raggiungimento dei 41 anni di versamenti ( o dai 62 anni di età) è un punto di partenza. D'altra parte anche per Pd, M5s e Leu, pur con ricette diverse, l'obiettivo è studiare un piano sostenibile. Il governo Draghi ha ribadito decine di volte che si dovrà, per forza di cose, rimanere assolutamente nel solco del metodo di calcolo contributivo. Da tre mesi, dallo scoppio della guerra, il tema pensioni è finito sulla sfondo. L'esecutivo ha dovuto dare priorità nella sua agenda ad altri dossier, a cominciare da quelli sulla crisi energetica e sul conflitto russo-ucraino. Ma a metà ottobre, tra 5 mesi al massimo, dovrà essere varata la manovra per il 2023. Con le pensioni al centro.

Il governo sarebbe intenzionato a proporre un riforma che permetterà di andare in pensione prima dei 67 anni previsti dalla Fornero, ma ricalcolando l’assegno col metodo contributivo perché la flessibilità in uscita sia sostenibile, in modo che non abbia cioè un impatto eccessivo sui conti pubblici. 

Quota 41 per (quasi) tutti?

C'è sempre su tavolo anche il piano Tridico, che "resiste" sempre in pole position (o quasi) tra le varie opzioni che circolano in vista della riforma. Il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, ha più volte rilanciato la proposta di erogare a chi lascia il lavoro a 64 anni solo la parte contributiva dell'assegno maturata fino a quel momento, per poi pagare la quota retributiva della pensione una volta raggiunti i 67 anni (il requisito di età fissato dalla Fornero). Il punto forte di questo piano è la sostenibilità per le casse dello stato. Secondo Tridico questo tipo di anticipo costerebbe infatti 400 milioni di euro l'anno. Una spesa molto inferiore rispetto ad esempio ai 10 miliardi di "Quota 41 per tutti". L'uscita dal lavoro per una  lista molto lunga di mansioni a prescindere dall’età con almeno 41 anni di contributi è uno scenario realistico. I due presupposti fondamentali per riformare il sistema pensionistico sono il definitivo superamento della Legge Fornero e la previsione di strumenti che incentivino la flessibilità in uscita dal mondo del lavoro. Quota 41 non sarebbe un compromesso al ribasso, ma secondo alcune stime circolate nei mesi scorsi il suo costo per le casse pubbliche sarebbe eccessivo.

A livello generale invece, il piano delle due quote di Tridico introduce un principio di equità sul quale si potrebbe trovare una convergenza, proprio perché non prevede penalizzazioni una volta compiuti i 67 anni, ma una riduzione per i soli primi 2-3 anni di pensione. A febbraio sembrava possibile trovare un'intesa di massima in modo che la prima bozza di riforma delle pensioni fosse scritta in tempo per il Def di aprile, il primo gradino verso la nuova legge di Bilancio. Non è andata così: il governo potrebbe decidere nel prosieguo del confronto con le parti sociali di abbassare la quota di 2,8 volte l'assegno minimo (1.440 euro) per i lavoratori del contributivo intenzionati a uscire prima dell'età di vecchiaia e ad estendere la norma anche a chi usufruisce del misto. Ma in tal caso si deve contestualmente ragionare anche sulla pensione di garanzia per chi a 67 anni non avrebbe un trattamento pari ad almeno 1,5 volte il minimo (770 euro). E chi lascerà il lavoro a 64 anni avrebbe un taglio dell'assegno leggero, al massimo del 3 per cento per ogni anno di anticipo. La strada della riforma è in salita. 

In pensione a 64 anni

Si tenterà di dare una risposta ai lavoratori precoci stabilendo che 41 anni di contributi sono sufficienti, sempre, per andare in pensione a prescindere dall'età, superando le soglie reddituali che impongono a chi ha carriere più deboli o discontinue di andare in pensione più tardi. La flessibilità in uscita, secondo un'altra ipotesi, si potrebbe raccordare ancora a Quota 102, prevista dal governo Draghi solo per quest’anno, con una sorta di ponte su cui si muoverebbe la soglia anagrafica dei 64 anni (in un mix fino a dicembre con la maturazione di almeno 38 anni di versamenti), alla quale guardano da tempo i tecnici del Mef. Rimane però da calcolare il meccanismo che dovrà scattare per il calcolo dell’assegno.

Quindi uscite possibili a partire dai 64 anni d’età, e con almeno 20 anni di contributi, e il trattamento calcolato col contributivo totale. Ma resterebbe una sola reale differenza tra la massa di soggetti totalmente contributivi e quelli del sistema “misto”, che secondo gli ultimi monitoraggi vedrebbero in attività non più di 192mila lavoratori retributivi: la soglia minima dell’ammontare mensile del trattamento che scenderebbe a 2,5 volte il “minimo” (assegno sociale) rispetto alle 2,8 volte previste attualmente per chi è entrato nel mondo del lavoro dal 1996. A considerare il mix 64+38 (ovvero Quota 102) una via percorribile anche per il futuro è il presidente di Itinerari previdenziali, Alberto Brambilla, a patto che si preveda il collegamento con l’aspettativa di vita e il passaggio al solo contributivo.

La proposta messa sul tavolo di andare in pensione prima dei 67 anni della Fornero solo con il ricalcolo dell'assegno contributivo, con finestre di uscita dai 64 anni di età con almeno 20 di contributi, non piace ai sindacati e a vari osservatori ed esperti perché il taglio del trattamento rischia di essere pari al 30% (con Opzione Donna oggi come oggi è così). Certo, il taglio dell'assegno varierebbe in base agli anni di anticipo, ma la sensazione è che, vista la fragilità della maggioranza di governo, il rebus pensioni sarà risolto, anche stavolta, soltanto in extremis. A oggi, il piano Tridico è quello che gode delle maggiori probabilità di concretizzarsi, diventando il cardine della riforma, ma il traguardo è lontano.

Pensioni: chi ci può andare fino al 31 dicembre 2022

Quota 102 - 64 anni e 38 di contributi - scade il prossimo 31 dicembre. Dal primo gennaio 2023 si applica in teoria, allo stato attuale delle cose, solo la legge Fornero con uscita a 67 anni. Il 31 dicembre 2021 è finita dopo tre anni di sperimentazione Quota 100 dopo tre anni, si passa a Quota 102 ma è roba per poche migliaia di lavoratori. Le prime uscite per Quota 102 saranno a maggio ed agosto, per via delle finestre di legge di tre e sei mesi previste per dipendenti privati e pubblici che raggiungono i requisiti. Opzione Donna è stata super confermata. Si tratta di una opzione che permette l'uscita anticipata alle lavoratrici dipendenti e autonome che hanno compiuto 58 o 59 anni, rispettivamente, nel 2021 e possono contare su 35 anni di contributi. Le finestre sono molto lunghe, 12 mesi per le lavoratrici dipendenti e ben 18 mesi per le autonome: le donne, nate entro il 1963 o 1962, lasceranno il lavoro tra la fine di quest’anno e il prossimo. 

Ape sociale è stata confermata per il 2022 e allargata a più mansioni gravose: da 15 a 23 categorie. Poco pià di 20mila gli "apisti" quest'anno. Calano da 36 a 32 anni i contributi richiesti a edili e ceramisti per poter richiedere l’Ape e uscire così dal lavoro a 63 anni. Per chi invece accede al pensionamento con la legge Fornero nessun cambiamento è atteso per il 2022, né nelle modalità di accesso né nel sistema di calcolo applicato per l’assegno previdenziale. Quest'anno tra Quota 102, Opzione Donna e Ape sociale allargata, i lavoratori in potenziale uscita anticipata nel 2022 saranno 55mila circa. Per il 2023 serve un intervento più ampio. 

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