Martedì, 28 Settembre 2021
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Pensioni: la soglia minima a mille euro, cosa può cambiare dal 2022

Lo stallo sulla riforma delle pensioni preoccupa i sindacati. Tiene banco lo spunto concreto di Tito Boeri e Roberto Perotti, in vista del superamento di Quota 100 dal 31 dicembre. Esiste "un modo per riconciliare una maggiore flessibilità nell'età di pensionamento con la sostenibilità del sistema: si può andare in pensione quando si vuole, a partire da 63 anni, ma accettando una riduzione attuariale"

"Nei prossimi mesi si parlerà di riforma delle pensioni, qualcuno proverà a tornare alla legge Fornero, noi faremo le barricate dentro e fuori al Parlamento per evitarlo". Lo ha detto oggi Matteo Salvini all'inaugurazione della sede della Lega a Montevarchi (Arezzo). Sulle pensioni la quadra sembra ancora lontanissima. I sindacati sono consapevoli della delicatezza del momento.  Il problema delle pensioni "non è solo il superamento di quota 100, che di per sè è un problema. Ma il tema è se si introduce un sistema flessibile con cui si può uscire a partire dai 62 anni, se si riconosce la diversità dei lavori" spiega il leader della Cgil, Maurizio Landini, sottolineando che per i giovani "bisogna introdurre una pensione di garanzia".

Lo stallo attuale preoccupa i sindacati, che chiedono di "avviare una discussione sulle riforme del fisco e delle pensioni oppure "penso che il ruolo del sindacato sia quello di chiamare alla mobilitazione democratica", aggiunge il segretario generale della Cgil. I primi provvedimenti del governo nelle prossime settimane saranno "le leggi delega su concorrenza e fisco, poi vedremo la parte delle politiche attive del lavoro, la riforma degli ammortizzatori e poi la questione delle pensioni e quota cento" ha assicurato il presidente del Consiglio Mario Draghi. Ma è tempo di passare dalle parole ai fatti, o quantomeno di intavolare una discussione finalmente centrata, dopo mesi di tante ipotesi poco praticabili.

Mancano 4 mesi alla scadenza di Quota 100

Mancano 4 mesi alla scadenza di Quota 100, e non è chiaro cosa succederà quando non saranno più ammessi i pensionamenti anticipati con almeno 62 anni d’età e 38 di contributi. Non è nota la strategia del governo Draghi sul tema pensioni. Il tavolo con le parti sociali annunciato dal ministro Orlando è stato interlocutorio. Il rischio scalone c'è ed è concreto. Lo scalone comporterebbe un aumento dei requisiti per il pensionamento di ben sei anni nella notte fra il 31 dicembre 2021 e il 1 gennaio 2022, come quello introdotto nel 2011 dal governo Monti. Ma al momento non vi è una emergenza economica paragonabile a quella del 2011 per giustificare in qualche modo una disparità di trattamento immediata e pesante.

Di colpo il pensionamento sarebbe accessibile solo a partire dai 67 anni di età. Si andrebbe verso scenari molto complessi. Dal 31 dicembre 2021, senza un’eventuale armonizzazione, per gli esclusi ci sarà un aumento secco di cinque o sei anni dei requisiti di pensionamento. Ecco un caso limite: Mario e Giovanni hanno lavorato 38 anni nella stessa azienda solo che il primo è nato nel dicembre del 1959 e il secondo nel gennaio del 1960. Mario andrà in pensione (se lo vorrà) a 62 anni, mentre Giovanni dovrà optare tra un pensionamento anticipato con 42 anni e 10 mesi nel 2026 o il pensionamento di vecchiaia con 67 anni e nove mesi, addirittura nel 2029. Tale scalone andrebbe persino oltre quello della vecchia riforma Maroni (legge 243/2004), quando fu introdotta una differenza di tre anni lavorativi tra chi avrebbe maturato il diritto alla pensione il 31 dicembre del 2007 e chi lo avrebbe fatto il primo gennaio del 2008.

In pensione da 63 anni ma con riduzione attuariale

L'ultimo spunto concreto è quello che arriva dagli economisti Tito Boeri e Roberto Perotti, in vista del superamento di Quota 100. Esiste "un modo per riconciliare una maggiore flessibilità nell'età di pensionamento con la sostenibilità del sistema: si può andare in pensione quando si vuole, a partire da 63 anni, ma accettando una riduzione attuariale, che oggi si applica alla sola quota contributiva, sull'intero importo della pensione, cosi come proposto dall'Inps 6 anni fa", ragionano i due esperti. Oggi questo "significherebbe - spiegano gli economisti - una riduzione media di un punto e mezzo per ogni anno di anticipo rispetto alla pensione offerta da quota 100; in futuro ancora meno dato che le generazioni che andranno in pensione nei prossimi anni avranno una quota contributiva più alta su cui la riduzione è già comunque applicata in caso di pensione anticipata".

"Non è mai una buona idea - è la premessa di Boeri e Perotti - cambiare radicalmente le regole del sistema pensionistico all'ultimo momento, perché chi è vicino alla pensione si vede stravolgere i programmi di una vita e non ha tempo per porvi rimedio. Eppure anche questa volta si arriva all'ultimo minuto a decidere che fare di 'Quota 100', cioè i pensionamenti anticipati con almeno 62 anni d'età e 38 di contributi".

L'idea lanciata da Boeri e Perotti punterebbe a "ridurre le disparità di trattamento fra le pensioni contributive e le pensioni 'miste0, perché permetterebbe anche ai titolari di quest'ultime di andare in pensione prima, purché abbiano almeno 20 anni di contributi e una pensione superiore ad una soglia minima (attualmente circa 1.450 euro al mese) per non rischiare di finire in condizioni di indigenza, soprattutto quando incoraggiati fortemente dall'impresa a lasciare". La soglia a 1.450 euro "è nettamente al di sopra della soglia di povertà Istat. Si potrebbe abbassarla a mille euro, circa 2 volte la pensione minima, rendendo più ampia la platea potenzialmente interessata alla pensione anticipata".

Due quote per andare in pensione

Il sostegno a questa ipotesi, tutta da limare in ogni caso, c'è da più parti. L'ok del Presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, è quasi scontato, viste le posizioni da lui espresse nei mesi scorsi. Diverse da quelle di Boweri-Perotti, ma basate su una inevitabile differenziazione. Il numero uno dell'Inps ragionava sull'ipotesi di riforma del sistema pensionistico che vada incontro al problema di assegni destinati a diventare sempre più bassi, basandosi su una "divisione della quota pensione in due quote: retributiva e contributiva". In pratica un anticipo pensionistico solo per la parte contributiva: 62/63 anni e 20 anni di contributi. Il resto (la quota retributiva) lo si ottiene a 67 anni. Così si potrebbe prevedere "1 anno in meno per ogni figlio per madri lavoratrici, oppure un aumento del coefficiente di trasformazione corrispondentemente e 1 anno in meno per ogni 10 anni di lavori usuranti/gravosi, oppure aumento del coefficiente di trasformazione corrispondentemente (semplificando la certificazione)". Inoltre il "blocco delle aspettative di vita per coorti". L'anticipo pensionistico per la parte contributiva si potrebbe quindi dare a 62-63 anni mentre il resto (la quota retributiva) la si otterrebbe solo anni dopo, a 67 anni. 

Ma torniamo al piano dei due economisti Boeri-Perotti. La strada indicata appare sensata perché non aumenterebbe il cammino del debito pubblico e i costi aggiuntivi dal 2022 in poi sarebbero pressoché interamente compensati da importi pensionistici leggermente più bassi. In sintesi: non ci sarebbero esodati dato che la possibilità di andare in pensione anticipatamente rimane, bensì con una leggera riduzione degli importi. A Draghi il compito di tirare le fila.

Pensioni, Quota 100 ai titoli di coda: "Ora abbassare l'età di accesso". Le due opzioni sul tavolo

In pensione a 63 anni dal 1º gennaio 2022 (ma prendendo meno del previsto)

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