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Mercoledì, 29 Maggio 2024
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Pensioni: perché la riforma del governo Meloni potrebbe saltare

Il piano tra esecutivo e sindacati era di arrivare ad un accordo entro aprile, per superare la legge Fornero. Ma il rischio concreto è che le novità sul fronte della previdenza possano essere solo altre misure provvisorie e limitate a una platea circoscritta

Il tempo stringe. E potrebbe saltare tutto. La riforma delle pensioni sembra essersi arenata e per questo i sindacati sono preoccupati. Dopo i primi due incontri tra governo e sindacati avvenuti nelle scorse settimane, non c'è ancora una data per la terza riunione che dovrebbe essere la più importante perché riguarderebbe proprio le misure di flessibilità da adottare nel 2024, per superare la legge Fornero e permettere di anticipare l'accesso alla pensione rispetto a quanto previsto da quella legge. In origine, il piano tra sindacati e governo Meloni sulle pensioni era di arrivare ad un accordo entro il mese di aprile, quando alle Camere verrà presentato il documento di economia e finanza (Def) con le previsioni di spesa per il 2024. Al momento, però, il raggiungimento di questo obiettivo sembra sempre più difficile.

Il governo di Giorgia Meloni ha posto il superamento della legge Fornero come obiettivo da raggiungere entro il termine della legislatura. Se la scadenza di aprile è difficile da rispettare, è possibile che tutto slitti alla fine dell'estate, con la nota di aggiornamento del Def da presentare entro il 20 settembre. Il punto è che la riforma delle pensioni potrebbe continuare ad essere posticipata a causa di altre questioni a cui il governo sta dando la priorità, come lo stop al superbonus, l'addio al reddito di cittadinanza, la questione migranti e le conseguenze della guerra in Ucraina.

Ecco perché per il 2024, il rischio concreto è che le novità sul fronte delle pensioni possano essere solo altre misure provvisorie e limitate ad una platea circoscritta di beneficiari. Il problema, inutile girarci troppo intorno, sono le coperture finanziarie insufficienti per una riforma definitiva che possa soddisfare le richieste dei sindacati, come quella del pensionamento per tutti a 62 anni o con 41 anni di contributi.

Intanto, nel primo incontro con i sindacati, il 24 gennaio scorso, la ministra del Lavoro Marina Calderone ha garantito che alcune modifiche a opzione donna sarebbero state poste all'ordine del giorno, ma poi non è stato così e nel secondo incontro, nel quale Calderone non era presente, il sottosegretario Claudio Durigon non ha saputo fornire risposte a riguardo. Una nuova possibilità per opzione donna potrebbe arrivare con un decreto ad hoc ad aprile che ripristini, per un periodo limitato, i vecchi requisiti, consentendo l'accesso alle escluse a causa delle modifiche introdotte nell'ultima manovra.

L'ultima legge di bilancio, infatti, per quest'anno ha introdotto delle modifiche: ha lasciato i contributi a 35 anni ma ha alzato l'età pensionabile a 60, ridotta di un anno per ogni figlio nel limite massimo di due anni (quindi a 59 anni con un figlio e 58 anni con due o più figli). L'uscita è possibile solo per tre categorie di lavoratrici: caregiver, invalide al 74%, licenziate o dipendenti da imprese in crisi. Solo in quest'ultimo caso la riduzione a 58 anni è automatica. La platea potenziale si è ristretta a circa 2.900 lavoratrici.

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