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Martedì, 24 Maggio 2022
Via dal lavoro

Quota 41 e pensioni in due tempi: il cantiere previdenziale complicato dalla stagflazione

Entro fine 2022 bisogna arrivare ad una riforma delle pensioni, per evitare che dal primo gennaio 2023 si torni ai requisiti previdenziali pieni della legge Fornero. Ma lo scenario del dialogo tra sindacati e governo è sempre più complesso

Ritoccare le pensioni minime per portarle almeno a mille euro: questa la proposta nata in seno al congresso di Fratelli d'Italia a Milano che ha visto la partecipazione anche di Pensionati d'Italia che avanza la proposta di ritoccare le pensioni minime pescando i soldi dall'abolizione del reddito di cittadinanza come spiegato da Valfredo Porega. Ma che il tema delle pensioni sia un cantiere aperto è evidenziato dai tanti temi trattati nel tavolo negoziale permanente fra Governo e parti sociali: Quota 41, pensione anticipata 64 anni con calcolo contributivo o taglio pensione, sconti per donne e gravosi.

Il punto è che entro fine 2022 bisogna arrivare ad una riforma delle pensioni, per evitare che dal primo gennaio 2023 si torni ai requisiti previdenziali pieni della legge Fornero, ovvero pensione di vecchiaia a 67 anni e anticipata con 42 anni e dieci mesi di contributi. Il Documento di economia e finanza approvato dal governo ignora possibili correttivi alla legge Fornero e non è certo un dato incoraggiante: l'intera riforma è avvolta nella nebbia. Il governo propone una piccola penale, un mini-taglio sull'assegno in cambio di uno sconto sull'età pensionabile. Ma i sindacati per ora nicchiano. 

Durante l'audizione in Parlamento la Corte dei Conti ha specificato come sia fondamentale ridare caratteristiche di certezza e stabilità al quadro normativo affrontando anche il nodo della flessibilità in uscita, sottolineando la necessità di preservare le caratteristiche del sistema contributivo, in linea con la posizione del Governo. Cosa vuol dire? In pratica niente regali. La richiesta della magistratura contabile è quella di uniformare in tempi rapidi l'età di uscita dal lavoro sia in regime retributivo che in regime contributivo puro.

La pensione in due tempi

Il progetto attorno a cui si incardina tutto è il pensionamento anticipato a 64 anni ma con almeno 20 anni di contribuiti versati, con una decurtazione del 3% per ogni anno di anticipo. Esiste anche un’alternativa: la pensione in due tempi, con la quota contributiva che viene liquidata subito nell’attesa di maturare quella retributiva.

I sindacati vorrebbero maggior flessibilità per chi svolge lavori usuranti e gravosi, e maggiori tutele per donne e per chi lavora in modo discontinuo. Una proposta per premiare invece chi ha iniziato a lavorare presto viene dalla Cgil che propone la "Quota 41 per tutti" ovvero la possibilità di uscire dal mondo del lavoro per chi raggiunge i 41 anni di contribuzione a prescindere dall’età.

Un aiuto in tema di flessibilità potrebbe venire dall'estensione a tutti gli autonomi dell'ape social, l'anticipo previdenziale oggi riservato a chi ha almeno 63 anni di età ed almeno 36 anni di contributi versati, dei quali, 7 degli ultimi 10 o 6 degli ultimi 7 devono essere proprio all'interno di queste attività gravose.

Insomma un vero e proprio cantiere di proposte e ancor più di conti da far tornare, in un quadro complicato dal contesto geopolitico e da una economia che appare entrata in un contesto di stagflazione, con alta inflazione e poca crescita: tradotto stipendi che non bastano per arrivare a fine mese. Ovvero pensiamo alle pensioni certo, ma con la contrazione del risparmio delle famiglie ipotizzare l'emergenza di una previdenza complementare sarà sempre più difficile.

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