Mercoledì, 16 Giugno 2021
Tema caldo

Pensioni, che fine ha fatto lo scivolo Brunetta per i dipendenti pubblici

La proposta avanzata da Brunetta è sempre tra le opzioni sul tavolo: prevedrebbe uno scivolo incentivato per i dipendenti del pubblico impiego con la possibilità di accedere alla pensione con 62 anni di età: si torna a parlare del meccanismo volontario di incentivi all'esodo. Non si ferma la corsa dei dipendenti pubblici alla pensione anticipata. Quali sono oggi le Regioni con il maggior numero di dipendenti pubblici pensionati?

Grazie anche a Quota 100 non si ferma la corsa dei dipendenti pubblici alla pensione anticipata. I numeri dell'osservatorio sulle pensioni della gestione dipendenti pubblici diffusi dall'Inps delineano un quadro molto chiaro. Viene confermato l'elevato numero di pensionamenti, soprattutto in forma anticipata, ma a un ritmo leggermente più contenuto di quello registrato nel primo anno di sperimentazione di Quota 100, il 2019. In tanti si domandano che fine abbia fatto la proposta di Renato Brunetta di mandare prima in pensione i lavoratori pubblici, "un meccanismo volontario di incentivi all'esodo di persone vicine all'età pensionabile". Un piano parallelo quindi a quello dello scivolo "allargato" di cui vi abbiamo parlato pochi giorni fa.

Pensioni dipendenti pubblici: sono più di 3 milioni, numeri in aumento

Le pensioni liquidate sono aumentate nel 2020 rispetto all'anno precedente dell'8,4%, passando da 165.327 nel 2019 a 179.230 nel 2020; gli importi medi mensili, che nel 2019 erano pari a 2.069,69 euro, sono pari a 1.997,71 nel 2020, con un decremento percentuale del 3,5%. Il numero delle pensioni della Gestione Dipendenti Pubblici, vigenti al primo gennaio 2021, è pari a 3.029.451, in aumento dell'1,3% rispetto all'anno precedente, in cui era pari a 2.990.412 pensioni. L'importo complessivo annuo delle pensioni è di 76.750 milioni di euro, con incremento percentuale del 2,2% rispetto all'anno 2020, in cui l'importo risultava di 75.131 milioni di euro.

Il 58% delle pensioni sono di anzianità o anticipate, con importo complessivo annuo pari a 49.479 milioni di euro; il 14,2% sono pensioni di vecchiaia con importo complessivo annuo di 12.740 milioni di euro; le pensioni di inabilità sono il 7% e il restante 20,8% è costituito, complessivamente, dalle pensioni erogate ai superstiti di attivo e di pensionato.

Il 59,2% del totale dei trattamenti pensionistici è erogato a donne, contro il 40,8% erogato a uomini. In tutte le categorie di pensione, eccetto la categoria delle pensioni di inabilità, si rileva una maggior presenza di pensionate sui pensionati, con differenziazione massima nelle pensioni ai superstiti in cui le femmine rappresentano il 17,4% del totale delle pensioni e i maschi il 3,4%. Per la categoria di vecchiaia e anzianità la classe con maggior numero di pensioni è quella 70-74 anni sia per i maschi che per le femmine, con pesi percentuali pari rispettivamente al 26,1% per i maschi e al 26,9% per le femmine. La classe più numerosa delle pensioni di inabilità è per i maschi quella fino a 60 anni (22%), mentre per le femmine sempre quella 65-69 anni, con il 21,2%.

Infine, per le pensioni ai superstiti la maggiore numerosità si rileva sia nei maschi che nelle femmine con età compresa tra 80 e 84 anni. L'età media complessiva dei titolari di pensioni di vecchiaia e anzianità/anticipate è di 73,2 anni per i maschi e di 73,3 per le femmine; quella dei titolari di pensione di inabilità si discosta di oltre 4 anni tra i due sessi (69,4 per i maschi e 73,5 per le femmine); l'età media della categoria ai superstiti è la più differenziata tra i due sessi, essendo pari a 71,3 anni per i maschi e a 78 anni per le femmine.

Le Regioni con il maggior numero di dipendenti pubblici pensionati

Con il 40,7% dei trattamenti e il 39,3% della spesa sono concentrate soprattutto al Nord d'Italia le pensioni ai dipendenti pubblici vigenti all'inizio del 2021. Nel Sud e nelle Isole è indirizzato il 36,4% degli assegni (e il 36,5% della spesa) mentre nell'Italia Centrale sono liquidati il 22,6% degli assegni e il 24% della spesa. Solo lo 0,3% della spesa è erogata a pensionati all'estero.

Le Regioni con il maggior numero di pensioni pubbliche sono la Lombardia e il Lazio rispettivamente con l'11,8% e l'11,4% del totale, seguite dalla Campania (9,3%) e dalla Sicilia (8,4%). Quelle con il numero minore sono la Basilicata (1,1%), il Molise (0,7%) e la Valle d'Aosta (0,3%). Quelle con il più alto rapporto di femminilità sono la Lombardia (1,97) e il Piemonte (1,87), mentre la Sardegna (1,24), la Campania (1,21) e la Puglia (1,18) presentano quello più basso.

Allo studio c'è un possibile scivolo per la pensione dei lavoratori statali e pubblici e della pubblica amministrazione: è una delle proposte contenute nel piano del ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta mentre sono andati in ritiro 190mila occupati nella PA tra 2019 e 2020 e si prevede che ne usciranno altre 300mila nei prossimi tre o quattro anni.

Pensioni: lo scivolo Brunetta per i dipendenti pubblici

Tra gli scenari possibili per il post quota 100 (c'è Quota 41 in pole) ha fatto molto "rumore" lo scivolo di 5 anni proposto da Brunetta. Siamo nel campo delle ipotesi, ma è chiaro che migliaia di dipendenti del pubblico impiego attendono con grande ansia le novità sullo scivolo annunciato un paio di mesi fa.

In attesa di un tavolo vero tra governo e parti sociali, lo scivolo di 5 anni permetterebbe ai dipendenti pubblici con un certo numero di anni di anzianità contributiva di accedere alla pensione a 62 anni con possibili penalizzazione sull’assegno (c'è l'ipotesi di un calcolo interamente contributivo, come per Opzione Donna per intenderci) sulla stessa lunghezza d'onda della isopensione, oggi consentita ai soli dipendenti del settore privato, essendo l’anticipo interamente a carico del datore di lavoro.

Non è nulla più che un'idea per ora ipotizza il meccanismo volontario di incentivi all'esodo di persone vicine all'età pensionabile e con professionalità non adeguate a cogliere l'innovazione tecnologica o non più motivate a rimanere nel settore pubblico. Uno scivolo per la pensione dei lavoratori statali considerati non al passo con i tempi è quindi uno dei modi che il governo Draghi potrebbe perseguire per migliorare l'efficienza della Pubblica Amministrazione. L'attuale media dei dipendenti pubblici è superiore ai 50 anni e quasi il 17% del totale ha più di sessanta anni. 

La pensione anticipata dsarà per forza di cose un punto centrale della riforma del pubblico impiego per favorire la staffetta generazionale anche nel 2022. Per ovviare al problema delle coperture finanziarie però un meccanismo di penalizzazione nell’assegno mensile sarebbe inevitabile. E resta da capire quanto inciderebbe la eventuale penalizzazione sul totale dell'assegno. La penalizzazione investirebbe coloro che accedono alla pensione prima dell’età pensionabile (nel 2021 è fissata a 67 anni).

La proposta creerebbe le condizioni per realizzare una vera e propria riforma della Pubblica Amministrazione, favorendo il turn over con il reclutamento di nuovo personale motivato e aggiornato. Difficile pensare che una quadra definitiva sarà trovata prima dell'autunno in ogni caso.

Il dopo Quota 100 è tutto da scrivere

"Avevamo avvertito fin dall'inizio che Quota 100 avrebbe anticipato la pensione ai lavoratori più stabili e sicuri, sottraendo risorse ai giovani e mettendo in secondo piano i lavoratori fragili o chi svolge impieghi usuranti e gravosi - dice la deputata Chiara Gribaudo, della segreteria nazionale Pd -I dati Inps dimostrano tutta l'iniquità di questa misura e devono far riflettere tutti sulle prossime riforme del sistema previdenziale. La promessa di Salvini di un giovane assunto per ogni pensionato non si è concretizzata. Tutti hanno diritto a una pensione dignitosa a un'età dignitosa. Ma qui si sono aumentate disuguaglianze economiche e generazionali". 

''Una flessibilità più diffusa di accesso alla pensione è assolutamente necessaria all'esaurimento di Quota 100''. Lo sottolinea in una nota Domenico Proietti, Segretario confederale Uil. ''Quota 100 ha dimostrato che se si usa la flessibilità e la volontarietà si da ai lavoratori uno strumento utile per scegliere il loro futuro -continua Proietti-. La flessibilità pensionistica è necessaria anche come strumento per il processo di ristrutturazione del nostro sistema produttivo dopo la pandemia da coronavirus''. ''C'è stato in questi anni un turnover limitato nella Pubblica Amministrazione a causa dei mancati concorsi. Oggi si aprono opportunità importanti per molti giovani anche grazie alla flessibilità pensionistica -conclude Proietti-. La Uil invita nuovamente il Governo ad aprire un confronto con i sindacati per trovare soluzioni utili ai lavoratori e al Paese''.

Pensioni, che cosa succede dopo il 31 dicembre

Tutte ipotesi, come detto. Per ora nulla più. Se il 31 dicembre "scade" Quota 100, che consente di anticipare la pensione a 62 anni di età con 38 di contributi fino al 31 dicembre 2021, dal primo gennaio si tornerebbe alle regole di prima e quindi allo "scalone" di cinque anni di età. Di colpo il pensionamento sarebbe accessibile solo a partire dai 67 anni di età. Lo scalone è un problema vero, da affrontare quanto prima. Facciamo un esempio lampante. Alla fine del 2021, senza un’eventuale armonizzazione, per gli esclusi ci sarà un aumento secco di cinque anni dei requisiti di pensionamento. Un intervento è quindi "obbligatorio".

Facciamo un classico esempio per capire quale è il reale peso dello scalone se non si farà niente: Ivano e Giuseppe hanno lavorato 38 anni nella stessa azienda solo che il primo è nato nel dicembre del 1959 e il secondo nel gennaio del 1960. Ivano andrà in pensione (se lo vorrà) a 62 anni, mentre Giuseppe dovrà optare tra un pensionamento anticipato con 42 anni e 10 mesi nel 2026 o il pensionamento di vecchiaia con 67 anni e nove mesi, addirittura nel 2029. Insomma così non va, è evidente. Uno scalone del genere andrebbe persino oltre quello della vecchia riforma Maroni (legge 243/2004), quando fu introdotta una differenza di tre anni lavorativi tra chi avrebbe maturato il diritto alla pensione il 31 dicembre del 2007 e chi lo avrebbe fatto il primo gennaio del 2008. All'epoca per evitare che a circa 130mila lavoratori venisse impedito di andare in pensione subito si fece la riforma Damiano, con un aumento della spesa pensionistica spaventosa, circa 65 miliardi.

Pensioni: cosa succederà dal 31 dicembre e chi potrà lasciare il lavoro

Si parla di
Sullo stesso argomento

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Pensioni, che fine ha fatto lo scivolo Brunetta per i dipendenti pubblici

Today è in caricamento