Lunedì, 17 Maggio 2021

Pensioni e non solo, spesa assistenziale fuori controllo: +59% in 10 anni

Secondo l'Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate realizzato dal Centro Studi e ricerche di Itinerari Previdenziali, la spesa dello Stato Italiano in assistenza sociale è passato dai 73 miliardi del 2008 ai 116 miliardi del 2018

Foto di repertorio

La spesa assistenziale, se non si corre ai ripari, potrebbe raggiungere vette allarmanti, più di quanto non lo siano già in questo momento. Dal 2008, anno in cui si pone l'inizio della crisi, l'aumento di questa voce per lo Stato italiano è stato del 58,9%: praticamente siamo passati dai 73 miliardi di euro spesi 10 anni fa, ai 116 miliardi del 2018. Un'emorragia di fondi evidenziata in una ricerca di Itinerari previdenziali presentata oggi al Cnel secondo la quale l'incremento medio della spesa assistenziale è stato del 5,3% annuo a fronte di una crescita della spesa previdenziale pura del 0,7% medio annuo.

Dopo i recenti allarmi sui conti pubblici italiani, lanciati dall'Unione europea, dal Fondo Monetario Internazionale e dall'Ocse, del cambio di rotta non vi è ancora traccia. Moniti plausibili, considerando che la spesa assistenziale è praticamente fuori controllo, con i 116 miliardi di euro  stimati a carico della fiscalità generale per la spesa sociale nel 2018, ed un debito pubblico in continuo aumento, con gli interessi che, soltanto nello scorso anno, sono costati ben 62,5 miliardi di euro. 

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Pensioni e assistenza, la proposta: spesa da riclassificare

Durante la presentazione al Cnel dell'Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate realizzato dal Centro Studi e ricerche Itinerari Previdenziali, il presidente Alberto Brambilla ha presentato una proposta per porre un freno all'aumento della spesa: riclassificare la spesa previdenziale al netto dell'assistenza.

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''Dalla metà del 2014 fino alla prima parte del 2018, - sottolinea lo studio - l'Italia ha vissuto una fase di crescita positiva evidenziata sia da buoni dati sul fronte dell'occupazione, che ha toccato uno dei tassi più elevati di sempre (il 58,7%, con circa 23,223 milioni di occupati tra i 15 e i 64 anni), sia da segnali positivi per quanto riguarda la tenuta del sistema pensionistico. Nel 2018, il rapporto occupati/pensionati si è infatti attestato intorno all'1,45, valore più alto degli ultimi 22 anni e molto prossimo a quell'1,5 occupati individuabile come traguardo cui tendere per la stabilità di medio-lungo termine del sistema. Eppure, malgrado risultati apprezzabili dopo gli anni della crisi, non sono mancati allarmi da diverse fonti autorevoli''.

"Considerato proprio - afferma Alberto Brambilla - l'elevato livello del debito pubblico italiano, giudizi tutt'altro che positivi condizionano innanzitutto società di rating e mercati, con i nefasti risultati evidenziati dallo spread. Va poi rilevato che, per quanto lasci l'adozione dei provvedimenti specifici all'autonomia dei Paesi membri, il coordinamento delle politiche di welfare in Europa ha acquisito col tempo un'incidenza maggiore tanto che, con le cosiddette raccomandazioni specifiche per Paese, la Commissione e il Consiglio europeo possono indirizzare in misura significativa le linee di policy di ogni singolo Stato".

Ragione per la quale si rende necessaria un'analisi dettagliata degli elementi che sottostanno a queste previsioni, quadro demografico, andamento del mercato del lavoro, produttività e altri fattori di crescita economica, così da valutarne innanzitutto la fondatezza e, dunque, in un'ottica prospettica, anche le contro-misure da adottare per indirizzare l'Italia verso scenari più rosei. "Innanzitutto - sottolinea - abbiamo dunque verificato che i modelli previsionali adottati presentano dei limiti: un chiaro esempio riguarda la rendicontazione della spesa sociale".

Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate: lo studio completo

Come riportato nel paper, i dati in merito infatti sono spesso contrastanti, mentre a essere presentato in sede europea è un valore che, ricomprendendo anche voci di spesa non strettamente correlate alle pensioni, finisce con l'aggravare di molto il giudizio, e la pressione, nei confronti del sistema pensionistico italiano. Da qui, quindi, la proposta di una riclassificazione della spesa previdenziale al netto dell'assistenza, nel solco di quanto già fatto dall'Inps e dal Rapporto sul bilancio del sistema previdenziale italiano, un tempo redatto dal Nucleo di valutazione della spesa previdenziale e oggi pubblicato da Itinerari Previdenziali. "Sarebbe comunque sbagliato - avverte Brambilla - far cadere tutta la responsabilità dei richiami sulla sola presentazione dei dati ricordando anzi come, malgrado le direttive Ue, molti degli ultimi governi abbiano alimentato eccessivamente quel capitolo di spesa, sia per imperizia sia per convenienza elettorale". "Con l'ulteriore aggravante - rimarca - dell'assenza di un'anagrafe dell'assistenza, utile a razionalizzare l'erogazione di tutte le prestazioni sociali che si sono sommate e sedimentate nella legislazione nel corso degli ultimi anni".

Lavoro, decontribuzioni e incentivi: ''Occupazione non si crea per legge''

Secondo l'analisi del Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali 'Sostenibilità della spesa per pensioni in un'ipotesi alternativa di sviluppo', occorrerebbe intervenire sul sistema degli incentivi all'occupazione privilegiando, sul modello di quanto già fatto per Industria 4.0, il maxi-ammortamento del costo del lavoro alla decontribuzione, che spesso finanzia attività di comodo o decotte creando occupazione instabile, e promovendo investimenti pubblici e privati in ricerca e innovazione soprattutto nelle scienze biomediche, nella farmaceutica, nell'Ict.

"L'occupazione - sottolinea Alberto Brambilla  - non si crea in forza di legge, ma stimolando produttività e sviluppo che, ormai da troppi anni, sono a dir poco modesti in Italia. Non si può fare una colpa alla Commissione europea o agli organismi internazionali se su questi temi le valutazioni sono negative: da oltre 20 anni, manca una vera politica industriale, cui si sommano infrastrutture obsolete, una burocrazia spesso farraginosa, una spesa pubblica troppo sbilanciata sulla sola spesa corrente e una classe politica alla ricerca del (facile) consenso elettorale da raggiungere con promesse di assistenza e sussidi più che con azioni concrete a favore delle giovani generazioni e del sistema tutto".

 "Le premesse - avverte - per migliorare la situazione non mancano in verità, ma servono riforme concrete e mirate che rendano complessivamente più ottimistiche le proiezioni del pil, permettendo così di gettare le basi per un rinnovato clima di fiducia e benessere".

"Ripensare l'organizzazione del lavoro, intervenire sulla distanza che separa il percorso formativo scolastico dalle esigenze del mercato, investire in attività di formazione specialistica e continua, impegnarsi nella messa a punto di misure di age management e favorire la flessibilità in uscita con strumenti poco onerosi per lo Stato come i fondi esubero e i fondi di solidarietà sono tra le strade da percorrere, per ridurre quella quota consistente di disoccupazione attribuibile, nel caso italiano, ad alcune debolezze strutturali, scarsa adattabilità ai cambiamenti e insufficiente livello di specializzazione, che allargano il mismatch tra domanda e offerta di lavoro". 

 "Gli scenari per gli anni a venire - spiega - sono solo in parte già definiti, lasciando dunque spiragli per un migliore sviluppo dell'Italia attraverso interventi che sappiano combinare evoluzione demografica, ripresa del mercato del lavoro, rilancio della produttività e dell'economia". Se è, infatti, ad esempio vero che, "secondo le ultime previsioni, l'Italia è destinata a una crescita della quota anziana a fronte di una riduzione della popolazione complessiva, lo è altrettanto che adeguate politiche familiari e di conciliazione vita-lavoro per favorire l'aumento della natalità, da un lato, e una gestione dei flussi migratori coerente con le esigenze economico-occupazionali del Paese, dall'altro, potrebbero contrastare le più pessimistiche prospettive di declino demografico".

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