La verità sulle pensioni, ecco chi è stato penalizzato dai tagli

Secondo i 5 Stelle con i nuovi criteri sulla rivalutazione il governo ha evitato "un bel regalo per i pensionati d'oro" ma le cose non stanno esattamente così (fact-checking)

Foto di repertorio

Quanto costa ai pensionati la mancata rivalutazione piena dei trattamenti superiori a tre volte il minimo? Per il governo si tratta di pochi centesimi e comunque se ci sono stati tagli questi si sono concentrati solo sulle pensioni alte. I 5 Stelle parlano di una vera e propria "fake news" messa in giro da giornali e sindacati allo scopo di danneggiare l’esecutivo.

"Per chi percepisce dalle 3 alle 4 volte la pensione minima (dai 1.522 ai 2.029 euro lordi mensili) l’adeguamento all’inflazione sarà del 97%", si legge infatti sul Blog delle Stelle. "Pensate che negli ultimi 4 anni è stato del 95% e senza un nostro intervento sarebbe sceso al 90% nel 2019. In termini materiali significa che considerando un’inflazione 2019 stimata all’1,1%, un pensionato con 1.523 euro al mese avrebbe visto il proprio assegno aumentare di 15 euro, mentre grazie alla nuova indicizzazione il suo assegno mensile aumenterà di 16,25 euro". 

Pensioni, la versione dei 5 Stelle sul taglio alla rivalutazione

E ancora: "Per chi percepisce una pensione superiore dalle 4 alle 5 volte rispetto a quella minima l’adeguamento sarà del 77%, dalle 5 alle 6 volte sarà del 52%, dalle 6 alle 8 volte del 47%, dalle 8 alle 9 volte del 45% e infine per chi percepisce una pensione oltre 9 volte superiore a quella minima l’adeguamento all’inflazione sarà del 40%. Questo a fronte di uno schema che senza il nostro intervento avrebbe visto l’indicizzazione delle pensioni dalle 6 volte la minima in su passare dal 45% di adeguamento all’inflazione dello scorso anno al 75%! Un bel regalo per i pensionati d’oro, sulla pelle degli altri pensionati". 

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Rivalutazione pensioni, come stanno le cose?

È vero ciò che dicono i 5 Stelle? In parte sì, in parte no. Questo è infatti lo schema di rivalutazione delle pensioni approvato con la legge di stabilità: 

  • 100% per i trattamenti fino a tre volte il minimo;
  •  97% per i trattamenti compresi tra 3 e 4 volte il minimo;
  • 77% per i trattamenti compresi tra 4 e 5 volte il trattamento minimo;
  • 52% per gli importi compresi tra 5 e 6 volte il trattamento minimo;
  • 47% per gli importi compresi tra 6 e 8 volte il trattamento minimo;
  • 45% per gli importi compresi tra 8 e 9 volte il trattamento minimo;
  • 40% per gli importi superiori a 9 volte il trattamento minimo;

Cosa prevedeva la legge 388/2000 sulla rivalutazione delle pensioni

Se l’esecutivo non fosse intervenuto sarebbe tornata in vigore la legge 388/2000 che prevede le seguenti fasce di rivalutazione:

  • nella misura del 100 per cento per le fasce di importo dei trattamenti pensionistici fino a tre volte il trattamento minimo INPS;
  • nella misura del 90 per cento per le fasce di importo dei trattamenti pensionistici comprese tra tre e cinque volte il trattamento minimo INPS;
  • nella misura del 75 per cento per le fasce di importo dei trattamenti pensionistici superiori a cinque volte il predetto trattamento minimo.

Rivalutazione pensioni, ecco chi ci perde (fact-checking)

In teoria con le nuove regole a guadagnarci sarebbero solo i pensionati che percepiscono tra le 3 e le 4 volte il trattamento minimo. Tutti coloro che hanno una pensione superiore a tale soglia (e non parliamo certamente di pensioni d’oro) hanno ricevuto meno di quanto gli sarebbe spettato con la legge 388/2000. 

Lo studio di Itinerari Previdenziali

Ma secondo Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, bisogna fare una ulteriore precisazione. "La legge 388/2000 prevedeva un'indicizzazione per fasce (per cui la pensione mensile era la somma delle varie fasce indicizzate), la 145/2018 (Conte) prevede invece un'indicizzazione totale, per cui l'importo mensile dell'assegno pensionistico viene interamente indicizzato secondo la percentuale prevista dalla fascia relativa all'importo della pensione stessa".

Che cosa significa questo per i pensionati? Secondo Brambilla, col precedente criterio di calcolo chi ha una pensione di 2029,68 euro avrebbe avuto "un aumento di 21,77 euro al mese quale somma delle varie fasce indicizzate con percentuali diverse (tre a 5,58 euro e una a 5,02), mentre con la 145/2018 l'aumento è solo di 21,66 euro, poiché tutta la pensione viene rivalutata con 1,067% come parametro". 

Insomma, stando allo studio firmato da Brambilla, Giovanni Gazzoli e Antonietta Mundo, anche chi percepisce una pensione compresa tra 3 e 4 volte il trattamento minimo ha perso qualcosina in termini di potere di acquisto. In questo caso si parla di cifre davvero minime,  quasi insignificanti, ma "quanto più alta è la pensione - ricorda Brambilla - tanto più la sconvenienza aumenta". E questo è un dato di fatto difficile da contestare (e in effetti non viene contetstato neppure dal M5s).  

Conguaglio e rivalutazione: quanto hanno perso i pensionati nel mese di giugno

"Già salendo di una fascia - afferma Brambilla -, l'importo mensile perso per colpa di un'indicizzazione più sfavorevole sarà di 5,30 euro, per un conguaglio (restituzione all'Inps sotto forma di trattenuta) gennaio-marzo di -15,91 euro".

"Peggio andrà a tutti coloro che percepiscono una pensione lorda elevata: dovranno restituire dai 50 euro dei titolari di importi di 3.500 euro fino ai circa 135 euro sopra 15 volte il trattamento minimo. Su base annua la perdita sarà ancora maggiore, da 178 a oltre 590 euro". 

Le speranze (deluse) dei pensionati

Va poi ricordato che dopo tanti anni di blocco, pensionati e sindacati si aspettavano che il governo stralciasse la legge 388/2000 per garantire una rivalutazione piena dei trattamenti, ma così non è stato. Ha prevalso indubbiamente l’esigenza di fare cassa (si parla di 3,5 miliardi in tre anni) per finanziare le misure introdotte dalla finanziaria: quota 100, reddito e pensioni di cittadinanza. 

I tagli alle pensioni alte

E poi ci sono i tagli, cospicui, alle pensioni alte. Per il M5s aver introdotto un "contributo di solidarietà" per i trattamenti superiori ai 100mila euro è un atto di giustizia sociale. Chi ha pagato i contributi ovviamente non la vede così, anche perché la sforbiciata è stata consistente (benché abbia garantito alle casse dello Stato un gettito di appena 70 milioni). La misura targata 5Stelle prevede infatti una riduzione del 15% per i trattamenti compresi tra 100mila e 130mila euro, del 25% per le pensioni da 130mila a 200mila euro, del 30% per gli assegni compresi tra 200mila e 350mila euro, del 35% per chi percepisce tra 350mila a 500mila euro e del 40% per tutti gli assegni sopra i 500mila euro.

Quanto ha perso in 14 anni chi ha un assegno "pesante"

A questo proposito il centro studi diretto da Brambilla ha analizzato il corso dell'inflazione negli ultimi 14 anni e il suo peso effettivo e potenziale sulle pensioni oltre 8 volte il trattamento minimo. "Per capire il peso di questa perdita economica, basterà equiparare 2 pensionati che sono andati in quiescenza nel 2006: il primo - osserva l'economista - avrà la pensione rivalutata all'inflazione al 100%, l'altro invece ha il 'limitatore' dell'indicizzazione parziale, dovuto appunto alla scelta di non considerare l'inflazione piena, ma solo una parte".

"Dopo 14 anni (dal 2006 al 2019), per colpa di questo 'limitatore', il secondo pensionato avrà perso quasi l'11% di potere d'acquisto della sua rendita mensile, il che significa aver incassato in 13 anni (escludendo quindi l'anno di partenza) ben 39.251 euro in meno (la somma di tutti gli importi 'persi', dagli 8,53 euro al mese del 2007 ai quasi 400 euro al mese di oggi) rispetto all'inflazione piena; e ciò malgrado i contributi li abbia invece sempre pagati a inflazione piena", calcola Brambilla. 

"Penalizzato chi ha sempre pagato i contributi"

Secondo Itinerari Previdenziali è anche una questione di equità. "I pensionati penalizzati dal provvedimento Conte sono circa 5,5 milioni, il 34% dei 16 milioni totali. Di questi, 1,5 milioni sono penalizzati in modo pesante e sono proprio quelli che da vent'anni sono perseguitati dallo Stato, alla faccia del merito, e che i contributi e le imposte, segnatamente l'Irpef, li hanno pagati a differenza degli oltre 8 milioni di pensionati totalmente o parzialmente assistiti dallo Stato e dei 2 milioni che, di imposte, nella loro vita ne hanno pagate poche".

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