Domenica, 7 Marzo 2021

Pensione, meglio andarci nel 2018: quanto si 'perde' nel 2019

Con l'adeguamento del coefficiente di trasformazione il prossimo anno ci saranno assegni più bassi. La denuncia della Uil: “Una penalizzazione per i lavoratori”

Foto di repertorio

Il tema pensioni rimane uno di quelli di maggiore interesse per gli italiani, soprattutto con l'insediamento del nuovo governo Lega-M5s, che ha intenzione di “smantellare pezzo per pezzo” la Legge Fornero, per introdurre nuove misure come la Quota 100 o i 41 anni di contributi. Un fronte ancora tutto da definire, ma che ha, al momento, un'unica e negativa certezza: nel 2019 gli assegni pensionistici saranno più bassi, e non di poco.

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La diminuzione degli assegni è un effetto collaterale della Legge Fornero: l'adeguamento automatico del coefficiente di trasformazione per le pensioni. Un meccanismo che in Italia si è fatto sentire con un taglio delle pensioni di circa il 12% in dieci anni. Proprio per questo motivo, andare in pensione nel 2018 conviene, visto che, in caso di uscita dal lavoro nel 2019, si andrebbe incontro ad un assegno più 'magro' di circa 300 euro. 

Per capire quanto sarà meno conveniente la pensione dal 2019 basta un semplice esempio pratico: un lavoratore che andrà in pensione a 67 anni, il 2 gennaio 2019, riceverà un trattamento annuo lordo di 13.411 euro, ben 268 euro in meno di un lavoratore che, a parità di montante contributivo e di età anagrafica, andrà in pensione il 31 dicembre 2018.

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Uil: “Grossa penalizzazione per i lavoratori”

Proprio contro questo sistema si è scagliata la Uil che, attraverso il segretario confederale Domenico Proietti, ha sottolineato la la necessità di modificare i criteri dei coefficienti di trasformazione per le pensioni:  “Gli attuali criteri di individuazione dei coefficienti di trasformazione legati all'aspettativa di vita sono causa di un'oggettiva penalizzazione per i lavoratori che andranno in pensione a partire da gennaio 2019”.

"Tale meccanismo, oltre a costituire un danno oggettivo per i lavoratori - rileva ancora il sindacalista - è un vero e proprio disincentivo alla permanenza al lavoro. Rimandando l'accesso alla pensione si incorre nel pericolo di vedere il proprio trattamento calcolato con coefficienti più sfavorevoli e quindi di percepire un assegno più basso".

Per la Uil, quindi, aggiunge Proietti, "è necessario varare una modifica dei coefficienti di trasformazione, legandoli alle coorti di età. Si deve assegnare, pertanto, a ciascuna coorte di età il proprio coefficiente, questo permetterebbe di salvaguardare uno dei principi fondamentali del sistema contributivo, senza penalizzare i lavoratori e soprattutto incentivando la permanenza al lavoro".

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Dal primo gennaio 2019 oltre all'età di accesso alla pensione, che raggiungerà per tutti i 67 anni, rileva la Uil, saranno adeguati all'aspettativa di vita anche i coefficienti che si utilizzano per trasformare in pensione il montante contributivo del trattamento previdenziale. Ad un valore maggiore del coefficiente, e quindi del divisore, corrisponderà un importo minore del trattamento, al fine di ridistribuire su un più lungo periodo di vita il montante previdenziale maturato.

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A titolo di esempio, si rileva nello studio, se sì parte da un montante contributivo pari a 280.000 euro che, oggi, per un lavoratore che andrà in pensione a 67 anni, corrisponderebbe ad una pensione lorda mensile pari a 1.045 euro. Se si prende in esame un lavoratore di 67 anni, la scelta di rimandare l'accesso alla pensione anche di un solo mese, da dicembre 2018 a gennaio 2019, comporterebbe una diminuzione dell'assegno pari a 268 euro, dal primo assegno previdenziale per il resto della vita.

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