Lunedì, 27 Settembre 2021
Economia

Pubblica amministrazione tra debiti e ritardi: perché rischiamo una multa da 2 miliardi

Secondo la Cgia di Mestre, dopo la condanna della Corte di giustizia europea dello scorso 28 gennaio, l'Italia rischia una sanzione molto ''salata'': ''Lo stock del debito è sconosciuto''

Due miliardi di euro. Questa potrebbe essere la prossima maxi multa che l'Italia rischia di dover pagare. Infatti, dopo la sentenza di condanna emessa il 28 gennaio scorso dalla Corte di giustizia europea nei confronti del nostro Paese a causa dei debiti non pagati dalla Pubblica amministrazione, è possibile che l'Europa punisca ancora l'Italia con una multa tutt'altro che leggera, un po' come avvenuto per le quote latte. L'unico modo per poter scongiurare questa evenienza la Pubblica Amministrazione dovrebbe mettersi in paro con gli arretrati, ma a giudicare dai ritardi nei pagamenti della P.A., al momento questa sembra un'ipotesi lontana. 

A lanciare l'allarme è la Cgia di Mestre: ''Stando a quanto hanno dichiarato nei gironi scorsi alcuni autorevoli esperti, i sistematici ritardi nei pagamenti compiuti dalla nostra Pubblica Amministrazione potrebbero far scattare una maximulta come quella ricevuta per le quote latte che, fino ad ora, ci è costata circa 2 miliardi di euro".

"Tutto questo, comunque, potrà essere evitato se lo Stato italiano metterà fine in tempi rapidissimi a questa cattiva abitudine. Ipotesi, viste le performance realizzate nel 2019, difficilmente attuabile" scandisce la Cgia. Sul fronte dei ritardi dei pagamenti della Pubblica Amministrazione italiana, Zabeo evidenzia che "sebbene la situazione negli ultimi anni sia migliorata, in particolar modo a seguito dell'introduzione della fatturazione elettronica i ritardi dei pagamenti nelle transazioni commerciali con la Pa costituiscono ancora adesso un malcostume molto diffuso nel nostro Paese".

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"Pertanto, non sarà per nulla scontato sottrarsi ad una sanzione economica da parte dell'Europa" argomenta ancora il coordinatore dell'Ufficio studi della Cgia.

Pubblica amministrazione, a Napoli ritardi nei pagamenti anche di unanno

Anche nel 2019 i ritardi nei pagamenti dello Stato e delle sue articolazioni a livello locale sono stati molto diffusi. La Cgia rileva che se la Direttiva 2011/7/Ue impone, nelle transazioni commerciali tra Pa e imprese private, termini di pagamento non superiori a 30 o 60 giorni (in quest'ultimo caso solo per il settore sanitario), l'anno scorso, ad esempio, il Comune di Napoli ha liquidato i propri fornitori con 395 giorni medi di ritardo; l'Asl Napoli 1 Centro con 169; il Comune di Reggio Calabria con 146, la Regione Basilicata con 83, l'Asl Roma 1 con 72 e il Comune di Roma Capitale con 63.

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Situazioni, queste ultime, che, secondo l'analisi della Cgia "saranno estremamente difficili da azzerare in tempi ragionevolmente brevi. Una condizione, come abbiamo segnalato, indispensabile affinché Bruxelles ci risparmi una maxi multa". Senza contare, avverte ancora la Cgia, che "nel settore della sanità e in quello delle costruzioni i ritardi, rispetto ai tempi massimi di attesa previsti dalla legge, vengono superati, secondo le rilevazioni effettuate dalle associazioni imprenditoriali di questi settori, rispettivamente di 39 e di 73 giorni di media". Ritardi, osserva l'associazione, "che, purtroppo, difficilmente potranno essere riportati celermente al di sotto dei limiti previsti dalla normativa".

Pubblica amministrazione, il debito è ''sconosciuto''

 Nonostante l'obbligo della fatturazione elettronica, lo stock del debito della pubblica amministrazione italiana "è sconosciuto". A scandirlo è la Cgia che oggi a diffuso alcuni dati sul rischio di una maxi multa da 2 miliardi di euro per il nostro Paese, dopo la sentenza di condanna, emessa il 28 gennaio scorso dalla Corte di giustizia europea.

"La cosa più assurda di tutta questa vicenda -segnala la Cgia- è che nessuno è in grado di affermare a quanto ammonta esattamente il debito commerciale della nostra Pa, nonostante le imprese che lavorano per quest'ultima abbiano da parecchi anni l'obbligo di emettere la fattura elettronica".

La Cgia delinea un 'percorso' su come funzionano i pagamenti in queste transazioni commerciali. "Una volta emessa, la fattura elettronica -spiega l'associaione- transita in una piattaforma controllata dal Ministero dell'Economia e delle Finanze (Siope +) che la smista all'ente o alla struttura pubblica a cui è indirizzata che, a sua volta, verifica se il pagamento è certo, liquido ed esigibile". La Cgia continua a spiegare che "una volta che il destinatario della fattura dà il suo consenso, il pagamento dovrebbe transitare per la piattaforma, permettendo al dicastero dell'economia di monitorare istantaneamente i tempi di pagamento e l'ammontare delle uscite".

"Sebbene questa prassi sia partita gradualmente dal luglio del 2017, lo Stato -avverte la Cgia- non conosce ancora adesso a quanto ammonta complessivamente il debito contratto da tutte le Amministrazioni pubbliche con i propri fornitori, per il semplice fatto che una buona parte dei committenti pubblici, in particolar modo gli enti periferici, effettuano i pagamenti senza transitare per la piattaforma e con scadenze ben oltre quelle stabilite dalla legge".

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