Mercoledì, 19 Maggio 2021
Tutte le strade verso la pensione

Pensioni, il pericolo all'orizzonte: cosa cambia con Draghi il 31 dicembre e l'ipotesi Quota 102

Se il 31 dicembre "scade" Quota 100, che consente di anticipare la pensione a 62 anni con 38 di contributi fino al 31 dicembre 2021, dal primo gennaio si tornerebbe alle regole di prima e quindi allo "scalone" di cinque anni di età. Prende piede l'ipotesi Quota 102: a chi sarebbe rivolta e tutte le ipotesi sul tavolo

Quota 100 va verso il tramonto il 31 dicembre 2021. Evitare il temuto scalone è ora come ora una delle tante priorità del governo Draghi. Secondo le ultime indiscrezioni, prende piede l'ipotesi Quota 102 a partire dal 2022. Al momento la pensione di vecchiaia prevede il ritiro dal lavoro a 67 anni e un’anzianità contributiva minima di anni 20, nonché, della pensione anticipata senza il vincolo dell’età anagrafica ma con solo il requisito contributivo da rispettare che porta a 42 anni e 10 mesi per i lavoratori e poco meno di un anno per le lavoratrici, ossia 41 anni e 10 mesi. Serve però un'accelerata.

Pensioni, il rischio: cosa succede il 31 dicembre 2021

Qualcosa andrà fatto, perché se il 31 dicembre "scade" Quota 100, che consente di anticipare la pensione a 62 anni di età con 38 di contributi fino al 31 dicembre 2021, dal primo gennaio si tornerebbe alle regole di prima e quindi allo "scalone" di cinque anni di età. Di colpo il pensionamento sarebbe accessibile solo a partire dai 67 anni di età. Lo scalone è un problema vero, da affrontare quanto prima. Facciamo un esempio lampante. Alla fine del 2021, senza un’eventuale armonizzazione, per gli esclusi ci sarà un aumento secco di cinque o sei anni dei requisiti di pensionamento. Ecco un caso limite: Mario e Giovanni hanno lavorato 38 anni nella stessa azienda solo che il primo è nato nel dicembre del 1959 e il secondo nel gennaio del 1960. Mario andrà in pensione (se lo vorrà) a 62 anni, mentre Giovanni dovrà optare tra un pensionamento anticipato con 42 anni e 10 mesi nel 2026 o il pensionamento di vecchiaia con 67 anni e nove mesi, addirittura nel 2029. Insomma così non va, è evidente. Uno scalone del genere andrebbe persino oltre quello della vecchia riforma Maroni (legge 243/2004), quando fu introdotta una differenza di tre anni lavorativi tra chi avrebbe maturato il diritto alla pensione il 31 dicembre del 2007 e chi lo avrebbe fatto il primo gennaio del 2008. All'epoca per evitare che a circa 130mila lavoratori venisse impedito di andare in pensione subito si fece la riforma Damiano, con un aumento della spesa pensionistica "monstre", di 65 miliardi, nel decennio che seguì.

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Nonostante in passato se ne fosse parlato, è completamente da escludere una mini-proroga di Quota 100, anche se fosse solo per i primi mesi del 2022. Il governo Draghi aprirà a brevissimo tavoli di confronto con i sindacati e tutte le parti sociali alla ricerca di soluzioni ragionevoli. C'è una grossa differenza rispetto a quanto avvenne all'epoca del governo Monti-Fornero, 10 anni fa. Infatti il governo Draghi, anche se a debito, dovrebbe avere quelle risorse che permetteranno di addolcire gli spigoli delle trattative. Lo spazio è stretto, perché l'Europa chiede chiaramente, nero su bianco, e non da oggi all'Italia di "attuare pienamente le passate riforme pensionistiche al fine di ridurre il peso delle pensioni nella spesa pubblica".

Quota 102: chi andrebbe in pensione dal 1 gennaio 2022

Che cosa succederà dunque il 31 dicembre (o meglio, prima del 31 dicembre, visto che aziende e lavoratori hanno il diritto di fare un minimo di programmazione). In tanti chiedono regole semplici e valide per tutti, giovani e anziani, retributivi, misti e contributivi puri. Per questo, se saranno mantenuti identici i requisiti per la pensione di vecchiaia con 67 anni di età adeguata alla aspettativa di vita e almeno 20 di contribuzione, l'ipotesi di Quota 102 per andare in pensione prima sarebbe fattibile con:

  • 64 anni di età anagrafica (indicizzata alla aspettativa di vita);
  • 38 anni di contributi di cui non più di 2 anni figurativi (esclusi dal computo maternità, servizio militare, riscatti volontari).

Rimarrebbe poi da stabilire con la massima chiarezza il taglio dell’assegno che verrebbe incassato fino alla naturale scadenza fissata a 67 anni. Seguendo la stessa logica, la pensione anticipata dovrebbe essere resa stabile con 42 anni e 10 mesi per gli uomini (1 anno in meno per le donne), svincolata dalla aspettativa di vita e togliendo qualsiasi divieto di cumulo tra lavoro e pensione e prevedendo altresì agevolazioni per le donne madri (ad esempio 8 mesi ogni figlio fino a massimo 24 mesi), per i caregiver (un anno) e per i lavoratori precoci (maggiorando del 25% gli anni lavorati tra i 17 e i 19 anni di età).

Non si può escludere poi una Quota 92 ma solo per i lavori usuranti, rilanciata da più parti. Nel dettaglio verrebbero abbassati di molto, in questo modo, gli anni di contribuzione tenendo conto delle difficoltà del mercato del lavoro e consentendo di uscire a 62 anni con 30 anni di contributi.

Scadono a fine 2021 anche Opzione donna con cui le lavoratrici possono uscire dal mondo del lavoro a 35 anni netti di contribuzione e 58 anni di età anagrafica, per le subordinate, 59 anni per le lavoratrici autonome e l’Ape sociale, sussidio erogato in attesa del raggiungimento dell’età pensionabile rivolto ai contribuenti di entrambi i sessi che hanno compiuto 63 anni e con 30-36 anni di contributi versati. Dovrebbero essere rinnovate entrambe.

Resta sullo sfondo per ora Quota 41,  l’ipotesi più apprezzata dai sindacati, che prevederebbe la possibilità di pensionamento una volta raggiunti i 41 anni di contributi, per tutti i tipi di lavori.

Piace poco ai lavoratori l'idea (che al momento resta tale, con qualsiasi "Quota") di un ricalcolo basato sulla proporzione tra coefficiente della pensione a 67 anni e coefficiente di uscita a 63 o 64 anni. Con coinvolgimento degli anni di versamento contributivo precedenti al 1996 e alla Riforma Dini. Cosa che avrebbe importanti benefici sulle casse Inps, e pochi invece sulle teste di chi dopo aver lavorato tanti anni avrebbe diritto a godersi la pensione per cui ha versato per decenni i contributi.

Draghi sa bene che dovranno essere adottate per tempo le necessarie contromisure per scongiurare una situazione critica allo scadere di Quota 100. Non è un caso che già nel primo giro di consultazioni che lo avevano poi portato a sciogliere la riserva il premier aveva indicato una tappa sicura nella rotta da seguire: il superamento di Quota 100, come aveva rivelato il capogruppo del Carroccio a Montecitorio, Riccardo Molinari. Il tema è in cima all'agenda di Draghi:  l’impatto del ritorno secco dai pensionamenti agevolati voluti dal “Conte 1” allo schema della legge del 2011 sarebbe troppo pesante. E almeno su questo, anche in parlamento il consenso è ampio.

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