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Sabato, 2 Marzo 2024
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Il settembre caldo del reddito di cittadinanza: cosa può cambiare in concreto

Da un lato il centrodestra che preme per abolirlo o comunque riformarlo integralmente, dall'altra il Movimento 5 Stelle che lo difende a spada tratta. Ecco cosa potrebbe succedere alla misura baluardo del governo Conte

Il dibattito sul reddito di cittadinanza si fa sempre più caldo e diventa l’ennesimo tema su cui infuria la battaglia politica. Con conseguenze che, nel caso dell’abolizione di cui molto si sta discutendo, si ripercuoterebbero su milioni di cittadini italiani che usufruiscono della misura di sostegno al reddito.

La lotta politica

La riforma dello strumento “anti povertà” fortemente voluto dall’allora premier Giuseppe Conte verrà affrontata a partire da settembre, che si prospetta uno dei mesi più caldi per l’agenda economica del governo. E le varie posizioni sembrano essere già definite: da un lato il Movimento 5 Stelle, deciso a difendere strenuamente il provvedimento diventato un loro manifesto, dall’altro il centrodestra che spinge quantomeno su una revisione spalleggiato da Italia Viva di Matteo Renzi, che ha proposto un referendum per l’abolizione. Nel mezzo il premier Mario Draghi, che ha preso tempo dichiarando però di “condividere in pieno il concetto alla base del reddito di cittadinanza”.

Conte si è fatto portavoce della linea dei pentastellati: “Centrodestra e Italia Viva non passeranno sul reddito di cittadinanza”, ha detto al Corriere della Sera, sottolineando che “l’Italia su questo non può tornare indietro” e dicendosi però disponibile a un “tavolo che monitori la sua efficacia”. La Lega di Matteo Salvini traina invece l’opposizione sulla misura, ribadendo di ritenere il reddito di cittadinanza un sussidio dannoso per il mercato del lavoro e per la ripresa economica, soprattutto dopo la pandemia di coronavirus.

Le ipotesi al vaglio sono insomma tre: mantenimento dello strumento così com’è, dai requisiti per accedervi alla cifra erogata, abolizione o mantenimento con revisione. Ed è molto probabile che la terza via, quella più “diplomatica”, sarà quella percorsa dal premier Draghi: “È troppo presto per dire se il reddito di cittadinanza verrà riformato, ridisegnato, se cambierà platea - aveva chiarito a inizio agosto gettando acqua sul fuoco delle polemiche - Quello che vorrei dire è che il concetto alla base del reddito di cittadinanza io lo condivido in pieno”. Anche il Movimento 5 Stelle, d’altronde, sembra concorde nel dire che la misura necessiti di una revisione per favorire le politiche attive, ma sul tema è in programma un tavolo con le parti sociali e il ministro Orlando il 2 settembre. Nel frattempo sul tavolo restano solo ipotesi.

Cos’è oggi il reddito di cittadinanza e come potrebbe cambiare

Il reddito di cittadinanza è una misura istituita nel gennaio del 2019  finalizzata al “contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all'esclusione sociale. È un sostegno economico che va a integrare il reddito familiare, e che diventa pensione di cittadinanza se i componenti del nucleo familiare hanno più di 67 anni.

Per accedere al reddito di cittadinanza è necessario dichiarare l’immediata disponibilità al lavoro e la sottoscrizione del Patto per il lavoro o un Patto per l’inclusione sociale presso il Centro per l’impiego. Il che significa insomma che per avere il sostegno, erogato in quote mensili, bisogna dichiarare di essere disposti a lavorare e avviare un percorso insieme con i centri per l’impiego per l’inserimento o il reinserimento lavorativo e sociale.

La somma erogata è calcolata sulla base del reddito familiare e di eventuali contribuiti per affitti o mutui sfruttando la dichiarazione Isee, che deve a oggi essere inferiore a 9.360 euro. Chi fa domanda non può inoltre avere un patrimonio immobiliare superiore a 30.000 euro (esclusa la casa di abitazione) e mobiliare non superiore a 6.000 euro per un solo componente, 8.000 e 10.000 per nuclei con due o con tre o più componenti. Il reddito familiare, inoltre, non deve superare la soglia annua calcolata moltiplicando 6.000 euro per il proprio parametro di scala di equivalenza.

Il beneficio decorre dal mese successivo a quello della domanda, ed è concesso per un periodo massimo di 18 mesi, trascorsi i quali può essere rinnovato dopo la sospensione di un mese. I dubbi principali sul mantenimento della misura così com’è riguardano i numerosi percettori del reddito che di fatto lo ricevono senza mettere in campo alcuna azione per entrare o rientrare nel mondo del lavoro, o che lo percepiscono portando avanti in parallelo attività illegali: non è un caso che tra le misure che un giudice può disporre in caso di disposizione di misura cautelare c’è anche la revoca del reddito di cittadinanza.

Reddito di cittadinanza e lavori socialmente utili

La riforma del reddito di cittadinanza potrebbe dunque riguardare diversi aspetti, dai requisiti per fare domanda e ottenerlo alle attività da condurre per mantenerlo.

Si è ipotizzato anche di affidare ai percettori lavori socialmente utili, strada che già diversi enti locali hanno tentato e proposto di potenziare, ma come spiegato da Luca Vecchi, sindaco di Reggio Emilia e delegato Anci per il welfare, ancora troppo poco battuta e difficile da potenziare: “Se a dicembre i Comuni che avevano avviato i Puc (i lavori socialmente utili, ndr) erano il 15 per cento del totale, quindi poco più di 1.200, oggi sono il 25 per cento circa, quindi attorno ai duemila. Rispetto a sei mesi fa c'è stata un'accelerazione ma la quota di percettori coinvolti rimane del tutto marginale”.

Il programma prevede in realtà che, con la sigla del patto per il lavoro o l’inclusione sociale, il percettore del reddito di cittadinanza si metta a disposizione per lavorare a progetti utili per la collettività dalle 8 alle 16 ore settimanali pena la decadenza della misura, ma sono spesso i Comuni che non riescono a mettere a punto i progetti nei 6 mesi previsti a causa della mancanza di fondi adeguati.

Il monitoraggio Caritas: “Effetti limitati sia lavorativi sia reddituali”

A due anni e mezzo dall’entrata in vigore della legge, insomma, i risultati ottenuti con l’introduzione del reddito di cittadinanza sono discordanti, come confermato anche dalla Caritas con la diffusione del monitoraggio sulla misura, lo scorso luglio.

Dal monitoraggio è emerso infatti che i il 55,2% delle persone sostenute dalla Caritas, e dunque in difficoltà economica accertata, ha beneficiato della misura fra il 2019 e il 2020, e che il 56% di chi lo riceve presenta contemporaneamente tre o più forme di vulnerabilità: “Se da un lato i gruppi più marginalizzati risultano essere in parte tutelati dal reddito di cittadinanza - ha aggiunto però la Caritas - non altrettanto si può dire per i nuovi profili della povertà, che pure hanno risentito in misura maggiore della pandemia, ossia quei nuclei caratterizzati da un’età giovane, la presenza di figli minori, la presenza di un reddito, seppur minimo”.

E il monitoraggio ha dimostrato anche che tra i beneficiari di lungo corso della misura c’è un 65% di tasso lavorativo nullo, mentre tra i non beneficiari la situazione è opposta: il 67% ha un impiego. Allo stesso modo, risulta che il 70% dei firmatari dei patti per il lavoro o l’inclusione sociale non ha ricevuto alcun tipo di formazione (80% tra i nuclei marginalizzati), e che nessun beneficiario ha partecipato a corsi di formazione. Anche per la Caritas, insomma, il reddito di cittadinanza va modificato perché così com’è sembra andare in soccorso solo dei “profili tradizionali” della povertà, mentre non supporta adeguatamente i “nuovi poveri”, famiglie giovani con figli minori che anche a causa della pandemia si sono trovate in difficoltà, senza lavoro e con zero reddito.

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