Reddito di cittadinanza, effetto "rimbalzo": che cosa preoccupa adesso

Il reddito di cittadinanza ha avuto un impatto "nullo" sul mondo del lavoro, denuncia il rapporto Svimez 2019 sul Mezzogiorno. La fotografia è impietosa: emorragia di giovani dal Sud (soprattutto laureati), investimenti pubblici crollati ed economia in stagnazione

Il reddito di cittadinanza sarà anche una misura utile per contrastare la povertà, ma il suo impatto sul mercato del lavoro è "nullo", mentre dal Sud si continua ad emigrare, gli investimenti pubblici crollano, l'economia è in stagnazione e l'industria stenta.

È questa l'impietosa fotografia che compare nel rapporto Svimez 2019 sull'economia e la società del Mezzogiorno, presentato oggi a Roma. Secondo l'associazione, dal 2000 2.015mila residenti hanno lasciato il Sud, la metà giovani fino a 34 anni, quasi un quinto laureati. Chi non emigra, resta condannato al pendolarismo di lungo periodo: nel 2018 ha interessato nel Mezzogiorno circa 236mila persone, ossia il 10,3% del totale, e di questi 57mila si muovono sempre all'interno del Sud, mentre 179 mila vanno verso il Centro-Nord e l'estero. 

"Se riparte il Sud riparte l'Italia", ha detto il premier Giuseppe Conte durante la presentazione del rapporto, ribadendo che non si tratta di uno semplice e ripetuto "slogan", bensì di "un'affermazione che nasce da una consapevolezza che deve guidare l'azione di governo". Il presidente del Consiglio ha ricordato che negli ultimi vent'anni "la politica ha disinvestito nel Sud, con conseguenze per tutto il Paese, che ha perso competitività a livello globale. Questa tendenza va invertita". 

Reddito di cittadinanza, l'effetto rimbalzo e l'impatto "nullo" sul mercato del lavoro 

Il reddito di cittadinanza, denuncia Svimez, "invece di richiamare persone in cerca di occupazione, le sta allontanando dal mercato del lavoro: la povertà non si combatte solo con un contributo monetario, occorre ridefinire le politiche di welfare ed estendere a tutti in egual misura i diritti di cittadinanza". La risposta all'introduzione del sussidio targato 5 stelle non è positiva, perché genera una sorta di "effetto rimbalzo" sul mercato del lavoro: trovare un impiego rimane ancora un miraggio per chi percepisce il sussidio "anti povertà". E così il sussidio nato per aiutare poveri e disoccupati con l'intenzione di avviarli a un nuovo lavoro rischia di avere il risultato opposto: il disincentivo a un nuovo impiego.

E secondo l'analisi di Svimez, per arginare la fuga dei giovani serve proprio il lavoro: il reddito di cittadinanza non basta per il Sud. D'altronde, come vi spiegavamo ieri, la cosiddetta fase due, ovvero quella relativa alle offerte di lavoro da presentare ai beneficiari nei centri per l'impiego, non è ancora decollata. Molti dei patti per il lavoro restano ancora da firmare e di fatto anche i "progetti di utilità collettiva", i nuovi lavori socialmente utili da affidare ai percettori del reddito, non partono perché il decreto ad hoc è appena stato varato e mancano i piani dei comuni.

Il premier Conte, parlando durante la presentazione, ha però difeso la misura: "Il reddito di cittadinanza va valutato non in un lasso di tempo breve ma in un periodo più lungo. Sicuramente l'ho sempre anticipato: il reddito di cittadinanza va implementato nella fase attuativa". Per il premier "è quindi importante lavorare sui capitoli più complessi di questa riforma anche dal punto di vista strutturale e burocratico, cioe' formazione e occupazione. Dobbiamo lavorare molto su questo versante, il ministro Catalfo lo sta facendo".

Secondo il rapporto Svimez, a causa della rottura della bassa natalità connessa all'emigrazione dei giovani e all'invecchiamento della popolazione, il Sud perderà 5 milioni di persone e, a condizioni date, quasi il 40% del Pil. Solo un incremento del tasso d’occupazione, soprattutto femminile, può spezzare questo circolo vizioso, dice l'associazione.

Ma non c'è solo il Mezzogiorno. Il Nord Italia ormai non è più tra le locomotive d'Europa, denuncia il rapporto, che ricorda come alcune regioni di nuovi Stati membri dell'Est superano per Pil molte regioni ricche italiane, traendo vantaggio dalle asimmetrie nei regimi fiscali, nel costo del lavoro e in altri fattori che determinano ampi differenziali regionali di competitività. La soluzione per Svimez è tornato "a una visione unitaria della stagnazione italiana, smarcandosi dalla lettura dell’aumento delle disuguaglianze esclusivamente legata al confine immutabile tra Nord e Sud. Per questo motivo vanno valorizzate le complementarità che legano il sistema produttivo e sociale delle due parti del Paese".

L'economia ristagna e si allarga il gap occupazionale tra Nord e Sud

Nell'ultimo decennio il gap occupazionale tra Sud e Centro-Nord è passato dal 19,6 per cento al 21,6, con il risultato che i posti di lavoro da creare per raggiungere i livelli del Centro-Nord sono circa 3 milioni, delinea il rapporto 2019. La crescita dell'occupazione nel primo semestre del 2019 riguarda solo il Centro-Nord (+137.000), mentre si registra un calo nel Mezzogiorno (-27.000). Al Sud cresce la precarietà, che invece si riduce nel Centro-Nord, riprende a crescere il part-time (+1,2%), in particolare quello involontario che nel Mezzogiorno si riavvicina all'80% a fronte del 58% nel Centro-Nord.

Il rapporto Svimez individua nella scarsità di consumi e investimenti le ragioni della stagnazione della nostra economia. La riapertura del divario Centro-Nord Mezzogiorno riguarda i consumi, soprattutto per quanto riguarda la Pubblica Amminstrazione. Il Pil del 2018 al Sud è cresciuto di +0,6%, rispetto a +1% del 2017.

Al Sud intanto l'agricoltura va male, mentre il terziario va avanti mentre l’industria stenta. Il valore aggiunto dell’agricoltura, dice il rapporto Svimez, è calato nel 2018 al Sud di -2,7%, mentre nel Centro-Nord è aumentato di +3,3. Il valore aggiunto dell’industria in senso stretto è aumentato di +1,4% nel 2018 al Sud, in calo rispetto al 2017 (+2,7%). Nel Centro Nord è cresciuto di +1,9%. Il valore aggiunto del terziario al Sud nel 2018 è aumentato di +0,5%, meno che al Centro-Nord (+0,7%).

La denuncia di Svimez: crollati gli investimenti pubblici per il Sud

Crollano anche gli investimenti pubblici per il Sud mentre a ristagnare sono soprattutto i consumi (+0,2%), ancora al di sotto di -9 punti percentuali nei confronti del 2018, rispetto al Centro-Nord, dove crescono del +0,7% recuperando e superando i livelli pre-crisi. Debole il contributo dei consumi privati delle famiglie con quelli alimentari che calano del -0,5%, in conseguenza alla caduta dei redditi e dell’occupazione. Ma soprattutto la spesa per consumi finali della Pa ha segnato -0,6% nel 2018. Gli investimenti restano la componente più dinamica della domanda interna (+3,1% nel 2018 nel Mezzogiorno, a fronte di +3,5% del Centro-Nord).

Crescono gli investimenti in costruzioni (+5,3%) mentre si sono fermati quelli in macchinari e attrezzature (+0,1% contro +4,8 del Centro-Nord). Alla ripresa degli investimenti privati fa da contraltare il crollo degli investimenti pubblici: nel 2018, stima la Svimez, la spesa in conto capitale è scesa al Sud da 10,4 a 10,3 miliardi, nello stesso periodo al Centro-Nord è salita da 22,2 a 24,3 miliardi.

La questione dell'autonomia differenziata delle Regioni

Nel rapporto Svimez si ricorda che "le richieste di regionalismo differenziato vanno valutate nel contesto di un’attuazione organica, completa, equilibrata, del nuovo Titolo V" e "in quest’ottica il confronto sulla valorizzazione delle autonomie e la riduzione delle disuguaglianze va depurato dalle scorie rivendicazioniste provenienti da Nord e da Sud e riportato sui temi nazionali della qualità delle politiche di offerta dei servizi pubblici e su quelle necessarie per la ripresa della crescita". In questo senso, eventuali concessioni di autonomia rafforzata "devono essere motivate dall’interesse nazionale, non da quello particolare delle singole regioni richiedenti". La Svimez stigmatizza l’uso strumentale del concetto di residuo fiscale, misura della redistribuzione riferibile agli individui, non ai territori. In questo contesto, l'associazione si dice favorevole alla costruzione di un fronte unitario intorno ad un sì convinto ai principi del federalismo cooperativo nell’interesse del Paese per rendere sostenibili le richieste di autonomia.

La vera sfida, sottolinea l'associazione, "è un’attuazione ordinata del federalismo fiscale per privare anche le classi dirigenti meridionali degli alibi dell’attuale centralismo avaro, utile per rivendicare più risorse e per nascondere le inefficienze". Una sfida che si basi "sulla definizione dei costi standard e dei Lep - Livelli essenziali delle prestazioni - al fine di assicurare pari diritti di cittadinanza e un Fondo perequativo per colmare il deficit infrastrutturale".

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