Aumentare l'Iva per abbassare l'Irpef? Fisco, si riapre la partita sulle tasse

La Corte dei Conti bacchetta l'esecutivo ("non chiarisce quale direzione intende perseguire") e si schiera a favore di uno spostamento del prelievo dall'imposta sul reddito a quella sul valore aggiunto

Foto di repertorio

La riforma dell’Irpef? Si può fare, a patto però di prevedere una contestuale rimodulazione dell’Iva. È questa in sostanza l’indicazione che la Corte dei Conti fornisce al governo nella relazione al Programma nazionale di riforma per l'anno 2020, presentata ieri in audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato riunite a Montecitorio. "Il Pnr - si legge nel documento della Corte dei Conti - fa diretto riferimento a una riforma fiscale complessiva della tassazione diretta e indiretta finalizzata a disegnare un fisco equo, semplice e trasparente per i cittadini". E tuttavia, “al di là di principi generali, il Pnr non definisce le direttrici principali attraverso le quali questo progetto può essere realizzato, elementi essenziali per valutarne la possibilità di una concretizzazione effettiva".

Insomma, il governo non ha ancora le idee chiare sul da farsi. L’idea di rimodulare l’imposta sul reddito, così com’è stata formulata nel Programma nazionale di riforma, non convince la Corte dei Conti che lamenta soprattutto l’assenza di dettagli.

"Il governo non è chiaro sulla progressività"

"Nel configurare gli obiettivi, il Pnr richiama il principio di progressività, non chiarendo tuttavia quale direzione si intenda effettivamente perseguire", si legge nella relazione. E ancora: "Poiché il principio di progressività è, al momento, prevalentemente realizzato attraverso l'imposizione personale sul reddito - si legge - sarebbe opportuno chiarire se il riferimento preveda un aumento delle aliquote marginali dell'Irpef (nominali o effettive attraverso modifiche nel sistema delle deduzioni/detrazioni). Al riguardo, va considerato che anche per la presenza di addizionali regionali e comunali all'Irpef le quali, in alcuni casi, sono applicate modificando la scala delle aliquote marginali centrali, gli spazi di manovra relativi a possibili aumenti delle aliquote marginali sono scarsi". 

Insomma, la coperta è corta e se l'intenzione è quella di aumentare l'Irpef per alcune categorie di lavoratori il beneficio per le casse dello Stato sarebbe minimo. 

Corte dei Conti: "Rimodulare le aliquote Iva, peso dell'Irpef è troppo alto"

"Le evidenti problematiche di funzionamento dell'Irpef, a fronte di un processo di ridisegno complessivo del sistema", consiglierebbero poi, si legge nella relazione, "di non escludere tra le opzioni una possibile rimodulazione delle esistenti aliquote Iva e anche alcune ipotesi di riduzione del numero delle aliquote (attualmente quattro), dalle quali potrebbero derivare alcuni vantaggi di natura amministrativa". 

"Sul punto specifico  - precisa la Corte dei Conti -, il Pnr non esplicita alcuna direzione di revisione. Ma ciò non riduce la necessità di compiere una scelta netta in merito al ruolo che le due principali imposte del sistema tributario (Irpef e Iva) debbano svolgere. In favore di uno spostamento del prelievo dall'Irpef all'Iva, giova ricordare che, nel confronto europeo in Italia il peso dell'Irpef rispetto al Pil è tra i più elevati e quello dell'Iva è invece tra i più bassi; e anche che una revisione dell'Iva potrebbe avvenire, modificando opportunamente le aliquote, in assenza di effetti redistributivi indesiderati".

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Dal governo nessuna strategia per i sussidi dannosi all'ambiente

"Lo stesso progetto di riforma- si legge ancora- prevede una razionalizzazione delle spese fiscali e una revisione dei sussidi dannosi per l'ambiente". Anche per quanto riguarda il possibile sfoltimento delle agevolazioni fiscali, vecchio pallino del M5s, la Corte dei Conti sottolinea che il Pnr "non esplicita ancora una strategia organica né sugli ordini di priorità, né sui meccanismi per fronteggiare l’opposizione dei singoli gruppi di pressione o la povertà energetica”. Nondimeno, “negli ultimi anni si è assistito a un continuo incremento del loro numero: oltre 540 unità per un valore stimato in circa settanta miliardi. Difficilmente tracciabili nel bilancio dello Stato, esse sottraggono risorse alla collettività, con finalità non sempre chiaramente esplicitate e beneficiari effettivi dei quali non è agevole l’identificazione”.
 

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