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Sabato, 29 Gennaio 2022
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Riforma pensioni, i numeri "cardine" sono 62 e 41: chi lascerà il lavoro?

Lunedì inizia il confronto vero tra esecutivo e sindacati per le pensioni dal 2023 in avanti. Alcune "colonne" della futura riforma possono già intravedersi. Ci sono ostacoli enormi, Tridico: "Un sistema pensionistico di una popolazione di 60 milioni di abitanti non si può reggere nel lungo periodo con 23 milioni di persone che lavorano"

"Un sistema pensionistico di una popolazione di 60 milioni di abitanti non si può reggere nel lungo periodo con 23 milioni di persone che lavorano. Nel nostro Paese mancano circa 10 milioni di lavoratori tra scoraggiati, inattivi, donne e giovani che non lavorano" ha detto ieri il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico. Si guarda alla riforma delle pensioni, attesissima, per riequilibrare un sistema che attualmente equilibrato non è, per mille motivi. Superare nel 2023 l'impianto di Quota 102 correggendo la legge Fornero nel segno della flessibilità è l'obiettivo di fondo del confronto sulle pensioni tra governo e sindacati. Il confronto è solo all'inizio e i sindacati provano a piantare alcuni paletti. L'unica certezza è che la quadra verrà trovata con calma: l'obiettivo è articolare una vera riforma a partire dal gennaio 2023. "Si avvii una vera riforma perché la legge Fornero così com'è non va bene" continua a ripetere Maurizio Landini, segretario della Cgil. Lunedì inizia il confronto vero tra esecutivo e sindacati. Alcune "colonne" della futura riforma possono già intravedersi.

La riforma delle pensioni

La riforma delle pensioni cui sono chiamati a lavorare governo e parti sociali parte da presupposti molto complicati. I sindacati hanno alcuni punti fermi. Indicano i 62 anni come il limite giusto. Nel corso di un'audizione alla Commissione Lavoro alla Camera a ottobre, il segretario confederale della Cgil, Roberto Ghiselli aveva sollecitato il governo ad una rivisitazione complessiva del sistema" pensionistico con un nuovo approccio: mandare i lavoratori in pensione a 62 anni o con 41 anni di contributi a prescindere dall'età. Il passaggio da un sistema retributivo ad uno prevalentemente contributivo - è questo il ragionamento dei sindacati, non solo della Cgil - sta determinando un "cambio di paradigma" che permetterà di garantire più flessibilità in uscita. Infatti si sono esaurite le coorti interamente retributive fino al 2011 (sono circa 200.000 le persone ancora interamente nel retributivo) e chi andrà in pensione da ora in poi avrà almeno i 2/3 del proprio paniere previdenziale di natura contributiva. Tradotto in parole povere: si va verso una sempre minore incidenza sui costi dell'età di pensionamento, considerando l'effetto attuariale determinato dai coefficienti di trasformazione. Con l'inevitabile passaggio al sistema contributivo sarà possibile secondo la Cgil "un approccio completamente nuovo al tema". E in questo approccio la data del possibile pensionamento non sarà più considerata "come il momento dell'uscita ma come un intervallo di tempo entro il quale le persone sceglieranno il momento dell'uscita dal lavoro, sulla base delle diverse condizioni soggettive, professionali, famigliari, di salute, economiche". Abbassare l'età pensionabile costerà meno che in passato per le casse pubbliche: si può fare? Staremo a vedere.

I numeri chiave sono 62 (anni) e 41 (anni di contributi versati) per i sindacati. Ma 62 anni è anche il cuore della proposta Tridico per la riforma delle pensioni. Uno spunto messo sul tavolo (dalla primavera scorsa) del lungo dibattito che sta per iniziare. La proposta di Tridico è quella di andare in pensione dai 62-63 anni solo con la quota che si è maturata dal punto di vista contributivo. Il lavoratore uscirebbe dunque con l'assegno calcolato con il contributivo e aspetterebbe i 67 anni per ottenere l'altra quota, che è quella retributiva. Parallelamente sarebbero confermati o introdotti in caso di necessità strumenti ad hoc per tutelare i fragili, come gli oncologici e gli immunodepressi, che nella fase post Covid devono poter andare in pensione prima".

La soluzione per il futuro resta Quota 41 per Paolo Capone, Segretario Generale dell'Ugl, in merito alla riforma delle pensioni. "La riforma del sistema previdenziale è un tema centrale che occorre affrontare avendo riguardo in via prioritaria al rispetto dei diritti acquisiti dai lavoratori - ha dichiarato - Come Sindacato UGL non intendiamo retrocedere sul fronte delle tutele e ribadiamo che non sono accettabili ulteriori rinvii. I due presupposti fondamentali per riformare il sistema pensionistico sono il definitivo superamento della Legge Fornero e la previsione di strumenti che incentivino la flessibilità in uscita dal mondo del lavoro. Pertanto - ha concluso - la soluzione preferibile temporanea resta Quota 41 che prevede 41 anni di contributi a prescindere dall`età lavorativa, favorendo inoltre, il ricambio generazionale e l`ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Respingiamo, dunque, ogni ipotesi di compromesso al ribasso che finisce per svilire la dignità dei lavoratori". 

La convergenza tra governo, Inps e parti sociali non sembra proprio alla portata in tempi brevi. I sindacati come detto non si smuovono per ora da due numeri: ovvero la possibilità di andare in pensione a 62 anni a prescindere dai contributi. Ma per le sigle sindacali anche quando un lavoratore arriva a 41 anni di contributi, a prescindere dall'età, deve avere la possibilità di andare in pensione. Il problema è che Quota 41 senza limite anagrafico secondo molte simulazioni costerebbe "troppo".

L'unica certezza sulla riforma è che sarà incentrata sulla flessibilità, lasciando i lavoratori liberi di decidere quando è il momento giusto per uscire dal lavoro. Ma da quando? A partire dai 62 anni di età secondo sindacati e Inps, per i quali è fattibile e ragionevole. Ma con paletti precisi sull'assegno ricevuto mensilmente: "Se pagassimo subito tutta la pensione, indipendentemente dai contributi, a 62-63 anni, verrebbe meno la sostenibilità finanziaria - avvertiva Tridico tempo fa - La mia è una proposta aperta ad altri innesti, che il ministro Orlando sta valutando, come la staffetta generazionale o le uscite parziali con il part-time. Ma non possiamo tornare indietro rispetto al modello contributivo. Il sistema previdenziale italiano è stato scolpito da due grandi riforme: la Dini del '95 e la Fornero nel 2011. È quello il nostro impianto ed è proprio qui dentro che dobbiamo incrementare i livelli di flessibilità, tenendo presente che abbiamo bisogno di equità e sostenibilità".

La posizione delle parti sociali sostanzialmente è sempre molto ben definita: introdurre meccanismi di flessibilità nei pensionamenti (uscite dal lavoro a 62 anni di età o 41 anni di contributi a qualsiasi età) oltre che una pensione contributiva di garanzia a tutela delle carriere precarie.

Spunta la pensione di garanzia per giovani e precari

Chi andrà in pensione nel 2022

Per il 2022 al momento c'è Quota 102 (pensione anticipata con 64 anni di età e 38 di contributi), ma "riguarderà un numero minimale di persone" mentre "occorre garantire un percorso strutturale di uscita e flessibilità" del sistema previdenziale ha spiegato la vice segretaria generale della Cgil, Gianna Fracassi, in audizione sulla manovra davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato. Nel 2022 saranno 16.800 le persone che andranno in pensione con Quota 102. E' la stima contenuta nella relazione tecnica della manovra. L'assegno medio - si legge - è pari a 26 mila euro e in totale il prossimo anno il costo è di 175,7 milioni. Il numero dei potenziali beneficiari sale l'anno successivo arrivando a 23.500 per poi ridiscendere nel 2024 a circa 15 mila persone. In tutto, tra il 2022 e il 2025, la spesa per Quota 102 è di 1,7 miliardi. Contemporaneamente calano le risorse per finanziare Quota 100, che termina il prossimo anno e non viene rifinanziata: già nel 2024, gli "oneri" si riducono di 1,8 miliardi.

Dopo la scadenza di Quota 100 dal 31 dicembre 2021 ci sono solo misure a scadenza fino al 31 dicembre 2022, ovvero la già citata Quota 102, la proroga dell’opzione donna , la proroga dell’Ape sociale con l’aumento delle mansioni gravose che ne possono beneficiare e l’ampliamento dei contratti di espansione. Ma sono tutte misure tampone, e nessuna di queste può essere la soluzione per dare ai lavoratori una prospettiva a medio termine di maggiore flessibilità in uscita. La strada della riforma si preannuncia irta di ostacoli. L'Europa chiede all'Italia un sistema sostenibile nel medio-lungo periodo e che le pensioni permettano di vivere in modo dignitoso. Non sarà facile.

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