Sabato, 24 Luglio 2021
Lavoro

Licenziamenti a luglio: cosa succede tra 10 giorni, l'ipotesi proroga e quanti sono i posti a rischio

Dopo 493 giorni di stop, le grandi aziende italiane potranno tornare a licenziare da inizio luglio. L'ipotesi proroga del blocco è sempre sul tavolo del governo, ma il tempo stringe. Quanti sono i posti di lavoro che rischiano di saltare nei prossimi mesi?

Tra 10 giorni, dopo 493 giorni di stop, le grandi aziende italiane potranno tornare a licenziare. Dal primo luglio le imprese non avranno più i vincoli entrati in vigore nel febbraio 2020. Il governo non cambierà le regole senza un accordo nella maggioranza. Al momento la certezza è che tra poco potranno mandare via i lavoratori prima di tutto le grandi aziende, solo da novembre anche le piccole imprese. La misura, presa un anno fa dal governo di Giuseppe Conte per evitare che la pandemia di Covid-19 provocasse una gravissima crisi sociale, a marzo 2021 era stata prolungata fino al 30 giugno 2021 dal nuovo esecutivo guidato da Mario Draghi. Nel resto d'Europa solo Grecia e Spagna hanno stabilito un divieto simile a quello italiano, benché più limitato.

Lo sblocco dei licenziamenti dal 1° luglio

Quello di fine mese è un via libera allo sblocco dei licenziamenti, ma solo parziale: in base alla normativa oggi vigente, dal 1° luglio, per industria ed edilizia, torna la cassa integrazione ordinaria ma scontata (non si pagano cioè le addizionali fino a dicembre). Chi la utilizza, non potrà licenziare finché usa l’ammortizzatore scontato. Chi invece non ha bisogno di chiedere la cig scontata, perché è in fase di ripartenza, può tornare a licenziare. Invece per servizi e terziario il blocco dura fino al 31 ottobre, accompagnato sempre dalla cassa emergenziale.

"Credo sia importante prorogare per un paio di mesi il blocco dei licenziamenti, inserendo la cassa Covid gratuita. Ma sulla selettività per settore ho qualche dubbio, perché si rischia di lasciar fuori la filiera. Vediamo cosa avviene dopo quest'ulteriore proroga e, se di selettività si deve parlare, inserirei come criterio quello del calo del fatturato, non abbandonando i comparti collegati" chiede la senatrice del MoVimento 5 Stelle Nunzia Catalfo.

Il Pd ha proposto di mantenere il blocco dei licenziamenti fino a settembre per le aziende dei settori ancora in crisi, individuati con decreto dai ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, e previa sottoscrizione di un accordo con le organizzazioni sindacali.

Il governo può fare qualcosa in pochi giorni?

"Il governo è ancora nelle condizioni di correggere il decreto sostegni bis o di adottare un provvedimento finalizzato a scongiurare l'uscita dal blocco dei licenziamenti". Lo ha detto oggi a "Uno Mattina" su Rai Uno il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra. "Le ragioni che hanno dato luogo 15 mesi fa al blocco dei licenziamenti rimangono irrisolte: occupazione precaria, ammortizzatori sociali non riformati, politiche attive non avviate, continua a mancare un grande piano nazionale sulla formazione e la crescita delle competenze", ha sottolineato il leader Cisl, rilanciando le ragioni delle manifestazioni unitarie di sabato 26 giugno. "Abbiamo alle nostre spalle un milione di posti di lavoro persi nell'ultimo anno tra lavoro dipendente ed indipendente, 5 miliardi quasi di ore di cassa integrazione e 40 miliardi di massa salariale bruciata. Non è possibile avere ulteriori licenziamenti. Ecco perché stiamo chiedendo di spostare almeno fino alla fine di ottobre il blocco".

Sulla mancata proroga del blocco dei licenziamenti "rischiamo conseguenze sociali pesantissime, in un quadro in cui milioni di persone hanno già perso il lavoro nell'ultimo anno - commenta Stefano Fassina, deputato di Leu - I dati Istat evidenziano che ci sono più di 5 milioni di individui in povertà assoluta. Attenzione, perché da una parte Draghi vuole prolungare lo stato di emergenza, dall'altra si vogliono sbloccare i licenziamenti. Ricordiamo che i lavoratori bloccati nelle imprese che non avrebbero lavoro sono a carico della collettività, quindi noi rischiamo di amplificare un'ondata di licenziamenti che non ha solo ragioni oggettive".

Quanti sono i posti a rischio

La pensano diversamente in Forza Italia. "Sul blocco dei licenziamenti non può esserci un approccio ideologico: durante i lockdown ci sono stati alcuni comparti produttivi che hanno straguadagnato e altri che hanno straperso, per cui sarebbe sbagliato equipararli. I codici Ateco non hanno funzionato e sono stati giustamente accantonati: bisogna basarsi sui fatturati, e una misura selettiva come quella individuata dalla mediazione di Draghi è a nostro parere un punto di equilibrio necessario e sufficiente" ragiona la presidente dei senatori di Forza Italia Anna Maria Bernini. "Tenere bloccati tutti i licenziamenti non aiuta infatti le imprese che hanno bisogno di ristrutturarsi e non aiuta neppure i lavoratori che devono essere riqualificati perché non hanno più le competenze richieste da un mercato in rapida evoluzione. Rimandare la ghigliottina di due mesi non è la soluzione", conclude Bernini.

I sindacati accusano il governo di aver ceduto alle pressioni degli industriali. Draghi ha difeso la fine del blocco dei licenziamenti, spiegando che "l’intervento che abbiamo previsto è in linea con tutti gli altri paesi europei e garantisce la cassa integrazione gratuita in cambio dell’impegno di non licenziare". C'è chi teme uno "tsunami di licenziamenti, fino a 2 milioni", ma in realtà fare previsioni è impossibile. Secondo le ultime rilevazioni il settore manifatturiero è in netta ripresa. Inoltre quelle imprese che volevano tagliare il costo del lavoro nel corso del 2020-2021 lo hanno fatto in altro modo, ovvero non sostituendo chi è andato in pensione e non rinnovando i contratti a termine. La verità è che le nuove inevitabili crisi aziendali andranno ad aggiungersi a quelle mai risolte e che si trascinano da anni. Pare realistico parlare di centinaia di migliaia di posti di lavoro potenzialmente a rischio. 

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