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Lunedì, 26 Settembre 2022

La settimana lavorativa di 4 giorni: l'esperimento è un successo

Un mondo nuovo, dopo il Covid, ci dicevamo. Eppure la normalizazione della situazione pandemica non ci sta lasciando uno scenario così diverso da quello che descrivevamo nel 2019. Si guarda ancora ai sussidi dello Stato per far fronte a una crisi economica sistemica iniziata ben prima della pandemia: la logica che soggiace a questo modo di fare è che la società economica va bene così com'è, e che dallo Stato possa arrivare un aiutino per far fronte alle difficoltà con sussidio al reddito e un rinvio dei doveri fiscali. Nessuna rivoluzione, niente taglio delle tasse, avanti con la logica dei bonus in attesa del prossimo sussidio. 

Eppure servirebbero opportunità di lavoro per tutti e forse nuovi lavori. E mentre si pensa a come e se mantenere lo smartworking (con la ricaduta sull'indotto che viveva del lavoro negli uffici) ancora in troppo pochi guardano a come potrebbe cambiare la società semplicemente riducendo l'orario di lavoro. Ma ora c'è un esempio cristallino. Seguendo la vecchia rivoluzionaria logica del "lavorare tutti, lavorare meno" l'Islanda ha testato l'effetto della riduzione della settimana lavorativa: quattro giorni di lavoro e tre di "libertà", al netto della stessa paga per un numero minore di ore lavorate. Secondo i ricercatori che hanno analizzato i risultati dei progetti sperimentali fatti fra il 2015 e il 2019 la produttività è rimasta inalterata o addirittura è aumentata nella maggior parte dei luoghi di lavoro.

Le prove di settimana corta sono state portate avanti sia dal Consiglio comunale di Reykjavík che dal governo nazionale e hanno coinvolto più di 2500 lavoratori impiegati in uffici pubblici, servizi sociali, scuole materne e ospedali. Si tratta del più grande esperimento al mondo di lavoro su una settimana corta. La maggior parte di questi lavoratori - l'1% della popolazione attiva del Paese - sono passati da 40 ore a settimana a 35 o 36, e hanno scelto di mantenere la settimana corta. Così i sindacati sono arrivati a rinegoziare gli accordi di lavoro. 

Ma cosa c'è dietro il Santo Graal del lavoro, ovvero la stessa paga per orari ridotti? Secondo quanto riporta la ricerca del gruppo inglese Autonomy e della Association for Sustainable Democracy gli impiegati hanno detto di sentirsi meno stressati e meno a rischio di burnout, hanno avuto più tempo da passare con le famiglie e per fare attività alternative. Una ricerca che a ben vedere va in direzione tuttavia opposta alla illusione del reddito di base garantito per tutti. Lavorare meno, ma lavorare anche se in modo più efficente. Difficile? Tutt'altro. È bastato ripensare al modo in cui le attività vengono completate, accorciando le riunioni e sostituendole con e-mail, eliminando attività non necessarie e riorganizzando i turni.

Altri potrebbero prendere spunto: in Finlandia il primo ministro Sanna Marin ha preso in carico la proposta di ridurre la settimana lavorativa a quattro giorni. E non vale solo per il settore pubblico, alcune aziende hanno portato avanti sperimentazioni per ora positive: Unilever permette ai dipendenti neozelandesi di lavorare quattro giorni alla settimana e di scegliere come distribuire quelli di riposo; Microsoft il venerdì ha chiuso gli uffici in Giappone; Toyota ha ridotto a 6 ore i turni di lavoro in Svezia.

È possibile, perché non farlo? E se dopo lo smartworking riconvertito in una vera riduzione della giornata lavorativa applicassimo la stessa logica ad altro? Magari potremmo capire che gli investimenti in trasporto pubblico sarebbero migliori degli incentivi all'acquisto di auto elettriche. Che ai bonus affitti sarebbero preferibili interventi in edilizia popolare. Che all'intervento dello Stato sarebbe preferibile lo stimolo alla crescita della responsabilità individuale, magari fornendo servizi ad individui dinamici messi in condizione di amare se stessi e il mondo che li circonda.

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