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Martedì, 17 Maggio 2022
Verso un futuro migliore

Che fine farà lo smart working

Dal 1° aprile le imprese si troveranno a dover gestire milioni di accordi individuali. Le parti sociali chiedono il mantenimento del regime semplificato

Il Covid ha spianato la strada ad una nuova forma di lavoro, quello agile. Prima della pandemia in Italia, a differenza del resto d'Europa, lo smart working era solo un privilegio per pochi, ma con la diffusione del virus per necessità è diventato la soluzione per circa 9 milioni di lavoratori. Il passaggio è avvenuto in un solo colpo, con la massima urgenza, per permettere al paese di andare avanti nonostante la pandemia. Il risultato è stato buono, tanto che molte aziende hanno iniziato a pensare allo smart working in maniera un po' più seria. A preoccupare è ora però la fine dello stato di emergenza, visto che dal 1° aprile 2022 le imprese e i lavoratori che scelgono il lavoro agile dovranno firmare milioni di accordi individuali che rischiano di ingolfare l'attività aziendale. Andiamo per ordine.

Lo smart working in pandemia

A marzo del 2020 con il primo lockdown il governo ha adottato una serie di misure urgenti di semplificazione per lo smart working, abolendo temporaneamente la firma di un accordo individuale tra azienda e datore di lavoro, per sburocratizzare il tutto e permettere a milioni di lavoratori di lavorare in sicurezza da casa. Da questa data in poi lo smart working è entrato a far parte della nostra realtà lavorativa, dimostrando che possono esserci vantaggi da ambo le parti: una maggiore conciliazione lavoro-vita privata per i lavoratori e notevoli risparmi per le aziende. C'è stato un repentino cambio di mentalità che senza il Covid avrebbe richiesto molto più tempo e che si basa sul concetto che la retribuzione di un lavoratore non va legata alla sua presenza fisica in azienda ma a degli obiettivi. 

Le statistiche sul lavoro agile

Durante il primo lockdown di marzo 2020 quasi 9 milioni di lavoratori hanno lavorato da remoto mentre nel 2021 questa cifra è scesa a 7,2 milioni, con una soluzione spesso ibrida che prevede alcuni giorni della settimana in presenza e altri da casa. Secondo una statistica Inapp svolta su un campione di 45 mila dipendenti, lo smart working piace ai lavoratori: il 46% vorrebbe continuare a farlo anche quando non ci sarà più l’emergenza sanitaria. Però a fronte di un 55% di lavoratori che ha dichiarato di aver avuto un'esperienza positiva con il lavoro agile, c'è un 64% che ritiene che generi isolamento e un 60% che non aiuti nei rapporti con i colleghi. "Nel complesso la valutazione dei lavoratori è positiva - rileva il presidente dell’Inapp, Sebastiano Fadda - anche se si manifestano alcune criticità. Da ciò si desume che esiste una base per passare dal semplice lavoro da remoto emergenziale a nuovi modelli di organizzazione del lavoro".

Conciliare lavoro-vita privata

Da questa esperienza è nato un nuovo bisogno per i lavoratori, quello di conciliare lavoro e vita privata. Per una parte importante dei lavoratori le nuove opportunità che lo smart working offre contano molto più delle criticità. In molti vorrebbero spostarsi in provincia, lontano dalle città: stiamo parlando di circa un terzo degli occupati, mentre 4 persone su 10 vorrebbero addirittura trasferirsi in un luogo isolato, per trovarsi più a contatto con la natura. Per la realizzazione di questo desiderio circa un lavoratore su cinque accetterebbe una piccola penalizzazione nella retribuzione. Se prima i manager chiedevano l'auto aziendale e la palestra ora chiedono l'autonomia organizzativa del lavoro, spiega il segretario generale della Fim Cisl, Roberto Benaglia, spiegando che "con lo smart working si aprono spazi di flessibilità che il lavoro con il cartellino non ha mai dato".

Smart working: cosa succederà dal 1° aprile 2022

Con la fine dello stato di emergenza, fissato al 31 marzo 2022, si viene però a creare un problema di non poco conto legato allo smart working. In assenza di nuove misure di semplificazione, infatti, la scelta del lavoro agile rischia di diventare un boomerang per le aziende. Perché? Le imprese che decidono di adottare il lavoro agile si troveranno di fronte ad una mole di lavoro non indifferente poiché soggette alla comunicazione obbligatoria dell'accordo individuale. Da qui un pressing serrato dei sindacati per l'adozione di un regime semplificato simile a quello attualmente vigente. "Il lavoro agile è sempre voluto dalle parti, in quanto reversibile in qualsiasi momento, e non ha quindi bisogno di ulteriore burocrazia. Le forme di utilizzo dello smart working vanno favorite rendendo meno pesanti le comunicazioni", dichiara Arturo Maresca, ordinario di diritto del lavoro all’università la Sapienza di Roma. Dello stesso avviso le associazioni delle imprese e le organizzazioni sindacali che chiedono la massima sburocratizzazione dello smart working per le aziende. 

Le richieste del sindacato

"Il lavoro agile sta diventando modalità strutturale ed entra nei contesti organizzativi aziendali e nei desideri dei lavoratori", spiega il leader della Cisl, Luigi Sbarra a Il Sole 24 Ore. In vista della fine del regime semplificato, il sindacato chiede di "prorogare la possibilità, per i datori di lavoro del privato di comunicare al ministero del Lavoro, in via telematica, i nominativi dei lavoratori coinvolti e la data di cessazione della prestazione di lavoro in modalità agile, ricorrendo alla procedura semplificata già in uso resa disponibile nel sito internet del ministero stesso". Per quanto riguarda, invece, l'accordo quadro sul lavoro agile, Sbarra ricorda che questo è finalizzato ad orientare "la contrattazione collettiva stabilendo principi importanti: volontarietà e alternanza tra giornate in presenza e da remoto, possibilità di accesso per tutti i lavoratori, diritto allo stesso trattamento economico e normativo, obbligo di individuare una fascia di disconnessione".

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