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Martedì, 21 Maggio 2024
La storia

"Se non prorogano lo smart working mi licenzio"

Paola è una lavoratrice fragile, per lei tornare in ufficio sarebbe un dramma. Lavora cinque ore al giorno per sei giorni la settimana per un call center molto distante dalla sua abitazione

La fine dello smart working potrebbe essere vicina: col termine dell’emergenza Covid molti dipendenti, soprattutto fragili, dovranno tornare in ufficio, a meno di una inattesa proroga da parte del governo. Il termine ultimo fissato dal decreto Lavoro è il 30 settembre 2023, ma c’è chi non ci sta e dice: "Se non prorogano lo smart working mi licenzio".

Today.it racconta la storia di Paola, operatrice di call center part time che vive e lavora in una grande città. Per raggiungere la sede di lavoro con autobus e metro impiega più di due ore di tempo: cinque ore di viaggio per cinque ore di lavoro, davvero un grosso problema visto che purtroppo non gode di buona salute.

Smart working: per chi scade il 30 settembre 2023

Ci sono due scadenze importanti da tenere a mente per lo smart working: il 30 settembre e il 31 dicembre 2023. La prima riguarda i dipendenti del settore pubblico e privato in condizioni di fragilità e prevede lo stop al diritto al lavoro agile in modalità semplificata e al cambio di mansioni. Tradotto vuol dire che a partire dal 1° ottobre i lavoratori affetti dalle patologie individuate con DM 4 febbraio 2022 potranno fruire dello smart working solo facendo ricorso ad accordi di tipo individuale con il datore di lavoro, poiché viene meno la procedura semplificata vigente sino al 30 settembre 2023.

La seconda scadenza invece, quella di fine anno, riguarda i soggetti a maggior rischio in caso di contagio covid, sia in relazione all’età che alla presenza di condizioni di rischio derivanti da immunodepressione, da esiti di patologie oncologiche o dallo svolgimento di terapie salvavita o comunque da commorbilità. In questo caso per ottenere la proroga dello smart working è necessaria una certificazione del medico competente, poiché si tratta di una tutela aggiuntiva che riguarda solo i lavoratori in condizioni di maggiore fragilità. Poi ci sono anche i lavoratori del settore privato con figli fino a 14 anni, qualora nel nucleo familiare non vi sia un altro genitore beneficiario di strumenti al sostegno del reddito riconosciuti in caso di sospensione o cessazione dell’attività lavorativa. Chiarito questo veniamo alla storia di Paola (nome di fantasia).

La storia 

"Dal 1° ottobre si torna in presenza": dopo due anni e mezzo di lavoro in smart working l’amara notizia. "Non ce la faccio, mi licenzio", ha confessato di aver pensato Paola. Perché questa donna non può proprio fare a meno del lavoro da casa? Prima di tutto per una questione di salute ma anche perché 'il gioco non vale la candela', come direbbe un vecchio proverbio.

Paola ha un importante problema di salute, è un soggetto fragile come dice la legge, ma lavora da sempre e vuole continuare a farlo. Vive in una grande città ma la sede della società per cui lavora si trova a più di 30 chilometri da casa, a quasi un’ora di macchina. Finora ha lavorato in smart working ma se dovesse tornare in ufficio per lei sarebbe un dramma. Ha calcolato che per andare e tornare spenderebbe almeno 12 euro di carburante al giorno. Lavora part time per cinque ore al giorno per sei giorni alla settimana, non prende un grande stipendio, quindi questa cifra non se la può proprio permettere. Per risparmiare potrebbe prendere i mezzi di trasporto pubblici ma oltre ai non trascurabili problemi di salute deve mettere in conto anche due ore e mezzo di tempo per andare e due e mezzo per tornare, perché la sua sede di lavoro si trova esattamente all’estremo opposto del quartiere in cui vive. Cinque ore di autobus e metro per cinque ore di lavoro? Poco logico, soprattutto dal punto di vista medico, meglio licenziarsi.

Poi fortunatamente la notizia della proroga dello smart working per i fragili grazie a un accordo sindacale interno, ma fino a quando? Cosa farà quando la sua azienda deciderà di far tornare tutti i dipendenti in ufficio? Paola spera che prima o poi il governo o le imprese decidano di concedere lo smart working 'd'ufficio' ai lavoratori fragili che lo desiderano. Sa bene che non tutti i lavori possono essere svolti da remoto ma ce ne sono alcuni che non hanno nessuna 'controindicazione', nemmeno in termini di produttività. Come nel suo caso: deve rispondere a delle telefonate per dare assistenza ai clienti. Un lavoro che può fare tranquillamente da casa e a prova di 'furbetti', visto che è perfettamente tracciabile. Paola vuole continuare a lavorare, come ha sempre fatto nella sua vita, ma a queste condizioni non può proprio farlo, anche perché il covid circola ancora e la sua fragilità non scade con la fine dello smart working. Come ha sottolineato più volte anche l'Usb - Unione sindacale di base - rendere strutturale il lavoro da remoto per i fragili sarebbe "una norma di civiltà in un Paese che invecchia cronicizzando le patologie e che vede l’età pensionabile più alta della media europea".

Lo smart working riduce le emissioni di CO2 di 1,5 mln di tonnellate

Dietro allo smart working non c'è solo un discorso (importantissimo) di inclusività lavorativa, c'è da considerare anche un altro aspetto fondamentale: la salvaguardia dell'ambiente e della salute in termini di risparmio di emissioni di CO2. Se Paola utilizzasse l'auto per andare e tornare dall'ufficio immetterebbe nell'ambiente più di 12 kg di CO2 al giorno, 288 in un mese, 3.456 in un anno. Secondo un calcolo più ampio svolto dall’osservatorio smart working della school of management del Politecnico di Milano, il lavoro da casa riduce le emissioni di circa 450 chili annui per lavoratore per effetto di tre componenti: la riduzione degli spostamenti, che permette il risparmio di 350 kg di CO2, le emissioni risparmiate negli uffici che hanno introdotto il lavoro da remoto (-400 chilo) al netto delle emissioni addizionali dovute al lavoro dalla propria abitazione (300 chili circa). 

Considerando che i lavoratori da remoto oggi sono circa 3,6 milioni, quasi 500mila in meno rispetto al 2021 (7 milioni in piena pandemia), si calcola che l’impatto a livello di sistema Paese è pari a 1.500.000 tonnellate annue di CO2, quantità pari a quella assorbita da una superficie boschiva di 8 volte quella del comune di Milano. Difficile, invece, fare il conto per i soli lavoratori fragili, visto che nessuno, né l'Inps né l'Inail né l'Istat, sembra aver mai fornito un dato ufficiale. In ogni caso su grandi città come Roma e Milano l'impatto dello smart working per i fragili sarebbe sicuramente importante, sia in termini di emissioni di CO2 che di traffico.

Cosa succederà dopo il 30 settembre

Dopo il 30 settembre 2023 con molta probabilità non ci saranno proroghe, anche perché a oggi il quadro epidemiologico non preoccupa. "I numeri dei contagi covid in assoluto sono aumentati ed era prevedibile, veniamo dal periodo estivo dove c'è movimento di persone - ha dichiarato il ministro della Salute Orazio Schillaci -. Un dato in linea e che potrebbe crescere vista l'apertura delle scuole, ma non c'è allarmismo: i dati che ci interessano sono i ricoveri e gli accessi nelle terapie intensive e sono dati trascurabili e siamo fiduciosi".

Per il momento si parla di smart working associato al covid solo per gli asintomatici. Il ministro sta pensando a come affrontare la prossima stagione invernale, aprendo alla possibilità di favorire il lavoro da casa solo per le persone positive al covid che non hanno sintomi per evitare la diffusione del virus, ma ancora nulla è stato deciso.

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