La rivincita dello smart working

Secondo un'indagine condotta dall'associazione dei direttori del personale, il 68% dei datori di lavoro intende prolungare questa organizzazione anche dopo la fine dell'emergenza sanitaria

Foto di repertorio

Prima dell'epidemia di coronavirus lo smart working in Italia era pressoché sconosciuto, poco utilizzato e visto anche sotto una cattiva luce, spesso a causa dell'errata concezione per cui un dipendente che lavora a casa è propenso a ''non fare nulla''. La pandemia e il lockdown hanno però costretto la maggior parte delle aziende, sia pubbliche che private, ad adottare questo strumento: in questo modo il cosiddetto 'lavoro agile' è diventato quasi un punto di forza invece che un punto debole, con diversi vantaggi sia per i dipendenti che per i datori di lavoro. 

A questo punto la domanda sorge spontanea: cosa succederà allo smart working quando finirà la pandemia? Si tornerà alla situazione pre-Covid o si continuerà a diffondere come modello di lavoro ormai rodato? Aidp, l’associazione dei direttori del personale, ha effettuato un'indagine tra i direttori del personale su questo argomento: i risultati hanno fatto emergere un quadro in grande evoluzione, almeno rispetto al passato. Proprio il periodo del lockdown ha infatti innescato un processo di riorganizzazione del lavoro, con lo smart working che ne è diventato il fulcro, almeno per molte realtà che lo permettono. 

La rivincita dello smart working

Stando ai risultati dell'analisi condotta da Aidp, quasi sette datori di lavoro su dieci (il 68% per la precisione) ha dichiarato che prolungherà le attività di smart working anche nella fase di ritorno alla normalità. Un altro 30%, invece,  farà nuovi interventi organizzativi ispirarti ai principi del lavoro agile. Sempre secondo la survey, per il 58% lo smart working proseguirà anche nel 2021 mentre per il 26% finirà tra novembre e dicembre 2020. 

Passando poi al numero dei dipendenti coinvolti, per circa il 58% dei rispondenti il lavoro da remoto riguarderà un percentuale sul totale che oscilla tra il 50 e oltre il 90% della forza lavoro. In molti casi il 'lavoro agile' sarà adottato soltanto per alcuni giorni, per oltre il 70% delle aziende saranno mediamente utilizzati tra i 2 e i 3 giorni a settimana.

Smart working, vantaggi e svantaggi

Ma come è cambiata la concezione dello smart working? A far cambiare idea ai datori di lavoro sono stati senza dubbio i numerosi vantaggi di questa organizzazione, ecco i principali: 

  • risparmio di tempo e costi di spostamento per i lavoratori (69%); 
  • maggiore soddisfazione dei dipendenti e miglioramento della vita in termini di work-life balance (64%); 
  • aumento della responsabilità individuale (46%). 

Ma come tutte le ''medaglie', esiste anche un'altra faccia, quella degli svantaggi. Quelli più temuti sono relazioni sociali (62%), la mancanza di separazione tra ambiente domestico e ambiente lavorativo (32%) e il rischio di un sovraccarico di lavoro, denotato dal 21% degli intervistati.

Un'altra componente del lavoro smart che è cresciuta è quella relativa alla formazione a distanza, ma il vero miglioramento, forse il più importante e indicativo, riguarda la salute: quasi il 60% dei rispondenti ha riprogettato l’organizzazione del lavoro secondo le norme aggiornate di tutela della salute e della sicurezza nell’ottica di una costante prevenzione dal virus.  

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''La nostra indagine ha evidenziato due trend fondamentali - spiega Isabella Covili Faggioli, Presidente Aidp - il post covid vedrà una crescita sostenuta dello smart working come strumento strutturale dell’organizzazione del lavoro con percentuali superiori rispetto a prima; nella valutazione tra rischi e opportunità quest’ultime hanno una percezione molto elevata rispetto alle criticità che pur ci sono. Si apre, così, una nuova fase di ripensamento del futuro del lavoro in cui bisognerà ben bilanciare le opportunità con gli svantaggi e soprattutto sarà necessario uno spirito collaborativo tra le parti che eviti la polarizzazione del confronto''. 

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