Smart Working e pubblica amministrazione: cosa cambia con il nuovo Dpcm

Il Dpcm 13 ottobre appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale dispone l'obbligo per la Pubblica Amministrazione di incentivare il lavoro da casa con una percentuale del 50%. Il decreto Rilancio dispone che a regime si debbano garantire quote almeno del 60%

Il Dpcm 13 ottobre appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale dispone tra le misure di contenimento della pandemia l'obbligo per la Pubblica Amministrazione di incentivare lo smart working garantendo una percentuale del 50%. All'inizio il Comitato Tecnico Scientifico aveva suggerito una quota del 70% di coloro che possono svolgere la loro attività a distanza.

Smart Working e Pubblica Amministrazione: cosa cambia con il nuovo Dpcm

Niente obbligo ma raccomandazione invece per il privato ma si raccomanda comunque che le attività professionali vengano «attuate anche mediante modalità di lavoro agile, ove possano essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza». Cosa cambia in concreto per i dipendenti della pubblica amministrazione? Repubblica spiega che in primo luogo è stata prorogata al 31 gennaio la semplificazione normativa che permette ai datori di lavoro di decidere liberamente sulle modalità di smart working, senza l’obbligo di stipulare un accordo con i propri dipendenti.

Condizione che da tempo è contestata dai sindacati, che chiedono invece di «contrattualizzare lo smart working», come ha ribadito ieri il leader della Uil Pierpaolo Bombardieri. Proprio in vista di una nuova adozione massiccia del lavoro agile, però, il governo sta valutando di accelerare il percorso della legge di riforma sul tema, all’esame del Senato, facendola diventare un collegato alla legge di Bilancio: in questo modo i tempi di esame e di approvazione sarebbero molto più rapidi.

Il disegno di legge tutela in particolar modo il diritto di disconnessione e l’autonomia del lavoratore, tutele la cui necessità è emersa con forza in questi mesi: secondo l’Osservatorio Nomisma-Crif il 28% degli smart worker lamenta un aumento delle ore lavorate e una quota di poco inferiore dice di non riuscire più a distinguere tra lavoro e vita privata. Anche se una quota maggiore si dice invece sollevata per il tempo risparmiato rispetto ai trasferimenti casa-ufficio e per la possibilità di poter seguire meglio la famiglia. In definitiva, prevale chi trova molto più comodo lavorare da casa, o comunque in autonomia: si dichiara pro smart working anche a pandemia finita il 62% degli intervistati.

Una disponibilità che i due terzi delle aziende sembrano pronte a cogliere: secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano si stima un aumento della produttività dell’ordine del 15%, una riduzione del tasso di assenteismo intorno al 20% e risparmi nell’ordine del 30%

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Dpcm in vigore oggi: che cosa cambia e cosa no e cosa fare per stare sicuri

La Pubblica Amministrazione invece aveva raggiunto quote tra l'80 e il 90% dei lavoratori da remoto durante il lockdown. Oggi non ci troviamo in una fase del genere: "Un conto è stato lo smart working emergenziale - ha chiarito in un intervento su Radio1 la ministra della Pa Fabiana Dadone - che comunque è servito a garantire i servizi quando il Paese era fermo. Altra cosa accade in questa fase successiva: ora le imprese sono aperte e hanno bisogno del supporto della Pubblica Amministrazione". Il futuro, conclude il quotidiano, va verso il lavoro per obiettivi anche per la Pa: il decreto Rilancio dispone che a regime si debbano garantire quote almeno del 60% nei servizi in cui è possibile questa modalità.

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