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Mercoledì, 21 Febbraio 2024
Economia

Spending review, che fine ha fatto? "Sacrificata" sull'altare delle pensioni

Analisi Unimpresa sui conti pubblici. La spesa pubblica sfonderà il muro dei 900 miliardi di euro nel 2022: a incidere molto saranno le pensioni (in crescita di quasi 28 miliardi rispetto al 2019). Il vicepresidente Claudio Pucci: "È diventata una faccenda da campagna elettorale"

Che fine ha fatto la spending review? Svanita nel nulla. La spesa pubblica sfonderà il muro dei 900 miliardi di euro nel 2022: a incidere in maniera significativa sull'incremento delle uscite a carico del bilancio statale saranno le pensioni (in crescita di quasi 28 miliardi rispetto al 2019), gli interessi da pagare sulle emissioni di bot e btp (in aumento di quasi 10 miliardi) e gli investimenti pubblici (in salita di oltre 9 miliardi). Le pensioni passeranno da 277 a 305 miliardi, l'esborso per il servizio del debito da 64 a 73 miliardi, le spese in conto capitale da 51 a 60 miliardi.

Sono "inquietanti" i dati principali che emergono da un'analisi del centro studi di Unimpresa (associazione che rappresenta le micro, piccole e medie imprese) sui conti pubblici, secondo la quale il totale della spesa pubblica crescerà di 59,4 miliardi di euro (+6,8%) nel triennio 2020-2022 rispetto al 2019, passando dagli 869,7 miliardi dello scorso anno ai 929,2 miliardi del 2020.

"La spending review è una chimera, da anni ormai è diventata solo una faccenda da campagna elettorale e un argomento utile per creare costose consessi di esperti che non cavano un ragno dal buco. La prima commissione fu creata quasi 40 anni fa, all'inizio degli anni 80, da allora la spesa è solo cresciuta, mentre tagli e razionalizzazioni sono rimasti nel cassetto" commenta il vicepresidente Claudio Pucci.

La spesa pubblica crescerà di 59 miliardi nel prossimo triennio

In base all'analisi dell'associazione, basata su rielaborazioni di dati della Corte dei conti, dell'Istat e del Tesoro, la spesa pubblica, complessivamente, crescerà di 59,4 miliardi di euro (+6,8%) nel triennio 2020-2022 rispetto al 2019, passando dagli 869,7 miliardi dello scorso anno ai 929,2 miliardi del 2020. Le spese correnti saliranno di 51,5 miliardi (+6,3%) da 812,6 miliardi a 864,1 miliardi. Nel dettaglio, saliranno di 2,3 miliardi (+1,3%) le uscite per gli stipendi dei dipendenti pubblici da 172,6 miliardi a 174,9 miliardi; gli acquisti di beni e servizi passeranno da 144,1 miliardi a 150,0 miliardi con un incremento di 5,9 miliardi (+4,1%). Le prestazioni sociali vedranno una crescita di 33,0 miliardi (+9,1%) da 364,1 miliardi a 397,1 miliardi e sull'incremento peseranno i 27,8 miliardi in più (+10,0%) di uscite per assegni pensionistici (da 277,4 miliardi a 305,2 miliardi) oltre ai 5,2 miliardi di maggior esborso per il comparto previdenza (+6,0%), che passerà da 86,7 miliardi a 91,9 miliardi.

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Per quel che riguarda le altre spese correnti: rimarranno sostanzialmente stabili (da 67,8 miliardi a 68,5 miliardi), con un lieve incremento di 700 milioni (+1,0%). L'area delle spese correnti si chiude con gli interessi passivi, in salita, dal 2019 al 2022, di 9,7 miliardi (+15,2%) da 64,0 miliardi a 73,7 miliardi.

Quanto alle spese in conto capitale, si registrerà un aumento di 7,9 miliardi (+13,8%) da 57,1 miliardi a 65,0 miliardi: a incidere sulla crescita di questa voce saranno gli investimenti (infrastrutture e grandi opere pubbliche) che saliranno di 9,2 miliardi (+18,0%) da 51,2 miliardi a 60,4 miliardi, mentre le altre spese in conto capitale subiranno una contrazione di 1,3 miliardi (-22,0%) da 5,9 miliardi a 4,6 miliardi). La spesa primaria, ovvero il totale delle spese esclusa la voce per interessi passivi, salirà di 49,7 miliardi (+6,2%) da 805,7 miliardi a 955,4 miliardi; mentre il totale delle uscite dalle casse pubbliche si attesterà, a fine 2020, a 929,1 miliardi con una crescita di 59,4 miliardi (+6,8%) rispetto agli 805,7 miliardi del 2019.

La spending review mancata

Di spending review si parla da decenni, se ne vedono tracce nel dibattito pubblico già nel 1981; i suoi successi sono stati limitati, nonostante le molte Commissioni e i molti Commissari. Un cambio di passo sembrava potesse esserci un lustro fa: il Rapporto Giarda del 2012 presentava e denunciava varie tipologie di inefficienza, poi le proposte di Cottarelli l'anno seguente. Ma la mancanza di obiettivi predefiniti condivisi con i vertici politici dei Ministeri e con le amministrazioni ha di fatto azzoppato la spending review in Italia. Si è dimostrato difficilissimo "accettare" e "far accettare" tagli e sforbiciate senza riuscire a impostare un ragionamento partecipato sul lungo periodo.

Lotta agli sprechi e tagli alle agevolazioni fiscali: il governo rilancia la spending review.

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Confronto tra le previsioni sui conti dell'Italia di Fmi, Governo e Ue in un'infografica realizzata da Ansa-Centimetri, 8 maggio 2019. ANSA/CENTIMETRI

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