Lunedì, 30 Novembre 2020

Nidi, i comuni spendono meno e per le famiglie le rette sono sempre più care: giù le iscrizioni

E' quanto rivela il rapporto Istat su asili nido e altri servizi socio-educativi per la prima infanzia, riportato da Redattore Sociale

I comuni spendono sempre meno per i servizi socio-educativi per la prima infanzia, mentre aumenta la quota a carico della famiglie. Lo rivela l'Istat nel suo rapporto "Asili nido e altri servizi socio-educativi per la prima infanzia - Anno educativo 2014/2015", citato da Redattore Sociale. Secondo queste rilevazioni, l'aumento delle tariffe richieste dai comuni  e la difficile situazione reddituale e lavorativa delle famiglie, "sono tra i fattori che hanno influito sul calo delle iscrizioni".

La spesa dei comuni è scesa del 5% mentre quella a carico delle famiglie, tra il 2004 e il 2014, è passata dal 17,4 al 20,3% della spesa degli enti pubblici (1 miliardo 482 milioni impegnati nel 2014). In molte realtà territoriali, poi, gli asili nido comunali hanno un numero di iscrizioni decisamente inferiore rispetto ai posti disponibili e talvolta "la mancanza di domanda da parte delle famiglie determina la chiusura di strutture pubbliche", ricorda Redattore Sociale. 

Nell'anno educativo 2014/2015, sono state censite in tutta Italia 13.262 unità che offrono servizi socio-educativi per la prima infanzia, di cui il 36% pubblico e il 64% privato. In tutto ci sono 357.786 posti disponibili, che coprono il 22,8% del potenziale bacino di utenza (ossia i bambini sotto i tre anni residenti in Italia), anche se in lieve aumento rispetto al 22,5% dell'anno precedente. Tra Nord e Sud del Paese rimangono ancora molte differenze. Al NordEst e nel Centro Italia i posti censiti tra pubblico e privato arrivano a coprire il 30% dell'utenza, al NordOvest il 27 e al Sud e nelle Isola solo il 10 e 14 per cento. I bambini sotto i tre anni che vengono accolti in servizi comunali o finanziati dai comuni variano dal 18.3% registrato nel Centro Italia al 4,1% del Sud. 

Differenze tra Nord e Sud anche per quanto riguarda la spesa dei comuni in rapporto al potenziale bacino di utenza. Trento è il capoluogo di provincia che spende di più (3.545 euro per bambino residente), seguito da Venezia (2.935 euro), Roma (2.843) e Aosta (2.084). Maglia nera per i comuni di Lanusei e Sanluri, che non hanno riportato spese per questo tipo di servizi, mentre in fondo alla classifica ci sono Reggio Calabria (19 euro), Catanzaro (38 euro) e Vibo Valentia (46 euro).

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