Martedì, 13 Aprile 2021

Italia troppo grande per fallire: ma la questione spread non è da sottovalutare

I tassi d'interesse dei Paesi periferici, cioè Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia, non si muovono più in modo sincronizzato: ecco perché la situazione è piuttosto seria

Foto di repertorio

“Too big to fail”: l'Italia è da considerarsi un po' come le grandi banche sistemiche, troppo grande per fallire. Ma c'è anche una seconda frase che risulta calzante: troppo grande anche per essere salvata. Infatti, come il 'castello' dell'euro ha rischiato di crollare per 300 miliardi di debito della Grecia con un Pil che è appena il 3% di quello di Eurolandia, anche la questione dello spread italiano è tutt'altro che da sottovalutare.

L’annuncio del governo di alzare l’asticella del deficit al 2,4% l’anno prossimo per finanziare gli impegni contenuti nel contratto di governo ha provocato la dura reazione dei mercati con lo spread tornato di nuovo sopra i 300 punti. Ma le fibrillazioni dei mercati degli ultimi giorni si presentano in modo diverso rispetto anche al recente passato. I grafici e le quotazioni di Borsa e dei titoli di Stato mostrano un cambiamento profondo nella percezione del rischio paese da parte degli investitori. Un primo elemento è che non esiste più il blocco dei paesi cosiddetti periferici e cioè Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. I tassi di interesse di questi paesi fino a pochi mesi si muovevano in modo sincronizzato

Quanto ci può costare l'effetto spread

Le fibrillazioni sull’Italia si trasferivano anche sugli asset degli altri ex Pigs. Lo stesso se la tensione dei mercati si concentrava sulla Spagna o sul Portogallo. Lo spread tra il Btp decennale e il Bund tedesco anche a fine maggio aveva toccato i 300 punti base. Il peggioramento della percezione del rischio Italia tuttavia è più evidente raffrontando l’andamento del Btp con i Bonos. Lo spread tra Italia e Spagna ha toccato i massimi dalla crisi del 2012 sfiorando i 200 punti base, a maggio il differenziale era intorno ai 110 mentre all’inizio del 2016 il rischio Italia era inferiore a quello Spagna. Lo spread dell’Italia è più vicino a quello della Grecia che non a quello del Portogallo o della Spagna. 

I bond di Atene pagano appena 100 punti base in più di quelli italiani. Anche il decennale portoghese è diventato più sicuro dei bond della Repubblica Italiana, almeno da maggio in poi. All’inizio del 2017 lo spread tra Italia e Portogallo era favorevole al Btp per 200 punti base, oggi il rendimento dei titoli portoghesi è inferiore al Btp di oltre 100 punti. In modo costante si sta allargando la forbice tra l’Italia e gli altri membri del club dell’euro e con la Grecia le distanze si stanno accorciando. Quasi impietoso il confronto con l’Irlanda, che dopo la Grecia ha beneficato del programma di aiuto da oltre 80 miliardi di euro. Il rendimento dei titoli decennali dell’Irlanda da tre anni si muovono come quelli della Francia e oscillano intorno all’1%, oltre 200 punti in meno dell’Italia dopo aver toccato il massimo storico venerdì scorso a 245 punti. Anche il Cds riflette il drastico peggioramento dell’Italia nella percezione dei mercati.

Quali sono gli effetti dello spread a 300

Il Cds a 5 anni sull’Italia è lievitato a 269, la Spagna è appena a 68 dollari per 10mila dollari, la Germania a 10, la Grecia a 400. La percezione dell’Italia sui mercati non è cambiata in peggio con le elezioni del 4 marzo scorso. Anzi. Ad aprile il rendimento medio dei titoli di Stato italiani è sceso all’1,049%, il livello più basso nell’ultimo biennio, mentre a settembre scorso è schizzato a oltre il 2,2%. Il Cds a 5 anni era a 79. I grafici dello spread e le curve dei rendimenti non sono fini a se stessi, ma hanno immediati riflessi. Da maggio a oggi è aumentato il costo della spesa per interessi sul debito pubblico, circa un miliardo di euro in più sull’anno scorso e con lo strappo degli ultimi giorni è prevedibile un ulteriore aumento nell’ultimo trimestre. Nel 2018 dopo sei anni si fermerebbe la costante discesa della spesa per interessi, dagli 83 miliardi nel 2012 ai 63 miliardi dell’anno scorso.

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