"C'è chi non prende la Cassa integrazione e a Palazzo Chigi si aumentano lo stipendio, è giusto?"

Mezzo milione di pratiche non si riescono a sbloccare. Gli artigiani non hanno incassato le mensilità da luglio a settembre. E c'è chi urla: "Vergogna"

Lei si chiama Erika Martino Cinnera, ha 24 anni, è messinese e commessa a Roma, in via del Corso. La sua storia la racconta oggi La Stampa: non le è arrivato un euro per i due mesi di lockdown, quando il negozio era chiuso, né l’Inps le ha pagato maggio, lavorato a metà. «Studio Archeologia a Tor Vergata e lavorare mi serve per la mia indipendenza e per i miei progetti: risparmio per comprare casa con mio fratello e pagarmi un tirocinio all’estero. Ho sempre cercato di essere giudiziosa, ma così non so come fare. Poi – si sfoga – leggo degli stipendi dei dirigenti pubblici e posso solo pensare che stiamo assistendo ad una vergogna».

"C'è chi non vede la Cassa integrazione e chi si aumenta lo stipendio, è giusto?"

Erika si riferisce all'aumento di 331 euro per i dirigenti di Palazzo Chigi che però è stato soltanto proposto dall'Agenzia per la Rappresentanza Negoziale della Pubblica Amministrazione (Aran), che elargirà anche altri 136,80 euro in base ai risultati. Come hanno raccontato i giornali, per i dirigenti di seconda fascia è previsto un ulteriore incremento di 657,80 euro per ridurre la forbice retributiva con la prima. Invece lei fa parte di quel mezzo milione di pratiche che non si riescono a sbloccare, come aveva denunciato due settimane fa Guglielmo Loy, presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’istituto. Un esercito di lavoratori protetti dal blocco dei licenziamenti, ma inermi davanti a mesi a reddito zero o quasi. 

I dipendenti di Giorgia Caramello, che fa impianti elettrici a Cuneo, da giugno si trovano in busta 300 euro: l’azienda paga le poche ore lavorate, poi c’è il buco della cassa integrazione, che per loro è ferma a maggio, «un vuoto incredibile» protesta l’imprenditrice.

Gli operai della Nuova Rettifica, officina meccanica di Novara, hanno incassato solo la scorsa settimana la mensilità di maggio e aspettano ancora giugno e luglio: «Teniamo botta sfruttando le ferie arretrate» spiega la titolare Donatella Mattachini. I settanta dipendenti della Cigar, che gestisce il ristorante della stazione di Bologna, eredi dei colleghi che persero la vita il 2 agosto 1980, continuano a lavorare solo 3-4 giorni al mese perché gente in giro ce n’è poca e, nel frattempo, l’ultimo stipendio pieno lo hanno visto a giugno: poi la cassa integrazione non è più arrivata «e figurarsi se l’azienda in una fase del genere è in grado di anticipare i pagamenti, viviamo di liquidità ed è impensabile sostituirci allo Stato» dice Marco Grandi, responsabile delle risorse umane.

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Cassa Integrazione, un problema da mezzo milione (di lavoratori)

E poi ci sono gli artigiani: nessuno di loro ha incassato le mensilità da luglio a settembre. In 44 mila sono a quota zero euro ricevuti da aprile e i soldi arrivati dal governo non bastano a soddisfarli: mancano 80 milioni di euro.

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