In arrivo la tassa sui servizi digitali: cos'è e chi deve pagarla

Si chiamerà (forse) imposta sui servizi digitali, ma tutti la conoscono come web tax. Nata con l’intento di stangare le multinazionali straniere, finirà per colpire anche le aziende italiane con ricavi superiori ai 750 milioni di euro. Col rischio di far aumentare i prezzi

Immagine di repertorio

Il governo si prepara a stangare le grandi aziende che operano nel digitale. Con la legge di bilancio 2019 dovrebbe essere approvata anche la così detta web tax, un’imposta - citiamo dal testo del maxi emendamento alla manovra - che si "applica ai soggetti che prestano servizi digitali e che hanno un ammontare complessivo di ricavi non inferiore a 750 milioni di euro e che hanno anche un ammontare di ricavi derivanti dalla prestazione di servizi digitali non inferiore a 5,5 milioni di euro".

Come avrete capito, la nuova tassa sarà applicata sui ricavi e non sugli utili: ciò significa che dovranno versarla anche le aziende con i conti in rosso. "L’imposta - si legge ancora nel testo dell’emendamento - prevede un’aliquota del 3% sui ricavi e viene versata entro il mese successivo a ciascun trimestre".

L'imposta si applica ai ricavi, derivanti dalla fornitura dei seguenti servizi:

  1. veicolazione su un'interfaccia digitale di pubblicità mirata agli utenti della medesima interfaccia;
  2. messa a disposizione di un'interfaccia digitale multilaterale che consente agli utenti di essere in contatto e di interagire tra loro, anche al fine di facilitare la fornitura diretta di beni o servizi;
  3. trasmissione di dati raccolti da utenti e generati dall'utilizzo di un'interfaccia digitale.

Web tax, per il governo un affare da 600 milioni l'anno

Il governo - basandosi su alcune stime realizzate in passato dalla Commissione Europea – conta di ricavare circa 600 milioni l’anno dalla web tax. La nuova imposta dovrebbe entrare in vigore solo a partire dall’ultimo trimestre dell’anno e dunque nel 2019 il gettito sarà pari a 150 milioni.

web tax-2

In Europa il Parlamento si è già espresso sul tema incoraggiando gli stati membri ad approvare una digital services tax per tassare gli utili dei grandi giganti del web Google, Facebook, Amazon.

Un'ipotesi di web tax (mai entrata in vigore) era contenuta anche nella legge di bilancio del 2018 e sarebbe dovuta entrare in vigore nel 2019.  Nella versione 2018 la web tax non si applicava però al tradizionale commercio elettronico verso i consumatori, esentando così - ad esempio - le vendite online come quelle di Amazon o le prestazioni di servizio modello Airbnb.  Erano inoltre state escluse anche le imprese agricole, contribuenti nel regime forfettario. La web tax 2019 invece sembra colpire indifferentemente tutti gli operatori che lavorano nel digitale con ricavi sopra i 750 milioni di euro.  

Aumenteranno i prezzi dei prodotti che compriamo on line?

La norma impatterà sui big player del settore, ma non è escluso che ci possano essere ricadute anche sui consumatori finali in termini di maggiori costi di prodotti e servizi. "Come è già accaduto in passato", sottolinea Altroconsumo, "spesso le aziende trovano il modo di far ricadere sull'utente finale, almeno in parte, questo incremento di tassazione".  

Peraltro, scrive ancora l'associazione dei consumatori, la norma va in "direzione opposta rispetto a quella dell'economia attuale, dove la condivisione dei contenuti e un incremento del digitale sta andando a beneficio del mercato, della concorrenza e, quindi, anche del consumatore".

Tassati anche i gruppi editoriali

Anche i gruppi editoriali saranno soggetti alla web tax. La Fieg ha espresso "sconcerto e stupore per la nuova imposta sui servizi digitali proposta dal Governo". Secondo la federazione italiana editori giornali, la web tax è un’imposta "che colpisce i ricavi anche delle aziende italiane del settore già soggette al prelievo ordinario, con una nuova tassa che rischia di deprimere ulteriormente i bilanci delle imprese".

"La web tax - prosegue la nota - dovrebbe essere uno strumento per il riequilibrio della concorrenza dei diversi operatori nel mercato digitale e per far pagare le tasse a chi oggi non le paga in Italia, ma non può costituire un alibi per una forma generalizzata di nuova tassazione sulle imprese italiane del settore con il rischio di riduzione degli investimenti e della occupazione". 

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