Brutta sorpresa in busta paga, tasse mai così alte: cuneo fiscale a livelli record

I lavoratori percepiscono come stipendio solo la metà della somma versata dal datore di lavoro: il resto se ne va in contribuiti, Irpef e addizionali regionali e comunali compresi. Per ogni 100 euro percepiti, un datore di lavoro ne versa 207

Il cuneo fiscale in Italia raggiunge la cifra record del 47,9% nel 2018. È il livello più alto registrato nel ventunesimo secolo e, come conseguenza, fa crescere ulteriormente il gap con il resto del mondo. Secondo i dati dell'ultimo rapporto Ocse 'Tax Wages 2019' elaborati dall'Adnkronos, lo scorso anno il peso delle tasse sugli stipendi, in media, era pari al 36,1%. Rispetto all'Italia la differenza è di 11,8 punti percentuali, in aumento di 1,3 punti sul 2008 e di 1,7 punti dall'inizio del secolo (2000).

Tasse, tasse e ancora tasse: quanto pagano gli italiani

La necessità di ridurre il peso dei tributi che grava sugli stipendi, pagato sia dai datori di lavoro che dai dipendenti, ritorna di frequente al centro del confronto tra il mondo produttivo e la politica. Gli imprenditori, da una parte, lamentano il peso di un fisco insostenibile. Governi, maggioranza e opposizioni, dall'altra parte, nella forma condividono le posizioni degli industriali ma nella sostanza non compiono atti concreti. L'ultimo in ordine di comparizione è il vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, che è tornato sull'argomento assicurando che, con la prossima legge di bilancio, e quindi dal 2020, sarà ridotto il cuneo fiscale.

Lavorare per le tasse: metà del nostro stipendio va al Fisco

I dati del centro studi di Confindustria mostrano che ci sarebbe un gran bisogno di intervenire per alleggerire il carico fiscale che grava sulle imprese: per uno stipendio di 780 euro netti (la stessa cifra fissata come tetto per il reddito di cittadinanza) l'azienda deve 'pagare' 1.360 euro lordi. Quindi il lavoratore percepisce solo il 57,4% della somma versata dal datore di lavoro. Il restante 42,6% va in Irpef, addizionali regionali e comunicali comprese, e contributi.

La situazione peggiora, con l'aumentare dello stipendio: un assegno netto di 2.000 euro 'costa' all'impresa 4.449 euro. In questo caso il lavoratore percepisce il 44,9% della cifra complessiva versata dal datore di lavoro; mentre il restante 55,1% è tutto cuneo fiscale.

Le elaborazioni del centro studi di Confindustria mostrano che per ogni 100 euro che percepisce un dipendente, il datore di lavoro ne versa 207 euro. I 107 euro di differenza sono così suddivisi: 61 euro di contributi versati dal datore di lavoro, 14 euro di contributi versati dal lavoratore, 32 euro di tasse sul reddito.

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Tornando alle statistiche dell'Ocse, e osservando l'andamento anno per anno, emerge che il cuneo fiscale 'made in Italy' ha raggiunto il suo livello minimo nel 2005, quando si è attestato al 45,9%. Cinque anni prima era al 47,1% ma, in pochi anni, era sceso di 1,2 punti percentuali. Poi il peso delle tasse sugli stipendi è tornato a crescere, in modo costante, arrivando a 2 punti percentuali sopra il minimo storico nel 2018. La lista dei paesi mostra che l'Italia si colloca al terzo posto, dopo il Belgio (dove il cuneo fiscale è al 52,7%) e la Germania (49,5%). Subito dopo l'Italia si posizionano la Francia e l'Austria (entrambe al 47,6%). Dall'altra parte della classifica c'è il Cile, con il 7% di cuneo fiscale, la Nuova Zelanda, con il 18,4% e il Messico con il 19,7%.

Tagli per non alzare le tasse: il Def della "recessione" preoccupa un po' tutti 

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