Il "tesoretto" da più di 80 miliardi che lo Stato non riesce o non può incassare

Gran parte di questo denaro è costituito da crediti di natura erariale, ma spesso le azioni di recupero sono limitate da leggi dello Stato come ad esempio l'impignorabilità della prima casa

Foto di repertorio

Il nostro Paese ha un "tesoretto" grazie al quale potrebbe ridurre il suo debito pubblico dall'attuale 132,6% del pil all'83,7%. In realtà, come spiega l'AdnKronos, si tratta di un "tesoretto" solo virtuale. Gli 871 miliardi di euro di ruoli non incassati dallo Stato riguardano una platea di oltre 20 milioni di contribuenti, ma la maggior parte dei debitori non pagherà mai.  

Secondo gli ultimi dati dell'Agenzia delle Entrate, il 66,5% dei mancati incassi si concentra nella nella fascia di debito oltre i 500.000 euro. Più della metà dei contribuenti ha invece debiti fino a 1.000 euro che però corrispondono solo all'1,9% del debito complessivo. Insomma, la maggior parte dei soldi dovrebbe arrivare da contribuenti che devono grosse somme al fisco, ma come dicevamo gran parte di questo denaro non rientrerà nelle disponibilità dello Stato.

Perché il "recupero crediti" è così difficile (e a volte impossibile)

La quota di debito che non può essere riscossa perché i soggetti sono falliti corrisponde a 152,7 miliardi di euro. Poi ci sono oltre 103 miliardi di debiti contratti da soggetti che sono deceduti o le cui ditte sono cessate. I carichi sospesi incidono per quasi 48 miliardi; nella platea dei debitori rientrano anche coloro che risultano nullatenenti: dovrebbero versare al fisco 103,9 miliardi, ma per ovvie ragioni si tratta di crediti che non verranno riscossi. Le azioni cautelari valgono 364,7 miliardi, mentre le rate a scadere su dilazioni non revocate sono pari a 13,7 miliardi.

Per farla breve resterebbero "solo" 84,2 miliardi, una cifra comunque ragguardevole se pensiamo che grossomodo corrisponde a 4 manovre finanziarie. Questa cifra tutttavia comprende anche debiti le cui azioni di recupero sono limitate da leggi dello Stato come la soglia minima per l’iscrizione ipotecaria, l’impignorabilità della prima casa, i limiti di pignorabilità dei beni strumentali, la limitazione alla pignorabilità di stipendi etc.

Per l'81% si tratta di crediti residui di natura erariale, il 14% è di natura contributiva e previdenziale, il 3% è dei comuni e il restante 2% dai restanti enti impositori (regioni, camere di commercio e ordini professionali).

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Le "colpe" dello Stato

Insomma, le cose sono più difficili di quanto potrebbero sembrare, anche se lo Stato ci mette del suo: secondo il Fondo monetario internazionale e l'Ocse, ''il sistema si presenta eccessivamente macchinoso, in quanto impone lo svolgimento di attività di recupero pressoché indistinte per tutti i crediti iscritti a ruolo''. La stessa Agenzia delle Entrate in un’audizione tenuta in parlamento ha ammesso che ''l’anomala consistenza del 'magazzino' residuo dei crediti affidati all’Agente della riscossione rappresenta un’unicità rispetto al panorama internazionale" aggiungendo che "una parte della colpa va alle strutture private, che si sono occupate della riscossione fino al 2006”.

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