"Probabile un rallentamento dell'economia" e sull'Italia pende lo tsunami pensioni

Il rapporto annuale dell'Istat 2019 svela dati che fanno carta straccia degli impegni presentati dal premier Conte oggi al Consiglio europeo: l'economia italiana potrebbe vedere un nuovo rallentamento nel secondo trimestre 2019. E sui conti pubblici pesa la spada di Damocle dello tsunami dei baby boomers

Per evitare la procedura di infrazione al presidente del consiglio Giuseppe Conte servirà ben più di un elenco di buone intenzioni: lo sgambetto arriva proprio dall'Italia con la pubblicazione del rapporto annuale dell'Istat 2019

L'istituto di statistica indica infatti una concreta possibilità di contrazione del Pil nel secondo trimestre. Semplificando i dati (qui il rapporto completo) l'Istat alla luce degli ultimi dati aggiornati ritiene probabile che a novembre dovrà ritoccare al ribasso le previsioni per l'economia italiana rispetto alle già stagnanti previsioni degli ultimi conti economici trimestrali. Un fatto grave perché porterebbe ad un ulteriore effetto negativo sui conti pubblici, col rischio di mancare gli obiettivi prefissati dal governo. 

Oh no, ancora: sarà recessione?

Tuttavia a pesare nell'analisi presentata dai tecnici dell'istituto di statistica sono i dati che arrivano dall'estero, in primis dal crollo dell'industria dell'auto in Germania. 

Istat, il rapporto annuale 2019

Se infatti nel primo trimestre 2019, il prodotto interno lordo italiano ha registrato un lieve recupero - condizionato dalla modesta crescita di consumi ed esportazioni - risulta evidente che in un contesto di debolezza mostrata da tutte le principali economie pesino sull'Italia gli indici di indebitamento dei conti pubblici. 

I progressi sul percorso di riequilibrio dei conti pubblici intrapreso dall'Italia non sono stati sufficienti ad arrestare la dinamica del debito pubblico la cui incidenza sul Pil nominale è salita al 132,2%, in aumento di 0,8 punti percentuali rispetto al 2017.

Debolezza è il principale addebito per una economia che è supportata solo dalla domanda interna e in particolare dai consumi privati.

indice anticipatore-2

Malattie italiane: bassa natalità

Nel rapporto annuale Istat c'è tuttavia un grafico che impone una riflessione, la cosiddetta "piramide della popolazione". L'Italia prosegue infatti nel suo percorso di calo delle nascite. Il saldo naturale è infatti sempre più negativo e nel 2018 si è registrato l'ennesimo record negativo di iscrizioni all'anagrafe, appena 439mila. E 1/5 è nato da genitori stranieri. 

Stupisce ancora un altro dato. Il 45% delle donne tra i 18 e i 49 anni non ha ancora avuto figli, nonostante in molti casi dichiari di volerne: una dinamica che mette in mostra la causa della denatalità, ovvero l'incapacità di creare le condizioni socioeconomiche perché si possa metter su famiglia. 

Tutto questo serve per capire questa foto: 

popolazione residente-2

C'è un vero e proprio tsunami demografico che percorre le classi di popolazioni: sono i baby bommers, figli del boom economico degli anni '50 e '60 che presto usciranno dall'età produttiva per andare a far esplodere la classe di popolazione più anziana. 

Un vero e proprio maremoto di cui è ancora difficile pesare l'effetto sui conti pubblici ma che senza ombra di dubbio occorrerà governare con accorgimenti di riforma delle politiche di welfare, cominciando dalle pensioni e dalle questioni assistenziali. 

Secondo le stime lo tsunami impatterà nel 2034 quando i nati nel 1964 entreranno nella terza età. Nel frattempo la quota della popolazione in età da lavoro andrà incontro ad una riduzione che potrà toccare i dieci punti percentuali rispetto ad oggi: oltre 6 milioni di persone che mancheranno per poter far marciare l'economia, pagare i servizi assistenziali e le pensioni.

Un ripensamento della gestione della terza età in termini di contributo attivo non è più rimandabile. 

Il rapporto Istat in sintesi

  • Nel 2018 Italia la crescita del Pil in volume ha segnato un rallentamento rispetto al 2017 (+0,9% da +1,7%), mostrando un andamento pressoché stagnante. Sulla performance economica italiana hanno pesato il contributo negativo della domanda estera netta e una significativa decelerazione dei consumi.
  • Nel primo trimestre 2019, il prodotto interno lordo italiano ha registrato un lieve recupero, condizionato dalla modesta crescita di consumi ed esportazioni. Gli investimenti hanno mostrato un miglioramento guidato dalle costruzioni. Dal lato dell’offerta, è mancata la spinta alla crescita del settore dei servizi mentre manifattura, costruzioni e agricoltura sono risultate in aumento.
  • Nel 2018, il mercato del lavoro ha risentito solo in parte del rallentamento economico e l’occupazione ha continuato a crescere. Negli anni della ripresa (2015-2016) il sistema produttivo italiano ha ricostituito solo in parte la base persa durante la prolungata recessione del 2011-2014 e ha riguardato soprattutto le unità di maggiori dimensioni.
  • È proseguita la diminuzione delle persone in cerca di lavoro, con una intensità maggiore rispetto all’anno precedente. Ne è conseguito un calo del tasso di disoccupazione che, sebbene tornato sotto l’11%, è ancora al di sopra della media dell’area euro.
  • Conti pubblici ancora da rivedere. L’indebitamento netto in rapporto al Pil nominale è sceso dal 2,4 al 2,1%, portando a mezzo punto percentuale il miglioramento rispetto al 2015. Tale risultato è stato favorito da un ulteriore ampliamento del saldo primario che ha raggiunto l’1,6% in rapporto al Pil, collocandosi sopra la media dell’area euro. Tuttavia, tali progressi non sono stati sufficienti ad arrestare la dinamica del debito pubblico, la cui incidenza sul Pil nominale è salita al 132,2%, in aumento di 0,8 punti percentuali rispetto al 2017.
  • La popolazione residente al 2050 risulterà inferiore a quella odierna, scendendo da 60,4 milioni del 1° gennaio 2019 a 58,2 milioni con una perdita complessiva di 2,2 milioni di residenti rispetto ad oggi.
  • Le conseguenze più rilevanti riguarderanno però la popolazione in età attiva, che subirà un’intensa riduzione della forza lavoro potenziale: nel 2050 la popolazione in età da lavoro (15-64enni) potrà scendere al 54,2% del totale, oltre 6 milioni di persone in meno (-10%).

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