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Martedì, 24 Maggio 2022
Economia Italia

Sprofondo rosso Unicredit, che cosa sta succedendo alla seconda banca italiana

"Servono 13 miliardi per evitare fallimento", dopo l'appello ai soci le rassicurazioni delle Banca Centrale Europea: "Cessioni e licenziamenti per mettere in sicurezza crediti deteriorati". Ma per i sindacati è "sciacallaggio occupazionale"

Ai risparmiatori che hanno affidato i propri capitali ad Unicredit è parso di svegliersi in un incubo con il titolo che crolla a picco in Borsa sommerso da un'ondata di vendite: le parole "bail in", "fallimento" associati al secondo gruppo bancario italiano hanno scosso la credibilità di un intero sistema paese il cui ministro dell'economia assicurava che gli istituti di credito avevano i conti in ordine.

Dopo il caso Mps, la paura per Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, a seminare il terrore è una nota del Gruppo Unicredit che paventava il rischio fallimento nel caso che non vada a buon fine l'aumento di capitale da 13 miliardi di euro già concordato: una mossa per fare pressione su bondholders e azionisti.

Tutto ha origine da una nota dell’istituto di Piazza Gae Aulenti depositato alla Consob, relativo all’operazione di ricapitalizzazione che potrebbe partire prima del previsto. Dal documento emergono oneri straordinari da 12 miliardi di euro che peseranno sul bilancio, una spia rossa sulla solidità del patrimonio che va a minare le risorse con cui il gruppo guidato da Jean Pierre Mustier, garantisce i prestiti concessi il cui indice, il Cet1, è sceso al di sotto della soglia minima fissata dalle regole. 

Uno sforamento dei paramentri già concordato con la vigilanza europea e quindi non di certo inatteso dalla Banca Centrale Europea che anzi ha dato disco verde al nuovo piano strategico della banca che per mettere in sicurezza i crediti deteriorati comporta tutta una serie di cessioni e una consistente riduzione del personale. Per il Gruppo Unicredit si parla del taglio di oltre 10mila posti di lavoro. A pesare sui conti dell’ultimo trimestre saranno, inoltre, 1,7 miliardi di costi necessari per finanziare l’uscita dal gruppo di circa 5.600 dipendenti a tempo pieno, 14mila le uscite totali previste entro il 2019.

"Una mistificazione della realtà - secondo Lando Maria Sileoni, Segretario generale FABI, il sindacato di maggioranza dei bancari i grandi gruppi, eccetto Intesa, stanno scaricando sul personale non solo il prezzo delle pessime gestioni degli istituti, sofferenze bancarie comprese, ma anche gli alti stipendi e le buonuscite milionarie dei manager passati e presenti.

IL CROLLO IN BORSA

Il titolo UniCredit è stato anche sospeso al ribasso a Piazza Affari più di una volta, soffrendo un tonfo fino a -6%. Le pressioni sul titolo sono scattate sulla scia di indiscrezioni secondo cui l’aumento di capitale da 13 miliardi di euro sarebbe stato anticipato al prossimo 6 febbraio: a breve dovrebbe essere firmato il contratto con il consorzio delle banche per la sottoscrizione delle quote sulla quale i vecchi azionisti hanno diritto di opzione.

Il piano presentato a dicembre al mercato prevede il calo in tre anni delle sofferenze da 65,4 miliardi a 19,2 e proprio la svalutazione delle sofferenze è la principale causa della perdita monstre di 11,8 miliardi con cui la banca chiuderà il 2016.

Una parte dei crediti deteriorati sarà ceduta attraverso una procedura di cartolarizzazione e quindi portata fuori dal bilancio, nell’ambito del cosiddetto “progetto Fino”.

Se Unicredit non riuscisse a trovare i 13 miliardi necessari all’aumento di capitale per la banca si metterebbe male, perché nell’ipotesi più estrema potrebbe anche scattare la messa in risoluzione dell’istituto di credito con le nuove regole del bail-in.

"La mancata sottoscrizione o la sottoscrizione parziale dell’aumento di capitale – si legge nel documento – determinerebbe significativi impatti negativi sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria del gruppo stesso fino a compromettere la sussistenza dei presupposti per la continuità aziendale”.

Un rischio non troppo lontano dalla realtà guardando alla storia recente. Jp Morgan e Mediobanca avevano siglato l'impegno per garantire l’aumento di capitale da 5 miliardi del Monte dei Paschi di Siena, ma poi l'impegno delle due banche non si era trasformato in un vero e proprio accordo di sottoscrizione delle azioni.

Nel caso peggiore UniCredit sarebbe praticamente alla completa mercé della Bce, che potrebbe intervenire anche in modo invasivo, attraverso per esempio “l’imposizione di restrizioni o limitazioni dell’attività e/o la cessione di attività che presentassero rischi eccessivi per la solidità dell’emittente”.

D'altronde, è stata la stessa Danièle Nouy, numero uno della divisione di sorveglianza sulle banche della BCE a dire chiaramente che in Italia "sono stati fatti scarsi progressi, sul fronte dei crediti deteriorati".

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