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Sabato, 4 Dicembre 2021
Economia

Uscire dall’euro? Ecco perché a pagare sarebbero le persone comuni

"Una tragedia per salariati, pensionati e mercato interno", dice l’ex premier ed ex presidente della Commissione Ue Romano Prodi. Dalle difficoltà per chi ha stipulato mutui a tasso variabile alla prevedibile corsa agli sportelli bancari per ritirare tutti i propri risparmi prima della conversione, ecco i motivi per cui uscire dall'euro sarebbe "un incubo"

ROMA - "Serve una nuova moneta per riprenderci la sovranità monetaria. Conservare l'euro per le importazioni e le esportazioni e con una nuova moneta interna provvedere a tutti i pagamenti dello Stato per aiutare chi è rimasto indietro. Sono assolutamente convinto di questa soluzione". Se Silvio Berlusconi ha rilanciato l'idea di una moneta interna da affiancare all'euro, Beppe Grillo prepara la campagna anti-Ue. Il Movimento 5 stelle vede nella "svalutazione" della moneta la ricetta per curare l'Italia e così, di recente, è tornato a chiedere a gran voce il referendum per far scegliere agli italiani se lasciare o meno l'euro.

Al netto di cavalli di battaglia, populismi e campagne elettorali, cosa provocherebbe l'uscita dall'Euro in un Paese come l'Italia? “Dal punto di vista della gente comune sarebbe un’autentica tragedia”, ha spiegato recentemente a "Radio anch’io Rai" l’ex premier ed ex presidente della Commissione Ue Romano Prodi, secondo il quale “avremmo una svalutazione immediata ed enorme, e pagheremmo i beni d’importazione in modo elevatissimo. Si alza il costo della vita”. E la competitività maggiore delle imprese italiane a seguito della svalutazione? “Naturalmente – risponde Prodi – non pensiamo che gli altri Paesi non mettano in atto delle difese contro di noi: gli altri non sono mica nati ieri! L’idea sarebbe che noi svalutiamo, poi dopo esportiamo moltissimo e gli altri accolgono i nostri beni. Ma siamo nati ieri?”.

DEBITO PUBBLICO - “Nel debito pubblico potete immaginare cosa succederebbe. Nella parte denominata in euro del debito, come dobbiamo poi ripagarlo? Con una moneta – spiega Prodi – molto svalutata e dunque a un prezzo molto superiore al pagamento del debito. Quindi ci rimettiamo come privati, ci rimettiamo come sistema politico”. “La denominazione del circolante – spiegava l’economista ed ex ministro Luigi Spaventa, scomparso nel 2013 – rappresenta un problema secondario rispetto a quello ben più grave della valuta in cui sono espressi i contratti e le obbligazioni pubbliche e private. Supponiamo che un paese dica “basta con l’euro, torno alla mia vecchia valuta” (la lira, la dracma…). Cominciamo con i titoli di debito pubblico già emessi e stilati in euro: in euro devono rimanere, perché qualsiasi cambio arbitrario di denominazione costituirebbe un evento di insolvenza. Il costo del debito nella nuova valuta nazionale aumenterebbe a dismisura, in proporzione con la svalutazione effettiva e quella attesa della nuova valuta rispetto all’ euro. E le obbligazioni contratte dalle imprese in euro? In euro dovrebbero restare, pena azioni legali contro i debitori: con un conseguente aumento di costo. Scenari da incubo”. 

CASA E MUTUI - Sarebbero dolori per tutti coloro che hanno stipulato mutui a tasso variabile. Le banche, infatti, una volta fuori dall’Euro, riverserebbero sui clienti l’aumento dei tassi d’interesse a loro volta subito nel reperire fondi sui mercati internazionali. Il valore stesso degli immobili subirebbe un shock come avvenuto nella conversione delle lire in euro: allora una casa valutata 700 milioni di lire vide il suo valore nominato in 350 mila euro. All’inverso ci si troverebbe con un immobile il cui valore viene espresso in una valuta svalutata rispetto alla precedente. Una perdita patrimoniale secca.

LA CORSA IN BANCA - Ci sarebbe una corsa agli sportelli bancari per ritirare tutti i propri risparmi in valuta buona prima di vederli convertiti in una lira che presumibilmente troverà in ripetute svalutazioni competitive la sua unica difesa. La forbice di svalutazione attesa dagli economisti oscilla tra il 20 ed il 40 per cento. Ma c’è chi non esclude che la lira possa perdere anche fino a metà del proprio valore.

L'INFLAZIONE - Una lira svalutata certamente rappresenta un vantaggio competitivo per le imprese che esportano, ma pone grandi problemi alle importazioni, in special modo per un paese come l’Italia che importa tutte le materie prime, ad iniziare dalle energetiche. Si accenderebbe una inevitabile spirale inflazionistica da import con un conseguente deprezzamento del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti a reddito fisso. Scenario da anni ’70.

DAZI AL NOSTRO EXPORT - Il ricorso a svalutazioni competitive potrebbe indurre Paesi europei nostri concorrenti diretti, come Germania e Francia, ad imporre dazi compensativi al nostro export così annullando ogni residuo vantaggio economico.

USCIRE DALL'EURO, USCIRE DALL'UE - “Il trattato di Lisbona – spiegava l'economista ed ex ministro Spaventa – apre la possibilità di un’uscita dall’Unione europea, ma non ammette l’uscita solo dall’Unione monetaria. Chi voglia uscire dall’euro deve abbandonare la Ue, e con essa il mercato unico dei beni e dei fattori, esponendosi, per la circolazione delle merci, dei capitali e del lavoro, a un trattamento diverso, certo meno favorevole, da quello goduto dai membri dell’Unione; e rinunciando fra l’altro alla politica agricola comune nonché ai sussidi per le aree meno sviluppate di cui godono i quattro periferici sotto attacco. I trattati saranno pure pezzi di carta, che la politica a volte può stracciare: ma, per disattenderli senza gravi conseguenze, occorre una unanimità di consensi che pare difficile rinvenire”.

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