Web tax, che cos'è e chi potrebbe doverla pagare già dal 2019

Rinviata già nella scorsa legislatura e oggetto di uno scontro anche all'interno dell’Unione Europea, Conte ha annunciato che la Web tax verrà introdotta con la legge di bilancio 2019. Così da far cassa e scongiurare la procedura di infrazione

Web tax è la nuova imposta sui servizi digitali, che il governo inserirà nella manovra attraverso il pacchetto di modifiche che dovrebbe arrivare a breve in commissione Bilancio al Senato. La web tax prevede un'aliquota al 3% per le imprese che si occupano di commercio, ma anche quelle che vendono dati e fanno pubblicita online.

La Web tax serve per far quadrare i conti della Manovra, sopperendo alle mancate entrate previste a causa del rallentamento dell'economia: per il governo Conte la sfida dell'ultima legge di bilancio, incassata la fiducia della commissione Ue, è far cassa. Dopo l'introduzione dell'ecotassa sulle auto che tanto ha fatto inviperire la stessa componente leghista della maggioranza di Governo, il premier Conte ha confermato l'intenzione di introdurre una web tax.

Che cos'è la web tax

Veniamo dunque al punto: che cos'è la web tax e a chi si applica? Rinviata già nella scorsa legislatura e oggetto di uno scontro anche all’interno dell’Unione Europea la Web tax potrebbe diventare concreta con la legge di bilancio 2019. Sul tavolo di Palazzo Chigi il dossier sulla web tax e apparso ed è stato accantonanto più volte nelle ultime settimane, ma ora il piatto di 500 milioni di euro è stato messo nel menù proposto dall'Italia alla Commissione Europea per far quadrare i conti. 

Concretamente la web tax è una ipotesi di tassazione al 3% - che la Lega con una proposta di Centemero vorrebbe portare al 6% - che andrebbe a colpire le società che operano sul web con servizi Business to Business ma anche destinati ai consumatori.

Il prelievo interessa ''i soggetti esercenti attività d'impresa che singolarmente o a livello di gruppo, nel corso di un anno solare realizzano'' uno dei seguenti risultati: un ammontare complessivo di ricavi ovunque realizzati non inferiore a 750 milioni; un ammontare di ricavi derivanti da servizi digitali realizzati nel territorio dello Stato non inferiore a 5,5 milioni.

Tassazione delle imprese digitali

I pareri sulla web tax non sono allineati, e lo stesso vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio si era detto contrario alla web tax poiché "rischia di distorcere il mercato".

In Europa il Parlamento si è già espresso sul tema incoraggiando gli stati membri ad approvare una digital services tax includendo nell’elenco dei servizi digitali che possono essere tassati anche coloro che forniscono contenuti digitali "come video, audio, giochi o testi che utilizzano un’interfaccia digitale" imponendo tuttavia in 40 milioni di euro la soglia sopra alla quale i redditi di una società diventano soggetti a tassazione. 

Tornando all'Italia una web tax in verità è già contenuta nella manovra 2018, ma i decreti attuativi della norma contenuta nella scorsa legge di bilancio non sono mai stati varati proprio in attesa di un provvedimento Europeo. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria aveva annunciato nel corso dell'ultimo Ecofin che l’Italia sarebbe andata avanti da sola anche senza un accordo Ue. 

A chi si applica la web tax

L'imposta - come spiega l'anticipazione dell'agenzia Adnkronos - si applica ai ricavi derivanti dalla fornitura dei seguenti servizi: ''veicolazione su un'interfaccia digitale di pubblicità mirata agli utenti della medesima interfaccia; messa a disposizione di un'interfaccia digitale multilaterale che consente agli utenti di essere in contatto e di interagire tra loro, anche al fine di facilitare la fornitura diretta di beni o servizi; trasmissione di dati raccolti da utenti e generati dall'utilizzo di un'interfaccia digitale''.

I ricavi tassabili sono assunti al lordo dei costi e al netto dell'imposta sul valore aggiunto e di altre imposte indirette. L'imposta dovuta si ottiene applicando l'aliquota del 3% all'ammontare dei ricavi tassabili realizzati dal soggetto passivo in ciascun trimestre. Un ricavo si considera tassabile in un determinato periodo d'imposta se l'utente di un servizio tassabile è localizzato nel territorio dello Stato in detto periodo.

I soggetti passivi sono tenuti a versamento dell'imposta entro il mese successivo a ciascun trimestre e alla presentazione della dichiarazione annuale dell'ammontare dei servizi tassabili prestati entro 4 mesi dalla chiusura del periodo d'imposta. I soggetti non residenti, privi di stabile organizzazione nel territorio dello Stato e di un numero identificativo ai fini dell'Imposta sul valore aggiunto, ma che risultano soggetti alla web tax devono fare richiesta all'Agenzia delle entrate di un numero identificativo ai fini dell'imposta sui servizi digitali.

Qui si può consultare il dossier sulla web tax approvata nel 2017

Per capire come potrà essere la nuova web tax tuttavia possiamo rileggere la norma mai entrata in vigore contenuta nell'ultima manovra che introduceva una imposta sulle transazioni digitali. 

La web tax contenuta nella legge di bilancio 2018 stabilisce infatti l'applicazione di una tassa pari al 3% da applicare come ritenuta alla fonte sulle transazioni per prestazioni di servizio effettuate tramite mezzi elettronici, al netto dell'IVA. La web tax si applica ai soggetti che effettuano oltre 3mila transazioni di servizi nell’anno solare.

Assimilabile ad un’imposta indiretta in quanto colpisce l’intero volume d’affari, l'imposta non dipende dal luogo di conclusione della transazione e ai fini della web tax vanno considerati soltanto i servizi prestati tramite mezzi elettronici, quelli forniti attraverso Internet o una rete elettronica e la cui natura rende la prestazione:

- essenzialmente automatizzata;

- corredata di un intervento umano minimo;

- impossibile da garantire in assenza della tecnologia informatica.

Nella versione 2018 la web tax non si applicava al tradizionale commercio elettronico verso i consumatori, esentando così - ad esempio - le vendite online come quelle di Amazon o le prestazioni di servizio modello Airbnb.  Escluse anche le imprese agricole, contribuenti nel regime forfettario.

Perché la Web tax

La Web tax era stata pensata per imporre una tassazione ai giganti del web - come Google, Facebook, Amazon - che operano nel nostro Paese producendo reddito, ma senza pagare una congrua tassazione.

Con la nuova imposta le imprese italiane che risultano clienti delle multinazionali del web dovranno trattenere sulle fatture l'imposta del 3 o 6% sul fatturato e riversarla al Fisco. Tramite un apposito decreto inoltre gli intermediari finanziari (banche, Posta o istituti di carte di credito) saranno obbligati anche a segnalare all'Agenzia delle Entrate tutte le transazioni effettuate dalle imprese italiane con questi colossi.

La web tax, come imposta sulle transazioni digitali, colpisce quindi le imprese italiane che operano ad esempio con Google, Facebook, Booking, Apple, Expedia, Airbnb ed altri, ed utilizzano i loro servizi dematerializzati, quali piattaforme ed applicazioni digitali, magazzini virtuali, raccolta dati personali.

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