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Giovedì, 29 Febbraio 2024
Film al Cinema

Elvis: il film al cinema è scintillante e pirotecnico quanto il Re del Rock and Roll

In sala dal 22 giugno, la nuova pellicola di Baz Luhrmann sfrutta perfettamente la storia dell’icona USA all’interno della sua tipica estetica registica

Presentato fuori concorso alla 75esima edizione del Festival di Cannes, Elvis, l’attesissimo film di Baz Luhrmann, arriva nelle sale cinematografiche sala dal 22 giugno. A nove anni da Il grande Gatsby, il regista australiano dedica il suo sesto film a “il Re”, il cantante-icona che ha venduto più dischi al mondo e uno dei musicisti più celebri della storia.

Elvis, la storia del Re del Rock and roll

L’8 gennaio del 1935 nasce a Tupelo, nel Missisipi, Elvis Aaron Presley, sopravvivendo al gemello Jessie, morto appena nato. Dai primi anni passati nella modesta dimora di famiglia nel quartiere della comunità afro-americana fino al successo planetario come King of Rock and Roll, il segreto di Elvis sembra essere proprio quello di avere dentro di sé la forza di due uomini, come suggerisce mamma Gladys. Dopo gli esordi, la vita del cantante cambia completamente quando incontra il “colonnello” Tom Parker, che sarà il suo manager ufficiale, in un sodalizio artistico (e umano) durato più di vent’anni. Elvis “the Pelvis” diventa infatti un fenomeno globale, sconvolgendo gli USA e il mondo con i suoi movimenti ancheggianti, con la sua musica nuova e allo stesso tempo debitrice nei confronti di quella nera, con i suoi capelli brillantinati e i suoi completi kitsch scintillanti, che lo accompagneranno dai primi palchi di Memphis fino a Las Vegas e Hollywood. Elvis è la prima rockstar nella cultura statunitense, nell’immaginario collettivo e, di fatto, della storia, e non a caso è anche uno dei primi artisti a essere schiacciato dal peso del successo, rifugiandosi negli eccessi e negli abusi, fino alla sua morte, a soli 42 anni, mentre tutti intorno – compreso il colonnello Parker – stanno a guardare.

Il trailer

Un matrimonio riuscito

Baz Luhrmann sceglie di dedicare il suo sesto film a una delle figure che più ha amato, quella di Elvis, dando vita a un connubio artistico più che azzeccato. Se infatti i detrattori del regista australiano hanno storto il naso di fronte alla sua estetica glamour applicata a classici come Romeo e Giulietta o a Il grande Gatsby, è possibile che rimangano stupiti di fronte a questo mix ben riuscito, o quantomeno calzante. L’estetica kitsch di Luhrmann si sposa benissimo con l’estetica Elvis, fatta di spettacolarità, colori, diamanti luccicanti, eccessi negli anni d’oro di Las Vegas: tutto si fonde perfettamente nell’esorbitanza visiva ed emotiva tipica del regista.

Il Re del Rock and Roll tiene testa al manierismo di Luhrmann ed Elvis diventa un film più simile a un trionfo di immagini, musiche ed effetti speciali pirotecnici, coloratissimi, sfrenati. Chi non ama Luhrmann probabilmente non cambierà idea, ma riconoscerà che il ritmo sia contagioso, per quanto talvolta estenuante. Il montaggio – realizzato a regola d’arte – è infatti a dir poco serrato, fenetico e forse eccessivo, con personaggi, ambientazioni, concerti e annate che scorrono velocemente restituendo una sensazione simile alle vertigini (o al mal di mare) e condensando veramente tanti generi in un esercizio di stile molto bello per quanto, a volte, vago.

Questa riuscita combinazione di due mondi riesce dunque a ribaltare tanti pregiudizi, così come la scelta – quasi consequenziale, data l’estetica visiva – di non dar vita un biopic tradizionale dalla culla alla tomba. Elvis vince sui recenti Bohemian Rhapsody e Rocketman perché dichiaratamente eccessivo: le scelte di Luhrmann sembrano quasi caricaturali, ma in realtà funzionano con una figura come Elvis e con gli USA di quegli anni. Tutto ciò aiuta a non tagliare fuori lo spettatore straniero da un fenomeno soprattutto americano: l’impatto di Elvis oltreoceano è stato di gran lunga minore (soprattutto a livello musicale - come racconta il film, Elvis non suonò mai all’estero), ma la pellicola coinvolge tutti. Anche il solito, ampio, minutaggio restituito ai valori woke a cui Hollywood ci ha abituato acquista finalmente senso nella narrazione di un personaggio vicino alla cultura nera e all’antirazzismo in anni determinanti, soprattutto a Memphis. Viene infatti data la priorità all’Elvis uomo prima che al musicista, di cui non vengono elencati o elogiati i grandi successi, che fanno invece da colonna sonora, seppur ampiamente – ed eccessivamente – rimaneggiati.

Se è vero che il sound presleyano ha forse perso spendibilità per i tempi moderni, è anche vero che l’intervento sulla musica del film è troppo pesante. Da notare la presenza dei Måneskin, che suonano “If I can dream”. I plausi finali vanno ad Austin Butler, protagonista quasi impressionante per somiglianza, che sembra sfiorare lo scimmiottamento cartoonesco e che invece si rivela perfetto e mai irrispettoso, a partire dalla pronuncia (in lingua originale), e a Tom Hanks, che si mette in gioco con un villain co-protagonista anch’esso dichiaratamente esagerato. Il colonnello Parker è la giusta voce narrante, la voce di colui che ha personalmente creato e distrutto Elvis Presley.

VOTO: 6,5

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