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Mercoledì, 29 Maggio 2024

La recensione

Giulio Zoppello

Giornalista

City Hunter su Netflix è un omaggio affettuoso ma un po' caotico

City Hunter è su Netflix e aspetta tutti i fan del manga originale di Tsukasa Hōjō e naturalmente dell'iconica serie anime, che stregò un'intera generazione di spettatori e fece di Ryo Saeba un eroe unico nel suo genere. Questo Live Action, diretto da Yūichi Satō, vede Ryohei Suzuki nei panni del mitico detective nipponico, che si troverà a dover districarsi in un mistero che attanaglia la città di Tokyo, tra gang criminali, strane droghe, persone scomparse e (naturalmente) bellissime donne che metteranno a dura prova Ryo e il suo autocontrollo. 

City Hunter - la trama

City Hunter fin dall'inizio si pone come mix tra ciò che rese iconico il personaggio negli anni '80 e l'ovvia necessità di posizionarlo in un prodotto per il pubblico odierno. Sulla bontà del risultato finale naturalmente l'ultimo giudizio spetterà al pubblico, ma soprattutto a quello che ebbe in Ryo Saeba un modello da imitare, cosa che al giorno d'oggi per molti sarebbe impossibile. Oppure no? City Hunter riprende personaggi base e soprattutto le atmosfere a metà tra il slapstick, il noir, il film action, che rese a suo tempo manga e anime semplicemente meravigliosi. Ryo (Ryohei Suzuki) viene incaricato da una bella ragazza (ovviamente) di trovare sua sorella Milk, (Moemi Katayama) una fmosa cosplayer, che come altre persone ultimamente è scomparsa senza lasciare traccia.

Assieme a Ryo, collabora inizialmente il suo amico e collega Hideyuki Makimura (Masanobu Andô), molto più prudente e riflessivo di Ryo, che invece si butta nelle situazioni più estreme senza mai pensare alle conseguenze o ai pericoli in cui incorre. Tutto cambia nel momento in cui Ryo si rende conto che Tsukino, come molti altri, è rimasta vittima di una nuova droga, che regala sostanzialmente forza, riflessi e agilità sovrumani, ma con esiti letali per chi ne fa uso, nonché un totale squilibrio. Per farsi strada in questo mistero, Ryo avrà dalla sua parte anche la Detective Saeko Nogami (Fumino Kimura) e la sorella di Hideyuki, Kaori (Misato Morita), ragazza a dir poco pasticciona e irruenta.

In breve, Ryo si troverà sempre più intrappolato in una gigantesca macchinazione che lo costringerà a spingersi a limite e a dare fondo a tutte le sue notevoli doti, certo a meno che non bastino una scollatura e un paio di gambe a distrarlo. City Hunter è diretto da Yûichi Satô, scritto da Tatsuro Mishima e Tsukasa Hôjô, che ce la mettono tutta nel riprendere la atmosfere iconiche della fonte originale, cercando al contempo di non diventare eccessivamente derivativi, di mettere fantasia, parodia di genere e fluidità di narrazione in primo piano rispetto alla volontà di essere in tutto e per tutto fedelissimi all'originale. Il risultato è un film coerente ma a cui manca un vero centro e sviluppo. 





Un film che ci ricorda come il passato debba rimanere tale

City Hunter quando uscì bene o male si pose come prodotto in cui si demitizzava e assieme evolveva l'identità del macho anni '80. Ryo Saeba faceva chiaramente il verso ai personaggi di Miami Vice, che aveva reso la figura del Detective sempre più legata ai dettami della moda di quel periodo, con giacche Armani e la visione del maschio alpha sciupafemmine. Allo stesso tempo, univa in sé le caratteristiche di un Ispettore Callaghan, dei personaggi iconici del noir americano, ma sempre con una chiave ironica, pop e parodistica quasi. Qui, dopo il film degli anni '90 con Jackie Chan e un paio di esperimenti poco riusciti tra Hong Kong e Francia, ci pensa un ispirato Ryohei Suzuki ad essere volto e corpo di questo strano tizio che sbava dietro ogni gonnella però è anche una sorta di supereroe metropolitano, a cui è impossibile non voler bene. 

Il problema in City Hunter sta nel cast di contorno non all'altezza, così come in una sceneggiatura squilibrata, che non sa come replicare le magiche atmosfere, un po' pop un po' demenziali, che resero anime e i vari film d'animazione un mix perfetto di più identità. Qui la messa in scena poi spesso si perde, con omaggi al mondo dei cosplayers e al fandom del manga, a cui però non si aggiunge una capacità di appassionare quando si decide di tornare nei ranghi. Le scene d'azione sono divertenti ma appaiono comunque parenti povere di ciò che il cinema orientale e non solo ci ha donato, si omaggia Jackie Chan, si decostruiscono i topoi del crime, però ci si scorda di utilizzarli come servirebbe. Diverse parti poi mancano di mordente, di una reale capacità di divertire, quasi si pensasse che replicare paro paro il manga o l'anime sia la strada giusta.

City Hunter è infine una mezza occasione sprecata, ma è anche un monito: ciò che funziona in un medium sotto una certa forma, non è detto che vada bene in un'altra. Per fare One Piece, Netflix ha messo in campo soldi e produzione di primissimo livello, questo invece è palesemente un prodotto di serie b anche perché si affida troppo a sketch comici ben poco briosi e non all'azione, che da sempre ha avuto in City Hunter un esempio di perfetto divertessiment. Anche la formula del film appare sbagliata, una serie avrebbe offerto maggior profondità, anche se poi pensando al disastroso Cowboy Bebop di Netflix viene in mente che manco questo è sempre vero. Sufficiente ma non di più, certo era prevedibile in effetti. 

Voto: 6

 

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