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Domenica, 23 Giugno 2024

La recensione

Giulio Zoppello

Giornalista

Ci sono volute tre stagioni, ma ora the Witcher è diventato ciò che doveva essere

The Witcher con questa terza stagione, arriva carico di attese ma anche di malinconia, perlomeno per quella larga parte di pubblico che ci teneva davvero tanto a continuare ad avere lui, Henry Cavill, nei panni dello Strigo. Una sensazione che non può che in realtà aumentare alla fine della visione di questo terzo ciclo su Netflix, al momento senza ombra di dubbio il migliore per qualità della scrittura, coerenza interna ed anche caratura visiva. 

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The Witcher 3: la trama

Questa terza stagione di The Witcher ricomincia lì dove c'eravamo lasciati, con Cirilla (Freya Allan) in fuga assieme a Geralt (Henry Cavill) e Jennefer (Anya Chalotra) entrambi in realtà abbastanza incerti su quale strada percorrere, quale sia il luogo più sicuro per la ragazza. La ragazza infatti deve cercare di mettere a frutto il proprio talento, quel potere che quando si è manifestato, pure se parzialmente, ha mostrato di poter giocare un ruolo chiave nel mondo e nel suo ordine. Cirilla però rimane afflitta da insicurezze, così come lo sono i suoi protettori, il cui rapporto tra l'altro appare, dopo il finale dell'ultima stagione, compromesso, forse per sempre. Intanto la guerra tra uomini e elfi, soprattutto nei regni del settentrione, continua ad essere a dir poco problematica, il tutto mentre l'imperatore di Nilfgaard (Bart Edwards) torna in azione, ridando fiducia a Cahir (Eamon Farren) che pensavamo ormai fuori dai giochi. 
Mentre tra gli elfi stessi c’è aria di divisione sulla prospettiva di una guerra totale contro gli uomini, Sigismund (Graham McTavishi) e Filippa (Cassie Clare) continuano nel loro complicato gioco di inganni e dominio alla Corte di Redania, spingendosi oltre ogni limite nella loro strategia di dominio. 
Tra tradimenti, colpi di scena, piste da seguire, inganni, confessioni e riconciliazioni, con l’oscura Caccia Selvaggia sempre in agguato, ci perderemo una terza volta in un mondo in cui odio e sete di potere, vanno sempre per la maggiore. Per i tre protagonisti, sarà il momento di misurarsi con un passato da lasciarsi alle spalle, pena il trovarsi a che fare con mostri molto più pericolosi di quelli che troveranno sulla loro strada.

Una scrittura finalmente all’altezza dello Strigo

Partiamo da un presupposto: the Witcher fino ad oggi non aveva saputo soddisfare completamente le attese. Non parliamo di solo quelle dei fan dell'iconico franchise videoludico, uno dei più belli e complessi degli ultimi anni, ma anche di chi, scevro da ogni conoscenza diretta con il personaggio creato da Andrzej Sapkowski, chiedeva una serie fantasy fatta come si deve. Ebbene, The Witcher, con quell'aria un po’ vintage, quasi un re-style dello stile anni ‘80 del fantasy, aveva però anche dovuto affrontare delle problematiche non da poco circa la consistenza narrativa, la qualità visiva. Soprattutto, si era sottolineato come l'ampliamento costante, il world building, apparissero realizzati in modo fin troppo frettoloso.
La serie non aveva sempre saputo soddisfare il pubblico e la critica, tanto da appoggiarsi quasi esclusivamente a volte sulle spalle di lui, di Henry Cavill, alle prese con un personaggio che per quanto potenzialmente davvero interessante, perlomeno nella prima stagione non era stato caratterizzato in modo abbastanza profondo. Questo difetto ora the Witcher però lo ha compreso, riguarda non solo lui ma anche gli altri, persino i comprimari. Per quanto forse in ritardo, si è imparata la lezione insegnata a suo tempo da un totem come fu il Trono di Spade: l'intreccio è importante, ma più ancora, lo è dare identità ai personaggi, farci affezionare a loro, non essere soprattutto prevedibili. Di prevedibilità in questa terza stagione ve n’è veramente poca, così come cessa definitivamente di esistere una divisione manichea di questo mondo che, qui più ancora che nelle passate stagioni, assomiglia davvero molto più al nostro. Esso appare permeato da guerre, razzismo, classismo e una lotta per il predominio, in cui ognuno sente di essere nel giusto, in cui l'egoismo si maschera da idealismo, e dove il passato è un’incudine sulla speranza di librarsi verso un futuro diverso.

Una serie interessante ma dal futuro incerto

Ancora più che nelle passate due stagioni, il tema portante è quello della scelta. Bene e male si assomigliano molto più di quanto sembri, buone e cattive intenzioni sono spesso sovrapponibili per effetti. The Witcher recupera anche una dimensione visiva gradevole, non solo grazie ad una regia meno scolastica, ma anche ad effetti speciali che sono dosati nel modo giusto, con creature oscure che paiono spuntate da incubi degni di Lovecraft. Henry Cavill appare chiaro che deve averci creduto veramente fino all'ultimo in questo progetto, qui il suo Geralt smette di essere la variazione fantasy dello “Straniero Senza Nome” di Clint Eastwood, capiamo qualcosa in più del suo passato. La dimensione melò rimane presente ma in modo non più così importante, conta soprattutto sopravvivere, cercare di trovare il bandolo nella matassa intricata di un mondo a metà tra terra e cielo, sogno ed incubo. Resta da stabilire se e quanto Liam Hemsworth saprà sostituirsi al fu Superman; appare un compito non sono ingrato, ma anche abbastanza difficile, non fosse altro per il fatto che è sempre stato palese quanto Henry Cavill fosse uno dei motori principali della produzione, da cui si è allontanato per divergenze artistiche. Se il precedente visto con Mads Mikkelsen al posto di Johnny Depp in Fantastic Beasts vale qualcosa, non è sbagliato guardare con un certo pessimismo al futuro di questa serie, che però senz'altro è stata superiore ad altri esperimenti simili. 

Se guardiamo a la Ruota del TempoCarnival Row, Cursed, su fino a tirare in ballo anche gli Anelli del Potere, il confronto è impietoso: qui se non altro c’era fantasia pura, una minor sottomissione a certi cliché algoritmici. Con il suo mischiare cappa e spada con l'arcano e il folklore dell'est Europa, the Witcher trova finalmente quella qualità che abbiamo tanto agognato. Certo permane il rimpianto, ma parlando di Netflix, anzi del moderno mercato audiovisivo, ormai è una costante con cui convivere.  

Voto: 7

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