Sabato, 24 Luglio 2021
VERSO IL VOTO

Referendum trivelle del 17 aprile, il Wwf spiega perché votare sì

Secondo l'associazione ambientalista ci sono almeno 10 motivi per cui si dovrebbe abrogare la norma che estende, senza più scadenze, le attuali concessioni entro le 12 miglia marine

L'iniziativa un tuffo per il sì © WWF Napoli

Domenica 17 aprile, dalle 7 alle 23, in tutta Italia si voterà per il referendum sulle trivelle entro le 12 miglia marine. Secondo il Wwf ci sono almeno 10 motivi per cui si dovrebbe votare sì e abrogare la norma che estende, senza più scadenze, le attuali concessioni facendo sì che alla scadenza di quest'ultime, tra il 2017 e il 2034, le società interessate non possano più rinnovare l'autorizzazione per estrarre gas e petrolio. Ecco come l'associazione smonta punto per punto le motivazioni di chi vorrebbe vincesse il no:

1. Il quesito è troppo tecnico. Nella legge di Stabilità 2016, il Governo ha deciso di non tener conto del termine per le concessioni offshore entro le 12 miglia, quindi la Corte Costituzionale ha stabilito che, trattandosi di una modifica sostanziale che concede una proroga ingiustificata, doveva essere sottoposta a referendum.  

2. Il voto è irrilevante. La decisione di una proroga di fatto delle concessioni, in contrasto con le norme comunitarie, a 88 piattaforme, che per il 48% ha più di 40 anni di età e che per il 35% viene classificato “non erogante” non può essere in alcun modo poco rilevante. In questo modo, si fanno gli interessi di aziende, come ENI, a non smantellare le piattaforme e a non procedere al ripristino ambientale dei luoghi.

3. Tutto bene per l’ambiente. Abbiamo dimostrato che ben il 47,7% delle piattaforme per l’estrazione di gas e petrolio (42 su 88) entro la fascia delle 12 miglia, sono state costruite prima del 1986 (data di entrate in vigore in Italia della VIA) e quindi mai sottoposte a Valutazione di Impatto Ambientale, 40 delle quali sono in Adriatico (26 davanti alla costa romagnola).

4. Non c’è alcun rischio di incidente. Dal 1955 ad oggi (secondo i dati SINTEF – Offhsore Blowout Database) ci sono stati 573 sversamenti di petrolio in tutto il mondo (blowout), uno ogni 35 anni, con una perdita tra i 350 e gli 850 milioni di euro l’anno. Un incidente grave come quello della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon del 2010 ha provocato il più grave inquinamento mai prodotto nei mari USA e un danno (anche all’ambiente) stimato in 20 miliardi di dollari.

5. Le attività di estrazione offshore non inquinano. Nella fase di ricerca geosismica l’air-gun genera “esplosioni” che possono provocare danni permanenti ai cetacei o la loro morte (fonte: ISPRA, istituto di ricerca del Ministero dell’Ambiente). Nella fase di estrazione possono generarsi fenomeni di subsidenza (con abbassamento dei fondali e erosione delle spiagge) e vengono usate sostanze pericolose o tossiche contenute nelle “acque di produzione” e nei “fanghi perforanti”.

Le motivazioni di chi voterà no al referendum

6. Lo Stato ci guadagna. Abbiamo dimostrato che solo 18, cioè il 21%, delle 69 concessioni offshsore pagano le royalty del 7% sul valore del petrolio del 10% sul valore del gas estratto in mare.  Mentre, su 53 aziende estrattive solo 8, grazie ad un sistema di esenzioni, sono quelle che pagano le royalty allo Stato e alle Regioni. 

7. Aumenta l’occupazione. Assorinnovabili (l’associazione delle aziende delle energie rinnovabili) ha calcolato che solo il decreto “Spalma Incentivi” ha messo a rischio 10mila posti di lavoro. In Basilicata, che produce il 70% del petrolio italiano e il 20% del gas, sono solo 1600 le persone occupate nel settore dell’estrazione degli idrocarburi e 2400 nell’indotto. Le attività estrattive mettono a rischio 60mila posti di lavoro nella pesca e 47mila aziende turistiche costiere.

8. La biodiversità prospera. Le sostanze inquinanti prodotte a regime e a maggior ragione, in caso di incidente, sono pericolose o tossiche (le “acque di produzione” provenienti da installazioni a gas sono 10 volte più tossiche di quelle petrolifere). Gli idrocarburi policiclici aromatici contenuti nel greggio hanno effetti anche cancerogeni e mutageni. L’inquinamento chimico di routine e l’onda nera hanno effetti mortali a lungo termine o immediati su pesci, cetacei e uccelli marini.

9. Le scelte istituzionali sono meditate. E’ dal 1988 che in Italia non viene fatto un Piano Energetico Nazionale. La Strategia Energetica Nazionale pro-fossili del 2013 è nata morta e non ha mai avuto alcuna credibilità. Nella Legge di Stabilità 2016 è stato cancellato il Piano delle aree per lo svolgimento delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi che doveva essere sottoposto a Valutazione Ambientale Strategica (VAS).

10. Le fonti fossili sono fondamentali. Secondo stime del Ministero dello Sviluppo Economico, le riserve di petrolio individuate in mare coprirebbero il fabbisogno energetico nazionale per sole 7 settimane e le piattaforme offshore nella fascia offlimits delle 12 miglia producono solo l’1.9% de fabbisogno nazionale di gas. Mentre abbiamo dimostrato che anche in Italia è possibile raggiungere l’obiettivo 100% rinnovabili entro il 2050. 

Vogliamo riempire le urne con #unmaredisi per liberare il Mediterraneo dalle servitù petrolifere ed emancipare il nostro Paese dai combustibili fossili.  

Devi disattivare ad-block per riprodurre il video.
Play
Replay
Play Replay Pausa
Disattiva audio Disattiva audio Disattiva audio Attiva audio
Indietro di 10 secondi
Avanti di 10 secondi
Spot
Attiva schermo intero Disattiva schermo intero
Skip
Il video non può essere riprodotto: riprova più tardi.
Attendi solo un istante...
Forse potrebbe interessarti...

Si parla di
Sullo stesso argomento

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Referendum trivelle del 17 aprile, il Wwf spiega perché votare sì

Today è in caricamento